L’utopia psichedelica: rischi e controversie correlati all’utilizzo di sostanze psichedeliche nella pratica clinica

di Maria Laura De Rosa
Si presenta una riflessione critica inerente il Rinascimento psichedelico, in particolare rispetto all’utilizzo di psichedelici nella pratica clinica. L’articolo si sviluppa su un doppio binario: da una parte, l’indagine si sofferma sui potenziali rischi nell’utilizzo di questi composti nell’ambito della salute mentale, dall’altra, si affrontano alcune questioni etiche e socio-culturali correlate all’uso di tali sostanze.
L’articolo è apparso per la prima volta su Altrove n. 23 (2022), pp. 164-188.
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1. INTRODUZIONE: l’hype mediatico riguardante le terapie psichedeliche – “The Pollan effect”
La ricerca clinica e pre-clinica sull’utilizzo terapeutico, in particolare in ambito psichiatrico, delle sostanze psichedeliche sta avanzando moltissimo in diversi Paesi e le crescenti promesse delle cosiddette “terapie psichedeliche” nutrono sempre più delle magiche aspettative nel vasto pubblico. Negli ultimi anni, il cosiddetto “Rinascimento psichedelico” ha sovvertito la concezione comune di questi composti: da illegali portatori di morte e perdizione, si stanno trasformando in medicinali miracolosi (Abraham, Andrew, Prashant: 1996). Così, l’underground contro-culturale, tenuto in vita da pochi studiosi in sessant’anni di proibizionismo, sta lasciando il posto al mainstream e alla proficua industria della salute.
La curiosità nei confronti di queste sostanze è cresciuta progressivamente negli ultimi decenni, sconfinando l’ambito della ricerca scientifica e arrivando all’editoria commerciale (fenomeno già analizzato nei più recenti numeri di “Altrove” (2021), come negli articoli scritti da Gilberto Camilla e Matteo Colombani), alla stampa – anche italiana – e ai media di massa, fino ad approdare su Netflix (“How to change your mind” – documentario basato sul best seller del giornalista americano Michael Pollan (2018))!
Se da un lato questo hype mediatico ha il merito di offrire al grande pubblico uno sguardo de-stigmatizzato sulle sostanze psichedeliche, dall’altro rischia di creare falsi miti nel senso opposto, finendo per idealizzare questi composti come panacea di tutti i mali e sottovalutarne rischi e pericoli
L’utilizzo medico degli psichedelici è descritto dai media come una rivoluzione per il sistema di salute mentale, che sembra trarre dei benefici magici nel trattamento della maggior parte dei disagi psichici del nostro tempo (Ellenhorn: 2020). La scienza psichedelica si autoproclama all’avanguardia, eppure resta fermamente focalizzata sullo sviluppo di terapie per disturbi definiti dai soliti modelli antiquati, in primis dal “Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders” – DSM.
Sembra che molti ricercatori dimentichino un assunto fondamentale: «Psychedelic drug effects are sensitive to the context of their use, to the point of being dubbed “non-specific amplifiers” of awareness – Gli effetti delle sostanze psichedeliche dipendono dal contesto in cui queste vengono utilizzate, al punto da poterle definire come degli “aspecifici amplificatori della consapevolezza”» (Grof: 1975).
Alcuni ricercatori del settore iniziano a prendere consapevolezza dei rischi di questo fenomeno. Come Rosalind Watts, psichiatra della “Multidisciplinary Association for Psychedelic Studies” – MAPS che ha recentemente dichiarato: «Non posso fare a meno di pensare di aver inconsapevolmente contribuito a una narrazione semplicistica e potenzialmente pericolosa sugli psichedelici; una narrazione che sto cercando di correggere» (Dickinson, Mugianis: 2021).
In un nuovo articolo pubblicato sul Journal of the American Medical Association, il Professor Yaden, insieme ai coautori Roland Griffiths e James Potash (2022), esperti rispettivamente di psichedelia e di psichiatria, sostiene che, se non si procede con cautela, la ricerca sugli psichedelici potrebbe tornare al punto di partenza: a essere vista cioè con grande sospetto, se non addirittura vietata. «Non voglio passare per il guastafeste penso che ci sia un motivo reale per essere entusiasti. Ma credo anche che sia un messaggio molto importante da diffondere».
Quello che era inizialmente visto come una flebile speranza di trovare nuovi modi per trattare le malattie mentali si è trasformato in vera e propria disinformazione, sostiene Yaden, e nella circolazione di teorie bizzarre o semplicemente infondate. Ad esempio, quella secondo cui le sostanze psichedeliche sarebbero in grado di “curare” le malattie mentali, risolvere enormi problemi sociali e favorire la nascita di un’“utopia psichedelica”. Ci troviamo in quella che Yaden e i suoi coautori definiscono «la bolla dell’hype psichedelico». E secondo gli esperti dovrebbero essere gli scienziati stessi a farla scoppiare.
Il presente articolo tenta di offrire una breve panoramica sulle problematiche riguardanti le attuali ricerche cliniche con sostanze psichedeliche e su quali potrebbero essere i rischi di una completa medicalizzazione e commercializzazione su larga scala di queste.
2. CRITICHE METODOLOGICHE
Il cosiddetto “Rinascimento psichedelico” sta cambiando profondamente il nostro punto di vista sulle droghe allucinogene, quantomeno in ambito accademico. Dopo decenni di indifferenza e stigma, le sostanze psichedeliche sono considerate sempre di più come degli strumenti molto promettenti, sia in ambito psichiatrico che nella ricerca neuroscientifica (Langlitz: 2012). Inoltre, MDMA (3,4-metilenediossimetanfetamina) e psilocibina stanno per essere approvate per la commercializzazione per l’utilizzo nel trattamento del Disturbo Post-traumatico da Stress (Post-traumatic Stress Disorder – PTSD) e della depressione resistente al trattamento (Muthukumaraswamy, Forsyth, Lumley: 2021).
Queste ed altre condizioni psicopatologiche richiedono terapie più efficaci rispetto a quelle che oggi abbiamo a disposizione. Pertanto, vi è un urgente bisogno di approcci innovativi, cosa che le terapie psichedeliche sicuramente hanno il potenziale di offrire. Le visioni critiche possono solo migliorare questo campo di ricerca emergente, per cui è importante avvertire riguardo al pericolo della “conoscenza illusoria” e incoraggiare i ricercatori a sviluppare soluzioni creative per il bene dei futuri pazienti che potrebbero beneficiare di queste terapie (Ona, Kohek, Bouso: 2022).
Ricordiamo che la maggior parte degli studi clinici nel campo degli psichedelici sono naturalistici, al momento sono stati pubblicati solo 5 trial clinici controllati e randomizzati.
