Elogio dell’interferenza misticopolitica

di Federico Battistutta
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Crisi, catastrofi e interferenze
Cosa ci viene in mente se pensiamo a questa parola: interferenza? Quando un territorio si trasforma e diventa zona d’interferenza? Per cominciare: prendiamo due campi di esperienza, distinti quanto a motivazioni storiche e culturali, con i loro apparati di saperi e di pratiche operativi al loro interno (via via il discorso verrà declinato in modo specifico nei termini di spiritualità e politica). Ecco, cosa accade se, a un certo punto, questi due campi entrano in contatto, finanche in collisione, nel momento in cui viene a mancare loro quel retroterra che li manteneva in essere, giustificandone la separazione?
Per essere ancora più espliciti: il contatto fra i due campi non va inteso qui come una reciproca legittimazione nella quale un campo sostiene, giustifica e rassicura l’altro, assegnando a ciascuno la sua funzione specifica, delimitandone i confini, ma, al contrario, l’avvenuto contatto toglie appoggi a entrambi, facendo perdere loro il rispettivo ruolo di garanzia per diventare saperi e pratiche esposti al divenire e all’incertezza della vita.
Cosa può succedere, allora? Beh, si verificano cose strane, vediamo comparire un nuovo spazio relazionale e istituente, non controllabile e neppure prevedibile, un’apertura generativa e instabile, al punto che affiorano esperienze e forme di vita precedentemente non contenute, tanto meno previste, in alcuno dei due sistemi: così le identità e le categorie epistemiche fino ad allora operanti e validanti si incrinano, perturbandosi le une con le altre – dentro comunque contesti storici specifici, come il nostro, ad esempio, sempre più segnato da accelerazione, precarizzazione e crisi delle abituali forme istituzionali.
Non solo: la zona di interferenza a cui ci si riferisce qui non riguarda solo astratti campi disciplinari e intellettuali (la spiritualità e la politica, nello specifico), ma soprattutto pratiche e forme di vita a questi riferiti, pertanto va a toccare e coinvolgere nella loro materialità mondi ontologici differenti. Così contestualizzati, nell’interferenza i campi in questione non si respingono, né si conciliano.
Pensando ai classici del pensiero, non si tratta né dell’opposizione reale (Realrepugnanz) tra forze già date di Kant, né di una contraddizione che si risolve in modo dialettico, come in Hegel, perché non c’è un unico piano neutro su cui operare sintesi, ma un processo continuo in cui gli elementi co-emergono e si trasformano l’un con l’altro, senza stabilizzarsi in un’unità finale. L’interferenza può condurre a variazioni continue, anche minime, dei parametri e dei punti di riferimento, fino a soglie critiche in cui le forme fin lì separate e stabilizzate dei due piani varcano ciò che René Thom ha chiamato “punti di catastrofe”, dando luogo a una riorganizzazione complessiva, in cui entrambi i campi perdono la configurazione precedente, entrando in un nuovo regime morfologico, aprendo così a nuove possibilità. Se dal canto suo Thom distingue nettamente tra crisi e catastrofe, qui tale distinzione tende a sfumarsi, poiché la soglia non si presenta come evento puntuale e isolato, ma come zona di interferenza estesa e vissuta (Thom 1980).
Chaosmos
Facciamo un passo indietro: nel 1939 viene pubblicata a Londra l’ultima opera di Joyce – Finnegans Wake -, in cui la tecnica del flusso di coscienza viene portata all’estremo, composta con un linguaggio sempre più onirico e polisemico. E in questo libro compare il termine “chaosmos” per descrivere una realtà in continuo mutamento, fondendo chaos (disordine) e cosmos (ordine) in un unico processo, creando un’architettura complessa che riconosce e accetta i tratti imprevedibili e plurali dell’esistenza.
