Un’ontologia delle droghe?
Alcune prospettive critiche

Osvaldo Licini, Castello in aria, 1933-1936
di Lorenzo Curti
Chiedersi se le droghe psichedeliche siano ontologicamente differenti dalle altre droghe richiede di definire che cosa intendiamo innanzitutto per droga — e per droghe psichedeliche. Ci riferiamo a delle molecole? A delle piante o dei funghi? Oppure agli effetti che le sostanze producono su di noi? Qual è l’essenza di una droga? Cerchiamo questa essenza delle droghe in qualcosa di spirituale, in qualcosa di scientifico, in un concetto filosofico (e di quale filosofia)?
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Nella risposta che Vanni Santoni dedica all’articolo di Matteo Colombani pubblicato sul nostro sito, nel quale venivano discussi due testi, tra cui La verità su tutto proprio di Santoni, compare una domanda e un’affermazione che vale la pena prendere in considerazione molto seriamente. Facciamo riferimento a ciò che si chiede Santoni, e cioè: “gli psichedelici sono ontologicamente differenti rispetto alle altre sostanze?”, interrogativo a cui più avanti risponde citando un conduttore radiofonico che commenta proprio un testo di Santoni, Gli interessi in comune, che “raccontava la storia di alcuni ragazzi che scoprivano che gli psichedelici erano ontologicamente differenti dalle droghe.” Perché è per noi interessante soffermarsi su questa domanda e su questa risposta che viene offerta? Crediamo che il punto problematico sia nell’utilizzo del termine “ontologicamente”: come noto, il concetto filosofico di ontologia può essere tradotto come “discorso sull’essere” ed è inquadrabile nel più ampio contesto della speculazione metafisica, per definizione il campo della filosofia.
Ora, la questione è che parlare di ontologia non è mai neutrale: il concetto di essere è stato sempre qualcosa di caldo, connotato culturalmente, politicamente, scientificamente. Non crediamo, come è stato sostenuto da diversi filosofi sovrastimando il potere della filosofia, che l’ontologia e la filosofia determinino necessariamente la società modificandola con un intervento diretto, ma senz’altro sono strumenti critici e di lettura della realtà che non sono e non possono essere neutri.
A mo’ di esempio, possiamo citare il Foucault di Storia della follia nell’età classica: la nota massima cartesiana “Cogito ergo sum” (penso dunque sono) sancisce un confine tra chi ha un essere perché pensa, e chi è escluso dal gioco dell’essere, il folle non pensante che dunque viene escluso o recluso nel manicomio. O ancora, se l’essere è legato al pensiero, così come alla poco neutrale ontologia cartesiana, per anni si è giustificato il maltrattamento di piante e animali, considerati inferiori e meno degni di “essere” perché non pensanti — in un passaggio del Discorso sul metodo Cartesio arriva a sostenere che gli animali siano come delle macchine, degli automi. Dunque, parlare di ontologia richiede innanzitutto una chiarificazione di cosa si intende per essere e ontologia: che cosa definisce per noi l’essenza di qualcosa? Questo diventa ancora più complicato se ci mettiamo di mezzo che la nostra ontologia si confronta non direttamente con l’essere ma con le parole, le categorie e i concetti con cui noi maneggiamo non tanto quello che Kant definiva l’inconoscibile cosa in sé ma quello che chiamava il fenomeno, cioè ciò che si rende manifesto della realtà (conosciamo e osserviamo le cose tramite i sensi che sono già un filtro che modificano la realtà, sensi a loro volta plasmati dagli universi culturali e simbolici che abitiamo e che ci abitano). Riprenderemo più avanti la questione del linguaggio. Chiedersi se le droghe psichedeliche siano ontologicamente differenti dalle altre droghe richiede di definire che cosa intendiamo innanzitutto per droga — e per droghe psichedeliche. Ci riferiamo a delle molecole? A delle piante o dei funghi? Oppure agli effetti che le sostanze producono su di noi? Qual è l’essenza di una droga? Cerchiamo questa essenza delle droghe in qualcosa di spirituale [1], in qualcosa di scientifico, in un concetto filosofico (e di quale filosofia)? È chiaro che se ci riferiamo a delle molecole e alle piante ci si trova un po’ costretti far ricorso alla chimica e alla biologia, e dunque a dei discorsi scientifici per definire un campo ontologico che ha, però, inevitabilmente delle caratteristiche di transitorietà. Infatti, nulla vieta di pensare che la ricerca scientifica possa prendere delle cantonate biologiche o chimiche su alcune molecole, su alcune piante e via dicendo. Ma, soprattutto, se