Inoltre, il campione di questi studi presenta sempre delle numerosità molto basse, basti pensare che il primo studio clinico di fase III intrapreso con MDMA coinvolgeva soltanto 90 partecipanti (Mitchell et al.: 2021), che è un campione particolarmente piccolo per uno studio di fase III.
In questi studi non è possibile stabilire un rapporto di causalità tra un elevato numero di variabili incontrollabili, limitando l’interpretazione dei risultati (Muthukumaraswamy, Forsyth, Lumley: 2021).
Nonostante ciò e l’attuale scarsità di RCT (randomized controlled trials), c’è un enorme hype intorno a queste terapie, seguendo il cosiddetto “Pollan effect” (Dickinson, Mugianis: 2021). È essenziale che vengano svolte numerose ulteriori ricerche, utilizzando metodologie più rigorose come il doppio cieco, per poter apprendere gli effetti reali di queste terapie, anche sul lungo termine (Yaden, Griffiths, Potash: 2022).
Selezionare preferibilmente partecipanti che hanno già avuto in passato esperienze psichedeliche per questi studi, è comprensibile alla luce del rischio di indurre esordi psicotici o maniacali, o stati ansiosi acuti, conosciuti comunemente come “bad trips”. Tuttavia, è altamente probabile che partecipanti naïve possano sviluppare più effetti avversi. Come è accaduto in alcuni studi con la cannabis, in cui i pazienti senza esperienza di utilizzo pregresso riportarono maggiori effetti collaterali. Inoltre, il potenziale degli psichedelici nel generare effetti psicotici non è ancora del tutto chiaro, per cui la maggior parte dei ricercatori effettua un cauto screening sui partecipanti, escludendo quelli con maggiore vulnerabilità per alcuni disturbi. È un approccio del tutto ragionevole, tuttavia limita la generalizzazione di questi studi (Aday, Davis et al.: 2021).
Un altro fattore riguarda il potenziale effetto delle aspettative dei partecipanti agli studi, per lo più volontari autoreferenziati, che crea, ancora una volta, un campione selezionato che limita la generalizzazione dei trial. L’effetto placebo è sicuramente correlato anche al fatto che, all’interno di questi trial, pazienti abituati a ricevere cure scarsamente adeguate a causa di un sistema di cura della salute mentale insufficiente, improvvisamente vengono sottoposti a scrupolose valutazioni da parte di molti clinici, disponibili due ore al giorno, costantemente preoccupati per la loro salute.
Questo e il cosiddetto “effetto Hawthorne” [1] hanno un impatto positivo sui pazienti. È anche possibile che i partecipanti che non ottengono benefici consistenti dalle terapie psichedeliche esitano ad ammetterlo, perché comunque credono nel movimento del Rinascimento Psichedelico (ivi).
Dato il drammatico cambiamento nello stato di coscienza che gli psichedelici producono, è piuttosto difficile mascherarlo per non creare aspettative nei partecipanti, rendendo complicati i RCT, soprattutto in doppio cieco. Non soltanto il paziente si accorge di aver assunto un placebo, ma anche il terapeuta lo intuisce. Questo può causare una demotivazione da parte di entrambi, per tutta la durata del trattamento. Chiaramente, questa condizione crea un importante bias negli outcome.
Forse i trial controllati con placebo non sono la migliore opzione di ricerca per sondare l’efficacia e i profili di sicurezza delle terapie psichedeliche, per cui bisognerebbe pensare a metodologie innovative, magari di tipo qualitativo. Per esempio, un primo ragionevole step sarebbe selezionare partecipanti che non hanno avuto precedenti esperienze psichedeliche o non desiderano una modificazione di coscienza (Yaden, Griffiths, Potash: 2022).
Un altro grosso limite dell’attuale ricerca è il rischio di sottostimare gli eventi avversi secondari all’utilizzo di psichedelici, ad esempio utilizzando una per-protocol analysis, che analizza il profilo della sostanza in condizioni ottimali, escludendo quindi tutti coloro che hanno abbandonato lo studio o interrotto la loro partecipazione per diversi motivi. Inoltre, i trial terapeutici sono maggiormente focalizzati sui risultati positivi che su quelli negativi e molti eventi avversi non vengono registrati, anche perché molte manifestazioni sia fisiche che psicologiche vengono considerate come parte del processo (Ona, Kohek, Bouso: 2022).
Tutte queste imprecisioni rischiano di portare autori di review e metanalisi a presentare conclusioni eccessivamente entusiastiche riguardo alle terapie psichedeliche. Intanto, svariati studi che hanno analizzato dati ottenuti in contesto naturalistico hanno riscontrato diversi eventi avversi in utilizzatori di psichedelici, soprattutto durante la prima esperienza (Muthukumaraswamy, Forsyth, Lumley: 2021).
3. RISCHI CLINICI
Gli psichedelici hanno fatto molta strada dalla prima ondata di ricerca e sperimentazioni. Tuttavia, lo spettro di potenziali utilizzi in ambito psicologico e psichiatrico, così come quello dei potenziali rischi, non è stato ancora pienamente compreso.
Le problematiche che più frequentemente possono insorgere nei contesti di ricerca sono le seguenti:
Disturbo da uso di allucinogeni, abuso e dipendenza (DSM-5) (American Psychiatric Association: 2013): nonostante siano stati riportati degli isolati case report di abusi, il potenziale d’abuso degli psichedelici viene confermato molto basso da studi recenti, che addirittura ne propongono il potenziale in terapia da disassuefazione. Questo rimane uno dei più importanti miti negativi da sfatare nella cultura mainstream, ma il rischio è di farlo con il mito positivo secondo il quale gli psichedelici “curano le dipendenze” (Ona, Kohek, Bouso: 2022).
Tossicità: una overdose di psichedelici può causare una severa intossicazione acuta da serotonina, che può portare agitazione, aritmia, coma, coagulopatia, ipertermia maligna, mioglobinuria, insufficienza renale acuta, rabdomiolisi e vasocostrizione. Altre condizioni a rischio sono sindrome serotoninergica e convulsioni. Le reazioni avverse correlate alla serotonina si presentano su uno spettro che va dalla blanda tossicità alla sindrome serotoninergica. La maggior parte degli psichedelici causa delle reazioni serotoninergiche passeggere a dosi terapeutiche, i casi riportati di sindrome serotoninergica sono molto rari ed in genere si manifestano con alte dosi in combinazione con MAOI (Monoamine oxidase inhibitors – inibitori delle monoamino ossidasi), fuori dai contesti clinici. Gli psicotropici serotoninergici che non contengono MAOI hanno un basso rischio se combinati con psichedelici che non contengono MAOI. Segni e sintomi indicativi di attenzione medica includono mioclono, segni vitali fluttuanti, agitazione o stato mentale comatoso, rigidità muscolare, febbre. Se si presentano convulsioni, si rende necessario un intervento medico in emergenza (Malcolm, Thomas: 2022).