Questo concetto è stato poi ripreso ed elaborato da Deleuze e Guattari per indicare una zona di intensità in cui sporgono forme di consistenza senza chiudersi in un ordine definitivo, in quanto non si dà mai, come avverrebbe in una sorta di distillazione, puro caos, così come non c’è mai un cosmo stabile. Propriamente: non è che prima ci siano due sistemi stabili e distinti che poi si incontrano e si mettono a produrre qualcosa, ma il mondo è già sempre in uno stato di interferenza e ogni sistema non è altro che una stabilizzazione più o meno provvisoria o duratura del chaosmos, anche se spesso non lo vediamo, desiderando ardentemente oasi calme e stabili. In questo senso, quando diciamo “zona di interferenza”, ricorriamo a un nome che descrive un’esperienza vissuta di ciò che ontologicamente definiamo chaosmos, il campo dove le differenze non si compongono né si annullano, ma generano continuamente forme instabili, prive di garanzia.
Per Deleuze e Guattari il termine stesso chaosmos vuol essere un pensiero in atto, fedele all’instabilità che intende comunicare: “un concetto è un insieme di variazioni inseparabili che si produce o si costruisce su un piano di immanenza in quanto questo ritaglia la variabilità caotica e le dà consistenza (realtà)”. Il pensiero stesso “rinvia a un caos reso consistente, diventato pensiero, caosmos mentale. E cosa sarebbe pensare se non un misurarsi continuamente col caos?” (Deleuze e Guattari 1996). Uno dei loro testi più citati, Millepiani, è di fatto un libro coerentemente caosmotico, da impregnare le pagine di tutto il libro, anche se il termine non lo troviamo tematizzato in modo specifico, forse intenzionalmente (Deleuze e Guattari 2017). Guattari ha poi sviluppato il discorso per conto suo in merito alla produzione di soggettività, rompendo sia con la psicoanalisi, sia con una certa idea romantica del caos. Il chaosmos diventa area creativa dove caos e produzione di senso sono inseparabili e la soggettività emerge da un fondo caotico di flussi, segni e affetti. “Non proporremo qui alcuna opposizione, come accade nella metapsicologia freudiana, fra due pulsioni antagoniste di vita e di morte, di complessità e di caos. L’intenzionalità oggettuale più originaria si ritaglia su un fondo di caosmosi. E il caos non è pura indifferenziazione; possiede una trama ontologica specifica” (Guattari 1996).
E’ interessante vedere come Catherine Keller abbia rielaborato teologicamente la nozione di chaosmos all’interno del celebre racconto biblico della creazione (Genesi 1,2) – “La terra era informe e vuota, le tenebre coprivano la faccia dell’abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque” -, dedicando un saggio proprio a questi due versetti, come fossero una sorta di koan ebraico. Mentre la tradizione teologica dominante ha interpretato l’abisso primordiale (tehom) come una forza caotica minacciosa e negativa, materia passiva da forgiare, Keller rompe radicalmente con questa linea: non solo non esiste una creatio ex nihilo da parte di un Dio maschio e sovrano, ma la creazione stessa diventa un processo continuo dentro il tehom – l’abisso -, non più forza distruttiva, bensì profondità fluida, grembo co-generativo e relazionale. Chaosmos, appunto. La creatio continua per Keller non è imposizione dall’esterno di una forma sul caos da parte di un potere sovrano, ma emergenza costante di forme dentro una profondità che non smette mai di eccedere le forme stesse, irradiando un’episteme caotica, vale a dire un sapere segnato da interconnessione, indeterminazione e complessità non lineare, dispiegando così una vera e propria teologia del divenire (Keller 2003).
Frontiera/nepantla
Come Keller, anche Gloria Anzaldúa si è occupata a lungo della relazione tra spiritualità e politica, pur con parametri e strumenti differenti, chiamando attivismo spirituale la sua pratica fondata su un’epistemologia non binaria e interconnessa, oltre che su un’etica incorporata e orientata al cambiamento sociale. Il suo grande merito ha riguardato la capacità di incardinare sul piano soggettivo ed esistenziale le implicazioni derivanti dal trovarsi in una zona di interferenza. Ha chiamato tutto ciò nepantla, parola nahuatl (lingua indigena messicana) che sta a indicare uno spazio di mezzo – che al contempo esiste e non esiste – tra umano e più-che-umano, tra anima individuale e anima mundi, ma anche ponte tra la dimensione materiale e quella immateriale, tra lo spazio politico e quello sociale, da una parte, e l’esperienza interiore dall’altra, pratica di trasformazione del mondo e di lavoro su di sé.