stiamo pensando alle piante e alle molecole il concepirle ontologicamente come droghe (dunque sostanze psicoattive), richiede che ci stiamo dotando di una visione teleologica, molto difficile da condividere e sostenere. Per chiarire: significa pensare che, ontologicamente, le molecole prodotte dalle piante e dai funghi esistano per essere delle droghe e cioè che siano spuntate perché un bel giorno degli esseri umani le avrebbero consumate e perciò conosciuto gli effetti poderosi di queste sostanze, contenute e nascoste nello scrigno di un fungo o di una pianta per chissà quanti millenni se non milioni di anni (parliamo dei tempi dell’evoluzione). Questa è una visione creazionista e antropocentrica: le droghe esisterebbero in funzione di chi produce e forgia i concetti ontologici e di chi può godere, o patire, dell’effetto delle sostanze. Evidentemente, l’evoluzione non funziona con questo tipo di teleologia: non ha un fine se non quello della sopravvivenza della specie. Allora, per fare un esempio, l’ipotesi più accreditata per quanto riguarda gli Psilocybe, il genere per eccellenza dei funghi psichedelici, è che molto probabilmente producano psilocibina per difendersi dagli attacchi di insetti e in generale predatori fungivori ed evitare di essere mangiati prima di arrivare alla sporatura, che garantisce la riproduzione e la sopravvivenza della specie (Meyer & Slot, 2023). Stesso dicasi per l’ergot, il fungo che produce la segale cornuta, da cui Hoffmann sintetizzò per caso l’LSD. Per millenni l’ergot è stato principalmente un problema sanitario e sociale (vedasi gli eventi ascrivibili al consumo di segale cornuta nel Medioevo ma anche l’interessante caso di Alicudi, l’isola siciliana dove pare che per anni si sia mangiato pane prodotto con la segale, come raccontato in un libro recente da Tommaso Ragonese), che dimostra l’aggressività di questo fungo, sia in quanto parassita sia per gli effetti tossici su chi li consuma [2].
Pensare che queste piante producano queste molecole per far sballare, o per indurre visioni mistiche nel più ‘nobile’ dei casi, gli esseri umani è chiaramente una visione antropocentrica. Così come è evidente che ci sia una differenza notevole tra gli effetti del consumo delle piante psicoattive e quelli delle molecole estratte o sintetizzate dalle stesse piante (tra cui la coca e il khat, ben diversi negli effetti da cocaina e catinoni sintetici). Il modo in cui definiamo l’essenza di qualcosa è allora anche relativo alla tecnica e alla cultura in cui queste vengono definite, categorizzate ed estratte in modo tale da avere una funzione ben mirata. La categoria degli oppioidi non è mai esistita finché non sono esistiti strumenti chimici di estrazione e sintesi: esisteva l’oppio, al più il laudano, ma era noto come prodotto erboristico, tratto dal papavero, e solo a partire dall’Ottocento si sono definiti gli strumenti per definire una categoria di molecole. E, di nuovo, le parole sono centrali nel definire il campo dell’emergenza di nuovi termini per indicare nuove droghe. Rispetto alla questione del linguaggio, Santoni, a un certo punto, fa una considerazione: “Ma anche la questione terminologica è un altro tema, per quanto appassionante (con il suo sottotema: se “psichedelici” è sicuramente scientificamente più acconcio di “allucinogeni”, che dire di “enteogeni” e di altri nuovi termini? […]): se ci chiedessimo se gli enteogeni sono ontologicamente differenti dalle altre sostanze, il succo della domanda non cambierebbe”. Ecco, il punto è che, a differenza di quanto sostiene Santoni, il succo della domanda cambia eccome nello spostare l’accento terminologico. E questo, proprio a proposito di quello che Santoni chiama framing, che giustamente lo scrittore mette in luce in rapporto agli elementi sociali, storici e contestuali (potremmo parlare di ‘paradigma’) all’interno del quale le sostanze vengono consumate. Però, più che affiancarlo a drug, set e setting — la nota triade rielaborata da Norman Zinberg (1984/2019) per studiare gli effetti delle sostanze con un approccio sistemico — si tratta di notare che questo framing è una estrazione di un concetto che è già pienamente presente in setting, di cui Santoni cita l’aspetto contestuale più immediato (l’ambiente o le persone che ci circondano nel momento dell’esperienza). Zinberg, infatti, includeva nel setting gli aspetti sociali, culturali e politici, come ad esempio le differenze abissali che può comportare il consumare una sostanza in un periodo storico proibizionista o in uno non proibizionista.