Disturbi indotti da allucinogeni: le persone predisposte a disturbi psicotici, ad esempio con storia familiare e/o personale di schizofrenia o disturbo bipolare, sono generalmente escluse da trattamenti clinici con psichedelici. Con questo tipo di screening, non sono stati documentati episodi psicotici nei moderni trial clinici, per quanto ne sappiamo. Tuttavia, esistono diversi case report di episodi psicotici insorti in seguito ad utilizzo di psichedelici in contesto non clinico (Schlag, Aday et al.: 2022).
Challenging Psychedelic experiences: reazioni psicologiche avverse acute ai classici allucinogeni (“bad trips”, “challenging experiences”), che sono di solito benigne quando si effettuano accurati screening, adeguata preparazione e supporto in setting controllati, restano preoccupanti in setting non controllati come nei contesti di utilizzo illegale. Dati aneddotici e case reports suggeriscono la potenziale insorgenza di effetti avversi come panico, deflessione timica, confusione, nausea, palpitazioni (Barrett, Bradstreet et al.: 2016). Nonostante sembrino effetti da evitare, i risultati di alcuni studi dimostrano che tali esperienze negative possano incrementare il senso di benessere e di soddisfazione dell’esperienza psichedelica. I ricercatori non sono stati abbastanza chiari sul perché emergessero degli outcome positivi da tali difficili esperienze. Alcuni risultati hanno rivelato che la struttura fenomenologica delle challenging psychedelic experiences consiste in un processo di cambiamento che muove i partecipanti da un senso di disconnessione ad un senso di connessione totale con se stessi e tutto ciò che li circonda. Alla base di questo cambiamento terapeutico c’era l’esperienza di contatto con vecchie memorie traumatiche, rielaborate emotivamente e somaticamente in una modalità che sottende un certo senso di rilassamento e sollievo (Guthrie: 2021).
Sono sicuramente necessari ulteriori studi per comprendere meglio le cause di queste esperienze e quali individui sono maggiormente suscettibili ad esse. Una recente sistematic review ha osservato che le persone con una maggiore apertura mentale, capacità di accettazione e di lasciarsi andare, hanno maggiori possibilità di vivere esperienze positive con gli psichedelici, mentre persone più ansiose o apprensive, hanno maggiori probabilità di vivere esperienze negative (Aday, Davis et al.: 2021). Set e setting sembrano avere un ruolo cruciale nello sviluppo dell’esperienza psichedelica, così come la dose della sostanza. La comprensione delle circostanze specifiche in cui può presentarsi una c.e. avrà delle implicazioni importanti per il futuro della ricerca clinica, ma anche per le strategie di riduzione del danno, che si occupano degli utilizzi di sostanze in contesti naturalistici (Guthrie: 2021).
Disturbo persistente della percezione da allucinogeno (Hallucinogen persistent perception disorder – HPPD): si tratta della persistenza di effetti percettivi simili a quelli vissuti durante un’esperienza psichedelica (comunemente conosciuta anche come flashback) (Guthrie: 2021).
È dibattuto se questa condizione esista davvero e in tal caso sembrerebbe comunque essere molto rara e per lo più associata ad usi non medici di LSD (Lysergsäurediethylamid – dietilamide dell’acido lisergico), presumibilmente attribuibili anche a casi di impurità nelle sostanze sul mercato illegale, o a mix di sostanze, o ad una condizione psicopatologica preesistente (Schlag, Aday et al.: 2022).
Interazioni con altri farmaci: spesso le persone che tentano di curare la propria depressione con psichedelici, hanno assunto nel tempo diverse terapie antidepressive, o ne stanno ancora assumendo una. Gli antidepressivi più frequentemente utilizzati in clinica psichiatrica sono gli SSRI (Selective Serotonin Reuptake Inhibitors – inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina), il cui meccanismo d’azione interviene, a livello dei recettori specifici neuronali, impedendo la ricaptazione di serotonina. Tramite l’inibizione della ricaptazione neuronale la serotonina, neurotrasmettitore fisiologico, si rende disponibile in maggiore quantità per la sua azione sinaptica e post-sinaptica, attivando anche (per la maggior disponibilità) un maggior numero di recettori.
Pertanto, i rischi correlati all’interazione di questi farmaci con gli psichedelici consistono nella sindrome serotoninergica e nella ridotta sensibilità all’effetto psichedelico della sostanza. Nella maggior parte dei trial clinici con psichedelici, le persone che assumono antidepressivi vengono escluse per questo motivo, ma bisogna ricordare che la sospensione di questi farmaci dovrebbe essere graduale e supervisionata da un professionista (Sarparast, Thomas et. al.: 2022).
Coloro i quali approcciano le sostanze psichedeliche a scopo autocurativo al di fuori di un contesto clinico, rischiano di interrompere le terapie correnti senza consultarsi con un professionista, o contro il parere dei curanti.
Popolazioni a rischio: gli psichedelici possono comportare dei seri rischi per individui affetti da alcune condizioni cardiovascolari. Inoltre, i dati relativi agli effetti delle sostanze psichedeliche in individui affetti da alcune condizioni psicopatologiche, come il disturbo bipolare (Lake, Stirba et al.: 1981) e i disturbi dello spettro schizofrenico, sono ancora insufficienti, pertanto anche questi individui sono esclusi dai trial clinici. Tuttavia, molte persone con questo tipo di disturbi, fanno uso di psichedelici fuori dai contesti di ricerca, esponendosi a seri rischi (Barnett, Greer: 2021).
Emergenze psichiatriche: con la crescente divulgazione riguardante le terapie psichedeliche, gli psichiatri sono sempre più frequentemente chiamati a gestire bad trip, episodi psicotici correlati agli psichedelici e altri effetti negativi in persone che tentano un’autocura con gli psichedelici. Queste persone assumono sostanze acquistate dal mercato nero, per cui non sottoposte a controlli e spesso contraffatte, in contesti poco sicuri, spesso in gruppi ristretti se non da soli, per paura delle conseguenze legali e del giudizio sociale. Inoltre, spesso si tratta di giovani senza guida, né preparazione, né la possibilità di condividere queste esperienze. La gestione in emergenza ospedaliera delle crisi psichiche correlate agli psichedelici è ostacolata anche dal fatto che i drug screening di routine non includono le sostanze psichedeliche, né tantomeno le NPS (new psychoactive substances – nuove sostanze psicoattive). I professionisti del Servizio Pubblico sono poco aggiornati riguardo al mercato e all’utilizzo di queste sostanze, rischiano di considerare come psicotici degli effetti fisiologici della sostanza stessa, creando delle condizioni potenzialmente traumatiche per la persona in trip, come terapie e ricoveri coatti (Barnett, Greer: 2021).