Preme quindi ribadire come con il nepantla ci addentriamo in un chaosmos nettamente incarnato, non in un campo di forze astratto; esperienza in prima persona tra mondi, identità, linguaggi e cosmologie; esperienza affascinante e inquietante insieme, attraversata da perdita di coordinate, quindi fonte di disorientamento, dove possono affiorare sogni e possibilità di trasformazione, ma anche effetti di violenze coloniali, migrazioni forzate e marginalità sistemiche. In questo modo nepantla diventa la soglia vissuta del chaosmos, luogo situato, sul piano sia storico che soggettivo, in cui la separazione tra spirituale e politico si incrina, e dove – nell’inquietudine dell’inedito e nell’attraversamento di memorie, ferite interiori e cosmologie in tensione – possono emergere forme di vita che non appartengono più a nessuno dei due campi, ma chiedono una buona volta di essere riconosciute, coltivate e agite (Anzaldúa 2022).
Chaosmos incarnato, si è detto poco sopra. Meglio: chaosmos interincarnato, dovremmo dire, seguendo Keller. Introducendo questa parola – interincarnation – Keller vuole mettere in discussione non solo il dogma cristiano dell’incarnazione – evento isolato e eccezionale di una sostanza divina che decide di prendere abitazione in un corpo umano -, ma, anche qui, riconoscere un processo continuo di co-implicazione dei corpi, delle vite, del cosmo. Nessun soggetto è autonomo o autosufficiente, siamo sempre già dentro relazioni che ci costituiscono e il divino è questo divenire relazionale che tiene insieme apertura caotica e possibilità di forma, senza fissarle una volta per tutte.
Per Keller un corpo è prima di tutto un intreccio di relazioni, una zona di contatto e l’incarnazione/interincarnazione non è confinata all’umano, né al vivente o al biologico in senso stretto, ma è qualcosa che continua ad accadere tra umani e non-umani, tra viventi e materia, tra tempo storico e profondità cosmica, coinvolgendo corpi umani e animali, ecosistemi e pianeti, testi e linguaggi (Keller 2017).
Come per Anzaldúa, anche per Keller la zona d’interferenza non è più solo luogo di contatto tra sistemi, ma frontiera corporea vissuta, in cui l’interincarnazione diventa percepibile. In questo modo, riprendendo il tema misticopolitico, possiamo ad esempio vedere il divenire-con dei corpi agire relazioni e cosmologie implicite, oppure veder affiorare nell’azione politica dimensioni spirituali o componenti estatiche, così come nella ricerca e nella pratica spirituale riconoscere l’incidenza di strutture materiali e storiche. Non è che qui i campi si mescolino alchemicamente, è che s’intrecciano e si ridefiniscono perché in realtà non erano mai davvero separati.
Interferenza misticopolitica
Veniamo alla misticopolitica. E’ stata Antonietta Potente a usare per la prima volta questa espressione: ciò che secondo lei presentifica oggi l’intreccio tra mistica e politica poggia sul fatto che entrambe riguardano direttamente la vita e tutto ciò che essa implica, non solo la vita umana, ma quel “complesso groviglio dell’umano più umano, sia individuale che collettivo; ecosistema e compatibilità tra gli esseri umani e il cosmo e, dunque, pratica politica” (Potente 2014). Questa intuizione misticopolitica si genera a sua volta come esito dell’incontro con alcune correnti teologiche che hanno segnato il Novecento. Avendo vissuto per decenni in Bolivia, Potente ha ereditato dalla Teologia della Liberazione latinoamericana il motivo che la salvezza non è un fatto puramente spirituale o ultraterreno, ma passa attraverso un processo di liberazione storica e politica. Non solo: la misticopolitica innesta sul focus verso l’analisi socio-economica una dimensione più sensibile, corporea e cosmica, propria delle culture indigene andine. Ma non si possono sottacere altre provenienze, come la teologia politica di J.B. Metz, il quale si é sempre opposto a una spiritualità puramente interiore e privata, ricorrendo per questo a un’espressione paradossale: “mistica degli occhi aperti” (Metz 2013). Se la parola “mistica” deriva dal greco myein (μύειν), che significa “chiudere”, in particolare riferito agli occhi e alla bocca, evocando un atteggiamento di riserbo, silenzio e contemplazione interiore, il riferimento di Metz agli occhi aperti sta invece a indicare una spiritualità attiva, sensibile alla carne del mondo.