Dunque, se il contesto culturale, e perciò anche linguistico, ha un ruolo, i tre termini, “psichedelico”, “allucinogeno” ed “enteogeno” ci riportano a tre contesti teorici — e pratici — decisamente diversi, che producono degli effetti diversi nel momento in cui vengono articolati. Il framing, o setting sociale, è plasmato innanzitutto dal linguaggio — anche se non solo — e pensare il framing senza la potenza incisiva del linguaggio e delle parole significa averne una concezione solo parziale.
“Allucinogeno” è un concetto prodotto dal discorso medico e, più precisamente, da quello psichiatrico: rimanda a un sintomo, rievoca la psicosi (altro termine desueto in ambito psichiatrico è quello di psicotomimetico, basato sull’idea, poi abbandonata perché priva di un riscontro, che gli psichedelici mimassero gli effetti delle condizioni psicotiche) ed è già una definizione di campo che rinvia a una dimensione intrinsecamente negativa. “Psichedelico”, rivelazione della psiche, è un termine ideato dallo psichiatra Osmond in un carteggio con il celebre scrittore Huxley qualche anno prima del clima del mondo intellettuale degli anni Sessanta, che rievoca invece la dimensione di sperimentazione e di autoscopia interiore e che tanto ha caratterizzato il discorso hippy e della controcultura dell’epoca. Infine, “enteogeno” non è affatto una definizione neutrale e sovrapponibile a psichedelico: ci riporta, infatti, a una dimensione spirituale per cui si “genera il dio in noi”. Presuppone, perciò, che si creda in qualche forma di dio e che quest’ultimo possa essere esperito dentro di noi in un’esperienza mistica o, addirittura, che gli psichedelici possano essere veicolo di una conversione spirituale o addirittura di una fede. Dunque, dalla dimensione psicologica-interiore della psichedelia a quella spirituale-mistica dell’enteogenia. Stessa cosa vale per i famigerati “altered states of consciousness”, termine coniato negli anni Sessanta dallo psichiatra americano Arnold Ludwig — tra l’altro con ottime intenzioni di ricerca da parte di quest’ultimo. Questo concetto sembra, infatti, rimarcare una visione per cui ci siano stati di coscienza leciti e “normali”, a fronte di altri “alterati” e, dunque, distorti rispetto alla realtà normale (cfr. a proposito la conversazione tra Francesco Gottardo e Alessandro Pacco sul nostro sito). Quando si parla di framing o setting culturale, si parla dunque anche di come le parole modifichino e imprimano una determinata direzione al modo in cui interpretiamo la realtà, tenendo a mente che in una determinata cultura possono coesistere diverse spinte, percezioni, rappresentazioni dello stesso oggetto.
Ed è per questo che la costante rievocazione dei Misteri Eleusini — per il quale ci possiamo basare solo sulle suggestive ipotesi dell’archeoetnobotanica, ancora tutte da discutere — come fondamento della cultura occidentale nel contesto psichedelico ci pare opinabile. E, anche se così fosse, il risultato sarebbe che ci portiamo appresso nell’Occidente da migliaia di anni visioni ontologiche, come quella di Platone, iniziato ai Misteri, dove il corpo viene rappresentato come una prigione, zavorra dell’anima, e dove tutto ciò che ci circonda è finzione e l’unica realtà sono solidi geometrici che vivono nel mondo delle Idee, a causa della psichedelia, e questo non le farebbe esattamente onore. Ovviamente, senza nulla togliere alla massiccia grandezza filosofica del genio di Platone, ci sembra che certe eredità ascrivibili, se è vero, alle iniziazioni dei Misteri Eleusini siano da criticare piuttosto che da rivendicare. Il ritorno a Eleusi auspicato da molti senz’altro è affascinante [3], ma conviene tenere a mente come questa mitizzazione non sia altro che un modo per rinchiudere la storia del pensiero e l’evoluzione della complessità della storia umana a partire dalla selezione arbitraria di una genesi, peraltro incerta.