Ad oggi, i risultati relativi ad eventuali fattori predittivi di reazioni avverse alle sostanze psichedeliche sono ancora piuttosto insoddisfacenti. Per approfondire questa correlazione sono necessari ulteriori studi, fondamentali anche per delineare con maggiore precisione il profilo di sicurezza ed efficacia clinica di queste sostanze.
Altri rischi dell’utilizzo clinico delle sostanze psichedeliche vanno ricercati nella sfera psicologico-esistenziale. Ad esempio, è molto noto il fenomeno della spiritual superiority (Vonk, Visser: 2021), detto anche “narcisismo spirituale”, per cui le persone che raggiungono una certa elevazione spirituale molto velocemente e facilmente – come può accadere con delle esperienze psichedeliche – si sentono migliori delle altre e finiscono per trattarle con condiscendenza. È più probabile che ciò accada quando non sussistono la maturità e la preparazione adeguate per intraprendere certe esperienze (Muthukumaraswamy, Forsyth, Lumley: 2021). Questi elementi creano talvolta i presupposti per la creazione di gruppi chiusi di persone “esaltate”, come delle vere e proprie sette.
Un altro fenomeno piuttosto noto nel mondo psichedelico è quello dello spiritual psychedelic bypassing (Masters: 2010), che consiste nell’utilizzare l’elevazione spirituale ottenuta con l’esperienza psichedelica come un mezzo per evitare tutti i problemi scomodi della vita reale. Questo comportamento insidioso e diffuso funziona come meccanismo di difesa ed evasione che alla fin dei conti non si rivela d’aiuto.
Anche se gli psichedelici influiscono sistematicamente sulla coscienza e il sistema etico-filosofico di ogni individuo, ciò non implica necessariamente che le credenze che ne risultano siano valide. È anche possibile che queste esperienze possano destrutturare la personale verità di alcuni individui. Gli effetti psichedelici potrebbero generare una qualità noetica difficilmente collocabile. Sarebbe interessante valutare in che modo gli psichedelici possono influenzare i concetti personali relativi alla coscienza. Questo effetto espone al rischio che clinici e scienziati impongano le loro credenze personali religiose o spirituali, non supportate da prove empiriche. Introdurre anche le proprie credenze meta-religiose, come il “perennialismo”, o presentare descrizioni di effetti psichedelici non supportati empiricamente come verità conosciute (es. informare i partecipanti agli studi del fatto che l’esperienza psichedelica istruirà loro sui segreti della mente) è inappropriato (Johnson: 2020). I pazienti potrebbero prendere queste descrizioni come dei fatti scientifici piuttosto che come delle opinioni, dato che provengono da figure autorevoli. Ciò risulta preoccupante poiché può esitare nel fenomeno del cosiddetto “eccezionalismo psichedelico”, per cui le persone pensano che la natura delle esperienze psichedeliche sia così sacra ed importante da poter bypassare delle regole fondamentali, come quelle che governano i confini della relazione terapeutica, la pratica medica e psicologica, l’etica scientifica e filosofica (Teixeira, Johnson et al.: 2022).
D’altro canto, le persone che non godono di un miglioramento clinico in seguito a questi trial, in molti casi abbandonando gli studi e interrompendo ogni terapia, a causa della grande delusione conseguente alle magiche aspettative riposte nelle terapie psichedeliche. La delusione può addirittura causare un peggioramento clinico, ma questi dati non vengono frequentemente pubblicati (Timmermann, Kettner et al.: 2021).
Spesso, nei trial clinici le sessioni di integrazione tendono ad essere non strutturate e focalizzate sull’obiettivo di permettere ai partecipanti di processare l’esperienza e dare un significato alle sensazioni e alle idee provate durante la sessione psichedelica, inclusi aspetti confusi o problematici. Un lavoro di integrazione insufficiente può far sì che l’esperienza psichedelica abbia un impatto traumatico su un individuo che non riesce a dare un significato alle proprie sensazioni e ai propri ricordi che sia coerente con il proprio stile di vita ed il proprio umore quotidiani (Gorman, Nielson et al.: 2021).
Sono necessari ulteriori dati evidence-based prima della piena accettazione degli psichedelici nella medicina moderna. La letteratura attuale su questi temi è ancora molto limitata sotto molti punti di vista. Servono sperimentazioni con un design più meticoloso, probabilmente più ricerca preclinica sui composti psichedelici, una validazione del loro potenziale nel setting clinico e l’osservazione dell’efficacia clinica (Yaden, Griffiths, Potash: 2022).
4. QUESTIONI ETICHE
Se, come prevedono Yaden e i suoi coautori, la bolla dell’hype per gli psichedelici è destinata a scoppiare, il settore subirà un contraccolpo, e a soffrirne di più saranno le persone per le quali gli psichedelici rappresentano l’ennesimo tentativo per trattare gravi malattie mentali. Secondo Yaden, se le aspettative sono esagerate, i futuri studi che forniranno una visione più rigorosa e realistica delle potenzialità di queste sostanze saranno deludenti per questi pazienti: «Credo che si sentiranno ingannati» (Yaden, Griffiths, Potash: 2022).
Questa ed altre questioni etico-filosofiche ostacolano il futuro di una eventuale “medicina psichedelica”.
Terapeuti: ci potrebbero essere delle sfide etiche correlate alla scarsità di terapeuti psichedelici adeguatamente formati, con una preoccupante mancanza di competenze (Wheeler, Dyer: 2020).
Se gli psichedelici hanno dei rischi minimi in ambito di ricerca accademica, qualora somministrati da individui poco o non adeguatamente addestrati potrebbero avere un profilo di sicurezza più basso. Ad esempio, negli ultimi anni abbiamo assistito al fiorire di molte cliniche che erogano terapie assistite da ketamina (Drozdz, Goel et al.: 2022), con personale molto poco qualificato in termini psicologico-psichiatrico, mettendo i pazienti seriamente a rischio. Un’altra controversa questione riguarda l’esperienza personale pregressa dei terapeuti in ambito psichedelico. Secondo alcuni, come Ann Shulgin (1995), è ritenuta fondamentale. Molto discussa è anche l’importanza dell’assunzione da parte dei terapeuti di psichedelici insieme al paziente durante la sessione per una migliore costruzione del setting terapeutico.
Conflitti di interesse: nel campo della ricerca sugli psichedelici, molti professionisti hanno accettato posizioni nei consigli di amministrazione o consulenze nel comparto in continua espansione delle aziende psichedeliche. «È un incentivo finanziario a pubblicizzare i risultati», spiega Yaden. Watts è d’accordo: «Credo che, per essere veramente solida e non creare un’enfasi eccessiva, la ricerca debba essere separata dagli interessi delle aziende interessate al profitto» (Grof: 1975).