Ma la misticopolitica così tratteggiata si pone comunque lungo l’asse della tradizione cristiana, al contrario qui, come in altri lavori (Battistutta 2022), intende posizionarsi lungo una prospettiva non confessionale, senza scelte preferenziali di campo, collocandosi integralmente nel viluppo del tempo presente, dentro ciò che è stata definita spiritualità secolare (o post-secolare a seconda dei nuclei teorici di riferimento), cogliendone le emergenze in corso, le domande, le speranze, così come le urgenze e le inquietudini. Non si tratta di cancellare le religioni e la loro storia, ma di attraversarle effettuando intrecci e assemblaggi.
A questo proposito è interessante il concetto di transreligiosità che descrive la componente trasgressiva implicita nella spiritualità, focalizzandosi sulla trasversalità degli spazi, dei corpi e delle pratiche, evidenziando come le esperienze religiose spesso superino i confini istituzionali e dottrinali, manifestandosi in forme ibride e interconnesse che riflettono la complessità delle identità e delle pratiche spirituali, soprattutto oggi, dove la spiritualità si configura sempre meno in termini di appartenenza esclusiva e sempre più come pratica dinamica e interconnessa (Panagiotopoulos e Roussou 2022).
Fatta questa premessa, si tratta ora di entrare e districarsi nel groviglio di chaosmos, interferenza, interincarnazione, transreligiosità e misticopolitica. Il chaosmos ci mostra un eccesso di vita, l’intreccio di energie creative, di flussi e di linee di fuga che premono per produrre nuove forme di vita; il chaosmos si è rivelato qualcosa di costitutivamente relazionale e generativo, ma altamente instabile; al suo interno si danno interferenze, zone di frontiera dove forme di sapere e di vita si perturbano, suscitando attenzione e meraviglia, ma anche disorientamento e pericolo. La misticopolitica è un invito a sostare e abitare queste soglie, apprendendo a discernere le emergenze e condividere quelle dai tratti comunitari e solidali.
Emergenza è parola doppia, indicante tanto novità quanto pericolo e, del resto, non può esserci novità senza messa in crisi dell’ordine precedente (fra l’altro è in questa duplice accezione che Stan Grof parlava di “emergenza spirituale”, confinandola però a evento per lo più individuale, Grof e Grof 1993).
Ma c’è un ultimo punto, molto importante da menzionare. L’emergenza a cui qui ci si riferisce non mitizza certo il ritorno a un supposto cosmo armonico di età passate, ma non si confina neppure dentro i recinti della spiritualità-wellness contemporanea. Attenzione quindi a leggere chaosmos e interferenza in modo troppo celebrativo o vitalista. Parliamo della co-costituzione di corpi, mondi, affetti e pratiche dentro il chaosmos delle relazioni presenti, ben consapevoli che il chaosmos contemporaneo non è neutro, ma è già attraversato, modulato e messo all’opera dal capitalismo neoliberale, il quale è quanto mai abile a catturare fluidità, differenze, creatività, finanche la stessa spiritualità. Abbiamo da tempo appreso che l’orizzonte neoliberale non funziona solo attraverso la rigidità disciplinare e le politiche securitarie, ma tramite flessibilità, instabilità, esposizione permanente e continua auto-trasformazione. Esige soggetti continuamente ottimizzabili, flussi calcolabili e governabili, adattabilità e innovazione da mettere a valore.
Dentro questo contesto, alquanto insidioso, si tratta di riattivare sensibilità non immediatamente catturabili: temporalità non produttive, relazioni non estrattive, ritualità non mercificabili, spazi di presenza e di attenzione reciproca in cui condividere la propria e l’altrui vulnerabilità. In altre parole, aggregazioni non traducibili nei codici della valorizzazione neoliberale. Se è vero che il chaosmos contiene anche il capitalismo, il quale ha anzi imparato a vivere e a riprodursi dentro l’instabilità, il problema è creare modalità di relazione e di pratiche che sottraggano l’interferenza alla sua cattura estrattiva e performativa, per percepire il carattere pulsante, eccedente e relazionale del mondo, producendo sufficiente forma da rendere possibile la vita comune, lasciando sufficiente interferenza da impedire catture o chiusure dogmatiche.