La questione, allora, non è tanto quella di riconoscere o non riconoscere l’effettiva esistenza di differenze tra le sostanze ma è quella di non creare barriere e confini su presupposti apparentemente neutrali, cioè l’ontologia, ma che in realtà si portano con sé pregiudizi, impostazioni teoriche e inevitabili effetti pratici. Non si tratta neanche di astrarre dal mondo delle droghe le sostanze psichedeliche, come se queste ultime non avessero degli effetti alteranti (positivi o negativi che siano) e come se le droghe fossero intrinsecamente negative. Questo non significa mettere in discussione gli effetti interessanti, stupefacenti e anche rivelatori, nonché curativi e trasformativi, di queste sostanze, ma significa anche non rinchiuderle in una differenza ontologica che rischia di essere una prigione. E il fatto che, come giustamente indica Santoni, ci sia uno spostamento terminologico rispetto alle sostanze psichedeliche da droghe a farmaci è senz’altro interessante ma andrebbe ridimensionata: in lingua inglese la parola drug (cioè quello in cui è scritta la letteratura scientifica e medica), come nel greco antico pharmakon, significa da sempre sia droga che farmaco e, seguendo il Platone del Fedro e il Derrida di La farmacia di Platone, ogni droga o farmaco contiene in sé i poli della cura e del veleno. Certo, il fatto che questo crei un’aura di preferibilità degli psichedelici in virtù di un loro utilizzo in medicina rivela qualcosa di interessante, cioè il potere del discorso medico e farmaceutico e dunque della tecnica. Non solo, parlare di farmaceutica e tecnica e il fatto che nell’orizzonte della ricerca scientifica occidentale la questione della psichedelia sia sviluppata all’interno del modello psichiatrico contemporaneo risultano come campanelli di allarme rispetto al ruolo che il sistema economico (il capitalismo) e di potere può avere su queste sostanze. Non è un caso che la Silicon Valley, sede del potere politico, economico e tecnico della contemporaneità sia tra i principali promotori del cosiddetto Rinascimento Psichedelico. Rimando agli sviluppi critici di Maria Laura De Rosa sugli aspetti etici e clinici e all’articolo di Jessica Murano che riflette su politica e psichedelia a partire da una prospettiva femminista, che sono stati pubblicati sul nostro sito.
L’unica possibile “ontologia” pensabile per le sostanze è un’ontologia relazionale, che si basi non tanto su una presunta essenza in sé di un oggetto (molecola o pianta che sia), ma dell’inevitabile costante incontro-scontro tra soggetti e droghe, nei contesti storici, sociali e individuali più vari. Questo significa anche che è un’ontologia “per modo di dire” e che non si sta parlando di un’ontologia in termini di costruzioni di categorie stabili riguardanti l’essere, quanto di processi in divenire che mettono radicalmente in discussione ogni possibile fissità di un’ontologia ma anche la coppia gnoseologica soggetto-oggetto, dove il primo ‘colonizzerebbe’ o ‘dominerebbe’ il secondo. Nella pratica questo significa, per fare uno dei tanti possibili esempi, che a volte gli psichedelici per alcuni soggetti possono essere per diverse ragioni estremamente più pericolosi di altre sostanze (anche quelle con un alto tasso di dipendenza o di tossicità come eroina e cocaina, del cui uso e abuso non vogliamo di certo fare alcuna apologia). Il rischio, peraltro, sarebbe che di ogni categoria si potrebbe dire che è ‘ontologicamente differente’ dalle altre per via delle loro specificità peculiari. Dunque, la questione non è il mettere in discussione che ci siano delle differenze chimiche, di tossicità (considerando che non esiste sostanza chimica che sia in sé atossica), di effetto, delle sostanze, ma è quella di non creare facili contrapposizioni “ontologiche” tra droghe a partire dalle quali c’è la possibilità che si producano, anche senza volerlo, le categorie di droghe “buone” e di droghe “cattive” e, ancor più grave, di soggetti “buoni” che usano le sostanze “buone” e di “cattivi” che usano quelle “cattive”. Questo avviene perché c’è il rischio che categorie ontologiche relative alle sostanze possano diventare la porta di accesso a una definizione morale delle sostanze. D’altronde, se alcune vengono dipinte come occasione di una trasformazione soggettiva e spirituale e altre continuano a essere narrate (a proposito di framing, la narrazione, mediatica e non, gioca un ruolo fondamentale) come la via che apre alla perdizione, allo stigma e alla disapprovazione sociale, non si può che inasprire le già presenti dolorose discriminazioni, figlie del proibizionismo, che sono pervasive nel framing o setting sociale contemporaneo.