Scarsa equità: molti autori hanno notato una mancanza di diversità etnica nei trial di ricerca sugli psichedelici, sia tra i partecipanti che tra i terapeuti. La maggior parte degli attori dei trial in corso, infatti, sono maschi bianchi ben istruiti e di elevata classe sociale (Wheeler, Dyer: 2020). Sarebbe auspicabile che sia ricercatori che partecipanti fossero al corrente del contesto socio-politico e storico in cui questi trattamenti sono nati e si sono sviluppati (Bradberry, Gukasyan, Raison: 2022).
Privatizzazione del settore: da un punto di vista etico, le compagnie che producono psilocibina, ayahuasca e altri estratti naturali, ottengono benefici dalla commercializzazione di molecole sacre per alcune popolazioni, che hanno subito grossi danni dall’importazione occidentale di tali sostanze. In questo senso, si assiste dunque all’appropriazione da parte del settore privato di una conoscenza popolare. Secondo una prospettiva pubblicata recentemente, c’è bisogno di una ricerca più pubblica ed indipendente. Probabilmente, nuovi campi di ricerca come quello sugli psichedelici, potrebbero promuovere dei cambiamenti strutturali nel sistema medico, che potrebbe occuparsi anche di fattori importanti come le connessioni sociali (Phelps, Shah, Lieberman: 2022).
La Silicon Valley e il mito del microdosing: all’hype terapeutico si aggiunge quello che considera gli psichedelici come dei booster di creatività e produttività, nato dal mito del microdosing sponsorizzato dagli esponenti della Silicon Valley, sin dagli anni ‘80-’90 (Tvorun-Dunn: 2022). Tuttavia, i dati di ricerca riguardanti la sicurezza e gli effetti del microdosing sono ancora piuttosto inconsistenti e per lo più basati su online survey e dati aneddotici (Hutten, Mason et al.: 2019).
Abusi sessuali: nel tentativo di tutelare il settore, l’impressione è che si chiuda un occhio su alcuni reati. Negli ultimi anni sono venuti alla luce diversi casi di abusi sessuali commessi durante la terapia psichedelica. All’inizio di quest’anno, il New York Magazine, in collaborazione con l’organizzazione no profit Psymposia, ha riportato gli abusi sessuali che avvengono nel corso degli studi clinici sugli psichedelici in un podcast investigativo intitolato Cover Story: Power Trip [2]. Una delle storie più significative è quella di Meaghan Buisso, che nel 2015 ha preso parte a una sperimentazione il cui obiettivo era quello di testare MDMA come terapia contro il disturbo da stress post-traumatico, nell’ambito di un trial clinico alla Multidisciplinary Association for Psychedelic Studies (MAPS), un’associazione no profit che si occupa di ricerca sugli psichedelici. Durante la sperimentazione la donna ha subito un’aggressione a sfondo sessuale. I partecipanti agli studi sulle terapie psichedeliche potrebbero essere maggiormente vulnerabili ad abusi sessuali durante i trattamenti a causa di un incremento della suggestionabilità indotta dalle sostanze psichedeliche. Come alcuni casi testimoniano, sono necessari protocolli e linee guida appropriate per garantire una maggior tutela sia ai terapeuti che ai pazienti (Timmermann, Watts, Dupuis: 2022).
Suggestionabilità: alcuni stati di coscienza indotti da sostanze psichedeliche come preoccupazione o confusione, sono correlati alla memoria di esperienze negative, legate a sentimenti di disagio, vulnerabilità e paura (ivi). Ad esempio, individui che utilizzano ayahuasca hanno riferito il recupero di memorie di eventi passati, anche di natura traumatica, che potrebbero creare una riacutizzazione o esacerbazione del trauma (Peluso, Sinclair et al.: 2020). I clinici dovrebbero rassicurare i pazienti, raccontando che esperienze simili sono state già vissute da altre persone e che poi sono state meglio. Tali rassicurazioni contribuiscono alla normalizzazione di esperienze difficili e riducono l’ansia ad esse correlata. Quando l’intensità dell’esperienza si riduce al punto tale che il paziente riesce a stare in una conversazione, il clinico può facilitare l’esplorazione del significato dell’esperienza stessa. Se il clinico non è adeguatamente preparato a svolgere tale lavoro o non ha raggiunto una personale soddisfacente maturità etica, rischia di abusare della condizione di vulnerabilità e ipersensibilità del paziente. La suggestionabilità indotta dagli psichedelici si pone dunque come fattore di rischio, per potenziali abusi psicologici, tema ancora scarsamente attenzionato dalla ricerca clinica (Timmermann, Watts, Dupuis: 2022).
Psichiatria e politica: la psichiatria è fin troppo immersa nella politica: il suo storico potere come giudice e giuria nell’incarcerazione di individui in ospedali ed istituti, la sua partecipazione alla medicalizzazione della complessità della natura umana, la sua storia di pratiche draconiane e la stigmatizzazione di gruppi marginalizzati sono alcuni esempi della sua forza politica (Burnell: 2018).
C’è un grosso rischio dietro questa eccessiva esuberanza psichedelica, ma ironicamente sono gli stessi professionisti ad esprimersi in termini utopistici gridando al miracolo. La psichiatria è investita socialmente del potere di definire i comportamenti anomali e di aggiustare ciò che la società rigetta. E cosa accade quando questo tipo di potere sposa gli schemi di marketing e di richiesta di profitti? (Ellenhorn, Mugianis: 2022).
Come scienziati dovremmo proteggere queste incredibili sostanze dall’essere completamente assorbite dal sistema di compravendita. Ricerche rigorose in campo sociologico e di psicologia sociale mostrano che molti comportamenti che definiamo patologici sono correlati a stati sociali piuttosto che a caratteristiche psicologiche, per cui sottolineano come la cura non possa essere unicamente medica. Il monopolio da parte della medicina occidentale moderna sul benessere psichico è supportato dalla credenza popolare per cui coloro che non utilizzano terapie mediche prestabilite sono etichettati come dei devianti. Considerare gli psichedelici come una cura miracolosa ha un effetto depotenziante sul ruolo attivo di chi riceve il trattamento. Con questo approccio, la trasformazione psicologica diventa qualcosa da ricercare per diventare “più normale e meno amorale”. In questa egemonia della medicina occidentale, le persone iniziano a sentirsi delle macchine che devono essere aggiustate. Coloro che promuovono la medicalizzazione degli psichedelici individuano nelle persone dei difetti che solo gli esperti possono vedere, definire e rimediare. Contribuiscono così a diffondere la malattia che i sociologi chiamano alienazione, che è divenuta pandemica nella nostra cultura e sempre meno riconosciuta.