Qui si aprono scenari e piste da indagare: come attraversare l’instabilità senza trasformarla in competizione permanente o in marginalizzazione e ghetto? Come distinguere le interferenze che aprono possibilità condivise da quelle che alimentano nuove catture, nuove dipendenze e nuove forme di dominio? Quali pratiche, ritualità, temporalità e relazioni possono dislocare corpi, bisogni e desideri rispetto alla governance neoliberale? Come sopportare l’interferenza senza ricadere dentro dispositivi di immunizzazione, cercando protezioni identitarie o dispositivi di controllo, rendendo al contrario percepibile e auspicabile l’interincarnazione di fronte a una società fondata sulla separazione, sulla prestazione e sull’agonismo?
E’ proprio su questo territorio, singolare e comune, pratico e sensibile, che si misura e si misurerà l’interferenza misticopolitica.
P.S.: Si sarà notato come nel presente testo abbondino i neologismi: chaosmos, interincarnazione, transreligiosità, misticopolitica. Tale ricorso non è dovuto a motivi ornamentali di estetica letteraria, ma al fatto che le parole messe a disposizione dai vocabolari oggi funzionano sempre meno in quanto non riescono a parlare con pienezza del tempo che stiamo vivendo dinanzi all’emergere di fenomeni, relazioni ed esperienze che fuoriescono dalle consuete categorie e partizioni disciplinari. L’uso quasi inflazionistico del prefisso “post-” (post-moderno, post-secolare, post-umano …) ne è un sintomo lampante: si designa qualcosa attraverso una negazione temporale, senza riuscire a dare denominazione positiva al luogo storico del proprio pensiero o della propria esperienza. Non si tratta di pigrizia mentale, ma il segno della condizione storica in cui ci troviamo, periodo di transizione, a volte paludoso, in cui l’interrelazione tra passato, presente e futuro si rivela nella sua criticità, senza riuscire a ricomporsi in una nuova configurazione lessicale. E anche questo è un segno di interferenze con cui fare i conti.
Riferimenti
- Anzaldúa G., Luce nell’oscurità, Milano, Meltemi 2022.
- Battistutta F., Misticopolitica. Orizzonti della spiritualità post-religiosa, Arcidosso, Effigi 2022.
- Deleuze G., Guattari F., Che cos’è la filosofia, Torino, Einaudi 1996.
- Deleuze G., Guattari F., Mille piani, Napoli-Salerno, Orthotes 2017.
- Grof S., Grof C. (a cura di), Emergenza spirituale, Como, Red/studio redazionale 1993.
- Guattari F., Caosmosi, Genova, Costa & Nolan 1996.
- Potente A., Segrete trame della vita: il complesso tessuto misticopolitico, http://www.diotimafilosofe.it/larivista/segrete-trame-della-vita-il-complesso-tessuto-misticopolitico/.
- Keller C., Interincarnations. Exercises in Theological Possibility, New York, Fordham 2017.
- Keller C., Face of the Deep. A Theology of becoming, London-New York, Routledge 2003.
- Metz J.B., Mistica degli occhi aperti, Brescia, Queriniana 2013.
- Panagiotopoulos A. e Roussou E., We have always been transreligious: An introduction to transreligiosity, “Social Compass”, n.4/2022.
- Thom R., Parabole e catastrofi, Milano, Il Saggiatore 1980.
Federico Battistutta è un ricercatore indipendente nel campo del religioso contemporaneo, si interessa in particolare di aree di frontiera (spiritualità secolare e misticopolitica, ecosofia ed ecospiritualità, dialogo interreligioso e interculturale). Il suo ultimo libro è Misticopolitica. Orizzonti della spiritualità post-religiosa (2022). Fa parte del Collettivo Trickster.
Parole chiave: misticopolitica; interferenza; chaosmos; catastrofe; frontiera