Infine, rispetto alla questione politica, più che a pensare che un’intenzione posta dentro o fuori l’esperienza psichedelica possa essere un motore di uno sguardo e un cambiamento politico e culturale, si tratta di far sì che uno sguardo politico e critico sia presente proprio nel modo in cui si rapporta all’approccio e all’uso di sostanze, incluse quelle psichedeliche, che sono anch’esse inserite in un campo politico non neutrale. Solo partendo da uno sguardo critico e politico saremo in grado di non cadere nel rischio di replicare dinamiche colonialiste, come sta già, almeno in parte, avvenendo con il turismo psichedelico, fenomeno di massa per cui molti occidentali si recano in Amazzonia per provare l’ayahuasca, per non parlare degli hippy che assaltarono il Messico e Maria Sabina dopo le scoperte dei funghi psilocibinici da parte di Gordon Wasson, che tradisce Maria Sabina e ne svela l’identità. Non solo, l’utilizzo di piante provenienti da altre parti del mondo ci interroga su come ci si approvigiona di questi vegetali e che tipo di economia innescano — per non menzionare la passata devastazione della crescita spontanea del peyote, la cui raccolta adesso è consentita solo a scopi rituali. La questione si complica ancor di più se pensiamo che una sostanza psichedelica come la 5-meo-dmt viene ricavata da dei rospi. Infine, l’uso degli psichedelici può essere qualcosa che modifica il quadro della salute mentale e della cura solo e soltanto se viene accompagnato da una messa in discussione critica e condivisa del modello vigente: la presenza di queste sostanze nella ricerca non è garanzia di una trasformazione, e infatti sembrano essere state finora inglobate in una logica medica e farmacologica non così dissimile da quella che domina le restanti molecole.
Anche questo, però, è una questione di come noi pensiamo e perciò ci rapportiamo con queste sostanze e non tanto di quanto la loro essenza sia a prescindere determinata in una categoria.
Note:
[1] Ovviamente, esistono ontologie spirituali ben definite — anche se sarebbe più corretto in realtà parlare di cosmologie e visioni del mondo piuttosto che disquisizioni sull’essere — in molti popoli che sono cresciuti con certe sostanze e piante, ma è molto difficile e anche discutibile eticamente appropriarsene in una modalità pret-a-porter — come viene spesso fatto oggi nel cosiddetto turismo psichedelico. [2] Come sostiene Matteo Colombani nella sua recensione di un libro di Alessandro Bertante, la segale cornuta potrebbe anche avere giocato un ruolo nelle epidemie coreutiche di stampo ribellistico.[3] Si può ricordare che prima ancora che Demetra provi l’effetto inebriante del ciceone (la bevanda iniziatica dentro al quale si ipotizza fossero presenti alcaloidi psichedelici) sia stato l’anasyrma di Baubo che alza la gonna mostrando i genitali a spezzare il dolore di Demetra. Se prendessimo questa come prospettiva sarebbe un ritorno a Eleusi tutto diverso.Bibliografia:
Meyer, M., & Slot, J. (2023). The evolution and ecology of psilocybin in nature. Fungal genetics and biology : FG & B, 167, 103812. https://doi.org/10.1016/j.fgb.2023.103812
Zinberg, N. E. (1984/2019). Droga, set e setting. Edizioni Gruppo Abele, Torino.
Parole chiave: ontologia, sostanze, psichedelici
Lorenzo Curti, psicologo, membro del Collettivo Trickster. I suoi interessi di ricerca sono rivolti all’intreccio della psicoanalisi con più campi del sapere, tra cui la letteratura, i processi artistici, la filosofia e la riflessione sulla tecnica.