Gli psichedelici non sono dei palliativi da ingerire per eradicare istantaneamente delle psicopatologie, ma degli strumenti di liberazione che, quando utilizzati in un contesto supportivo, possono mettere le persone in condizione di fare i conti con le proprie sofferenze. Usati correttamente, possono incrementare il nostro senso di agency sul mondo. Di sicuro, gli psichedelici hanno il potenziale per poter aiutare persone affette da condizioni psicopatologiche come PTSD e depressione, ma non in quanto farmaci, piuttosto come catalizzatori per liberare la nostra mente da ripetitività e ruminazione. Forzarli nella sterile categoria di farmaci psicotropici che curano magicamente delle patologie, porta con sé il pericolo di rimuovere l’agency e la connessione umana dalla scena. In questo modo, si rischia di sottovalutare il potenziale di queste sostanze nel risvegliare la coscienza e di aiutarci a comprendere gli effetti del disagio sociale contemporaneo sulle nostre vite (Yaden, Yaden, Griffith: 2020).
Il razionale dietro la tendenza eccessivamente esuberante della divulgazione scientifica in tema di psichedelici è piuttosto confondente e contraddittorio: da un lato, gli psichedelici vengono promossi come strumenti per assistere il processo di psicoterapia, dall’altro vengono rappresentati come medicine per diversi disturbi, correggendo dei deficit cerebrali. In un’intervista rilasciata per la rivista Nature, lo psicofarmacologo e ricercatore psichedelico David Nutt afferma che gli psichedelici «spengono la parte del cervello correlata alla depressione e resettano i processi di pensiero» tramite la loro azione sui recettori 5-HT2A [3].
Il sito web della John Hopkins University (hopkinspsychedelic.org) afferma che essi offrono dei trattamenti medici di precisione adattati agli specifici bisogni dei singoli individui. Alcuni promotori ritengono gli psichedelici “gli antibiotici della mente”, teoria secondo cui queste sostanze abbiano un risvolto curativo in una o due somministrazioni, a differenza dei tempi lunghi richiesti da psicoterapia e farmaci antidepressivi [4].
In realtà, gli psichedelici non sono le cure miracolose che le persone sono spinte ad aspettarsi, come conferma l’esperienza fatta con la ketamina (Shulgin: 1995).
Come altri farmaci, gli psichedelici stanno diventando così popolari per un mix di interessi finanziari e disperazione. Seguendo questo ragionamento, la cultura psichedelica potrebbe essere un prezioso strumento di critica costruttiva ed intelligente al modello occidentale di cura, al concetto di salute mentale e di presa in carico, ma finora è stata asservita alle logiche capitalistiche ed individualiste della nostra società (Yaden, Yaden, Griffith: 2020).
5. PSICHEDELIA nel REAL WORLD
Dato il progresso della ricerca psichedelica, sarebbe prudente da parte della psichiatria iniziare a prepararsi ad una possibile approvazione da parte della FDA (Food and Drug Administration) nei prossimi anni per i trattamenti basati sugli psichedelici. C’è ancora tanto lavoro da fare, soprattutto per destigmatizzare queste sostanze e formare dei clinici che sappiano bilanciare la valutazione di potenziali rischi e benefici. Gli psichiatri devono anche prepararsi alla possibilità di un cambio di paradigma riguardante i trattamenti con l’utilizzo terapeutico di composti che modificano la coscienza. Le sessioni di terapia psichedelica necessitano di tempi molto più lunghi di una normale visita psichiatrica, cosa che porterebbe ad un drammatico cambiamento in termini logistici, economici, di gestione del personale, etc. Attualmente esiste un numero piuttosto ridotto di terapeuti formati per la psicoterapia assistita da psichedelici e ancor meno programmi di formazione – peraltro molto cari.
I servizi psichiatrici dovrebbero anche tenere in considerazione di inserire una formazione adeguata riguardante le terapie psichedeliche nei programmi di formazione universitari e di specializzazione. Il training dovrebbe garantire di acquisire le competenze per la gestione di episodi di intossicazione da psichedelici, o correlata a mix di sostanze, per condurre psicoterapie assistite da psichedelici ed informare e sostenere adeguatamente i pazienti in questo percorso (Yaden, Yaden, Griffith: 2020).
Non ci sono studi controllati che dimostrino il profilo di sicurezza ed efficacia degli psichedelici in individui che assumono una terapia antidepressiva, secondo dati aneddotici queste potrebbero attenuare o annullare gli effetti psichedelici.
Un altro potenziale problema con gli psichedelici è la mancanza di farmaci “rescue” per fermare eventuali esperienze negative o effetti collaterali a lungo termine.
I trial sono ristretti ad un determinato target di pazienti (McClure-Begley, Roth: 2022).
Una maggiore implementazione di queste terapie richiederà lo sviluppo di linee guida e principi etici adeguati, robusti programmi di formazione per i terapeuti e strutture legislative che possano prevenire il cattivo utilizzo degli psichedelici. Le iniziative di decriminalizzazione o legalizzazione degli psichedelici potrebbero esporre degli individui vulnerabili a rischi significativi (Bender, Hellerstein: 2022).
Molti individui con disturbi psichici cercano di utilizzare gli psichedelici come autocura, specialmente quando sentono che i trattamenti psicoterapici e/o psicofarmacologici ricevuti hanno fallito. La domanda da parte del pubblico dell’utilizzo terapeutico degli psichedelici sta diventando un problema un po’ ovunque, tant’è che stanno nascendo moltissimi programmi di formazione e network, così come ci sono moltissimi volontari per i trial clinici.
L’accesso legale a queste sostanze a scopo terapeutico non è molto diffuso a causa delle restrizioni legislative, per cui le persone si riforniscono illegalmente, utilizzando gli psichedelici da soli o con amici fidati. Risulta pertanto urgente un’educazione adeguata riguardante queste sostanze all’interno dei servizi di salute mentale (Pilecki, Jason et al.: 2021).
A causa di decadi di restrizioni e dei divieti sulle droghe psichedeliche, c’è una relativa scarsità di dati di ricerca riguardanti gli effetti degli psichedelici sulle funzioni psicologiche in contesti naturalistici o non terapeutici. Inoltre, i dati ottenuti in laboratorio o nei trial clinici, non sono estendibili ai contesti naturalistici. Pertanto, le persone che non hanno una diagnosi conclamata e quindi non possono accedere alle cosiddette terapie psichedeliche, utilizzano queste sostanze in contesti poco sicuri, senza delle guide e spesso con scarsa preparazione, esponendosi a potenziali innumerevoli rischi (ivi).
6. ESPERIENZA vs TERAPIA
Nel contesto dell’ormai famoso “Rinascimento Psichedelico”, l’attenzione quasi esclusiva agli aspetti terapeutici delle sostanze psichedeliche da parte della cultura di massa, lascia in secondo piano, talvolta giudicandolo, l’utilizzo ricreativo, o di ricerca intima e personale di questi composti. Non c’è spazio per l’esperienza psichedelica, che sia essa a scopo culturale, edonistico, spirituale, psicanalitico, politico, sociale o puramente ludico.
Si parla di sostanze solo in termini di abuso/dipendenza o di terapia medicalizzata. Quasi nessuna ricerca tiene in considerazione la possibilità di un utilizzo ricreativo, controllato e consapevole da parte di una popolazione adeguatamente informata ed acculturata a riguardo. In Italia siamo abituati a vedere un uso regolare, controllato e “sano” dell’alcool, da sempre culturalmente e socialmente accettato nel nostro Paese, nonostante si tratti di una sostanza d’abuso e molte persone ne sono dipendenti con gravi conseguenze per la loro salute. Eppure, tutti noi “sani” beviamo, consumiamo alcolici come strumento di aggregazione, distensione, etc. e non abbiamo bisogno di una diagnosi psichiatrica o della supervisione di un team di esperti per farlo, ma solo di una adeguata cornice socio-culturale. Perchè deve essere diverso per le altre “droghe”?
Le cause di questo fenomeno vanno ricercate in diversi aspetti.
In primo luogo, lo stigma demonizzante che marchia queste sostanze come mortali e pericolose, dall’inizio della “War on Drugs” (“Guerra alla droga”, la campagna proibizionista globale lanciata dal Presidente degli USA Richard Nixon nel 1971) [5], viene “ripulito” dal loro ruolo terapeutico, medicalizzato, controllato, capitalizzato, che rende tutto più NORMALE, accettabile, legalizzabile. Inoltre, la gravissima crisi che colpisce la società occidentale moderna sotto tutti i punti di vista, si traduce in una crisi, altrettanto grave, della salute mentale della popolazione.
I dati post-pandemici a riguardo sono a dir poco agghiaccianti: circa 260 milioni di persone nella popolazione mondiale soffrono di depressione [6], che risulta essere la prima causa di disabilità al mondo. In particolare, adolescenti e giovani adulti si ritrovano a dover affrontare questa “epoca delle passioni tristi” (Benasayag, Schmit: 2013) senza aver ricevuto, da un substrato culturale impoverito e svuotato di ogni elevazione spirituale, un’adeguata “educazione sentimentale”. Di conseguenza, i Servizi di Salute Mentale sono sovraccarichi ed insufficienti e difficilmente riescono a rispondere alla crescente richiesta d’aiuto da parte di un’utenza disorientata e confusa, in un contesto socio-economico, politico e culturale incerto e apparentemente senza futuro. Le risorse a disposizione della psichiatria sono sempre meno in termini quantitativi e sempre meno adeguate in termini qualitativi. Il compito della scienza in questo caso è di fare ciò che la nostra società ci ha insegnato a fare quando ci troviamo in difficoltà: cercare altre “toppe”, altre tecnologie che risolvano il problema, possibilmente nella maniera meno dispendiosa e più veloce possibile. Il disagio mentale crea disabilità, improduttività, sfiducia nel futuro e nel progresso. Il coniglio nel cilindro per uscire da questa impasse viene considerato, paradossalmente, proprio la riabilitazione medico-scientifica degli psichedelici (Yaden, Yaden, Griffith: 2020).
Le copertine di “TIME”, “Newsweek” e altre riviste – anche italiane – che negli ultimi due anni si sono occupate di divulgare il miracolo scientifico degli psichedelici, assomigliano alle copertine delle stesse riviste che, negli anni 90 gridavano al miracolo del Prozac (nome commerciale con cui, nel 1988, la casa farmaceutica Eli Lilly lanciò sul mercato la fluoxetina, un antidepressivo SSRI) [7] – la pillola della felicità – e degli altri antidepressivi che all’epoca erano stati lanciati sul mercato con le stesse allettanti promesse di MDMA e “magic mushrooms” (“funghetti magici”, funghi psilocibinici).
Il campo emergente della ricerca psichedelica è pieno di speranze ed aspettative. Indubbiamente, le esperienze elicitate da queste sostanze cambiano profondamente la vita di chi le vive. Molti scrittori ne hanno descritto gli affascinanti effetti, tuttavia non possiamo estrapolare dai loro racconti cosa accadrebbe ai pazienti con gravi diagnosi psichiatriche se facessero queste esperienze. È per questo che abbiamo bisogno di una scienza obiettiva e metodologicamente rigorosa per osservare il profilo di efficacia e sicurezza degli psichedelici (Yaden, Potash, Griffiths: 2022).
7. CONCLUSIONI E PROSPETTIVE FUTURE
Come si evince da questa analisi, sono necessari ulteriori ricerche e diversi trial clinici con campioni più numerosi perché si possa pensare di introdurre le sostanze psichedeliche nella farmacopea psichiatrica per poterle utilizzare con scopi terapeutici.
Probabilmente, saranno necessari ancora molti anni perché questo accada, ma nel frattempo gli psichedelici sono largamente utilizzati dalla popolazione generale, in contesti non controllati, a scopo automedicativo, ricreativo o psicoanalitico. Vale la pena, quindi, focalizzare una buona fetta della ricerca su come si può agire su questi individui per evitare che si espongano a seri rischi e per garantirgli delle esperienze psichedeliche più possibile positive.
Di seguito alcuni punti fondamentali della ricerca qualitativa attualmente in atto:
Harm reduction (Riduzione del Danno – RdD) (Gorman, Nielson et al.; 2021): un approccio basato sui principi di riduzione del danno aiuta gli individui ad informarsi e quindi comprendere i potenziali rischi e benefici dell’utilizzo di psichedelici, a contemplare metodi alternativi per raggiungere gli obiettivi desiderati, a sviluppare aspettative realistiche e a creare delle intenzioni che possano aiutare a massimizzare i benefici di queste sostanze. Con la riduzione del danno si supporta e incoraggia l’autonomia dei pazienti nelle loro scelte di vita. Da sottolineare l’importanza di proseguire la psicoterapia dopo l’esperienza psichedelica, per poterla processare al meglio, chiarificare gli insight ottenuti, supportare eventuali challenging experiences e tradurre l’esperienza in un cambiamento di vita significativo nel lungo termine.
Da non sottovalutare è il ruolo del Drug checking (una pratica di riduzione del danno che prevede l’analisi chimica della sostanza e un counseling per il consumatore) (Maghsoudi, Tanguay et al.: 2022) in questo contesto, che riduce il rischio di overdose, effetti inaspettati ed effetti avversi e conseguenti da mix di sostanze.
Integration (integrazione): l’integrazione dovrebbe aiutare i partecipanti anche nell’accogliere una nuova comprensione della propria sintomatologia, nuove strategie per gestirla e insight importanti sui propri disturbi (Dupuis: 2020). Viene incoraggiato l’utilizzo di modalità esplorative innovative come il disegno, la pittura, la scrittura, il movimento fisico, come lo yoga, o la contemplazione nella natura. Infine, l’integrazione dovrebbe aiutare i pazienti nel prendere decisioni riguardo i loro prossimi passi, come nuove sessioni psichedeliche, pratiche personali (es. meditazione, preghiera, esercizio fisico etc.), coinvolgimento sociale (Gorman, Nielson et al.; 2021)
Psychedelic Harm Reduction and Integration (PHRI: Riduzione del danno e integrazione psichedelica): modello clinico transdiagnostico e transteoretico che incorpora i principi della psicoterapia psicodinamica, dell’integrazione psichedelica, della riduzione del danno, della psicoterapia assistita da psichedelici, della mindfulness e fornisce una cornice di osservazione e analisi dell’esperienza psichedelica in contesto clinico senza uno scopo terapeutico specifico. PHRI è strutturato soprattutto ma non esclusivamente come un intervento psicoterapico, non prevede la somministrazione di composti psichedelici, né la prescrizione di altri farmaci, pertanto non è limitato a terapeuti medici. PHRI è inteso come una guida per il lavoro clinico con le persone che hanno utilizzato psichedelici in vari contesti, inclusi quelli terapeutici, spirituali, in gruppi di pari o solitari. Mentre ci sono già diversi clinici che erogano servizi di integrazione psichedelica sulla base della propria esperienza clinica e personale, questo modello rappresenta il primo vero tentativo di offrire una cornice psicoterapeutica strutturata per questo tipo di lavoro. Inoltre, questo modello prevede anche l’utilizzo di tecniche di prevenzione, come skill building, urge surfing, harm reduction (ivi).
Prevenzione: nel modello PHRI, la preparazione ad un’esperienza psichedelica è guidata dalle ragioni per cui l’individuo intende affrontarla. Il terapeuta indaga le motivazioni del paziente: se riflettono un interesse nella crescita spirituale, una riduzione di sintomi, un miglioramento del benessere raggiunto, un incremento della creatività. Conoscere il contesto e le modalità con cui il paziente affronterà tale esperienza modella il lavoro psicoterapico ed è vitale per una cura clinica appropriata. La preparazione non implica che la persona utilizzi psichedelici, ma la aiuta ad intraprendere un processo di indagine così da poter prendere le giuste decisioni per sé stessa.
Questo processo è molto utile per ridurre la disinformazione, sfatare miti (sia negativi che positivi) e chiarire dubbi, rendendo il viaggio più leggero, ma soprattutto più sicuro.
Valutare il livello di conoscenza riguardante gli psichedelici dei pazienti e fornire informazioni e risorse appropriate sono elementi essenziali di una preparazione terapeutica per un’esperienza psichedelica, offerta con un approccio psicoeducativo e non giudicante (ivi).
Substrato culturale: da un punto di vista politico-culturale, l’utilizzo di sostanze è ancora visto soltanto sotto il profilo di dipendenza e abuso, pericolosi per la salute fisica e mentale degli individui. De-stigmatizzare e depatologizzare, nell’accezione comune, l’uso di sostanze stupefacenti è forse il primo vero passo da compiere per mettere in sicurezza i consumatori stessi. Il modello PHRI approccia all’uso di sostanze tenendo conto del complesso sistema socio-culturale della vita di ogni individuo, combinando strumenti mutuati da prospettive umanistiche, cognitivo-comportamentali e psicodinamiche, creando un progetto di lavoro focalizzato unicamente sui bisogni clinici, psicologici e sociali di ognuno. Uno dei principi fondamentali di questo modello è quello di lavorare fuori dal paradigma di astensione, per poter esplorare il vissuto dei pazienti rispetto all’utilizzo di sostanze (ivi).
Lavori di gruppo: la ricerca scientifica sta facendo degli iniziali tentativi per reinserire il concetto di gruppo nell’esperienza psichedelica, come del resto avviene di solito spesso in contesti naturalistici. Uno studio svizzero pubblicato ad aprile del 2022 ha osservato 22 sessioni di psicoterapia di gruppo assistita da psichedelici (LSD/MDMA) in pazienti affetti da cPTSD ottenendo risultati incoraggianti (Oehen, Gasser: 2022).
«Perhaps most important: there are social, philosophical, and religious implications in the discoveries made by means of these agents (psychedelic substances)» William James (1882, p. 206).
William James, Aldous Huxley ed altri studiosi della “prima rivoluzione psichedelica” ritenevano che esistesse un’esperienza mistica universale di base, unica per tutte le culture in tutti i tempi, nonostante i diversi riscontri condizionati dalla cultura di una stessa esperienza apparentemente identica. Questa visione è conosciuta come “Perennalismo” (Huxley: 1945).
La cultura psichedelica, secondo questi principi, potrebbe essere un prezioso strumento di critica costruttiva ed intelligente al modello occidentale di cura, al concetto di salute mentale e di presa in carico, ma finora è stata asservita alle logiche capitalistiche ed individualiste della nostra società. Ci auguriamo che presto avvenga un cambio di paradigma in questo senso (Sjöstedt-Hughes: 2022).
Note:
[1] Con “effetto Hawthorne” si indica l’insieme delle variazioni di un fenomeno, o di un comportamento, che si verificano per effetto della presenza di osservatori, ma che non durano nel tempo (Elton Mayo, Hawthorne and the Western Electric Company, The Social Problems of an Industrial Civilisation). [2] Mind. Body. Control. Uncover the dark truth in Power Trip, the first season of Cover Story, a new investigative series from New York Magazine, 2022, Hosted by iO Tillett Wright. [3] Will psychedelics and hallucinogens revolutionise psychiatry?, psychscenehub.com. [4] Antibiotics for the mind?, Faculty of Pharmacy and Pharmaceutical Sciences, Monash University, monash.edu. [5] drugpolicy.com. [6] World Health Organization, 2021, who.int. [7] aifa.gov.
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Maria Laura De Rosa è medica psichiatra e psicoterapeuta, lavora nella Sanità Pubblica. Si interessa di stati non ordinari di coscienza, yoga, meditazione, breathwork e psichedelia dal 2012. Militante antiproibizionista e socia di Meglio Legale e ITARDD da diversi anni. Dal 2018 ha collaborato con la SISSC, di cui è stata vicepresidente dal 2020 al 2023, quando si è interrotta la collaborazione. Dal 2019 collabora con progetto Neutravel nell’ambito della riduzione del danno e della integrazione di esperienze in Stati di coscienza non ordinari. Attualmente sta seguendo un training in augmented psychotherapy presso la MIND Foundation di Berlino che terminerà ad aprile 2025.
Parole Chiave: Rinascimento Psichedelico – Psichedelia – Salute Mentale – Terapia Psichedelica