Sulla distanza degli psichedelici dalla droga
Note intorno ai romanzi La verità su tutto di V. Santoni e La ragazza eterna di A. Piva

Il dottor Watson scruta Sherlock Holmes mentre assume cocaica (interpretazione di William Gillette, Londra 1899)
di Matteo Colombani
Negli ultimi anni il mercato editoriale si è arricchito di pubblicazioni che trattano in modo diretto di sostanze stupefacenti e cultura psichedelica. Due temi allo stesso tempo distinti e sovrapposti. Nell’intervento che segue verranno misurate le distanze, usando come unità di misura alcune pagine di letteratura contemporanea.
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Droga e letteratura hanno una parentela comune. Che si tratti dei vizi privati di questo scrittore o quella scrittrice, delle abitudini più o meno tossicofile dei vari personaggi letterari, o della materia stessa della letteratura intesa come “esperienza trasformativa” (o, risalendo a Platone, come pharmakon), l’incontro tra droga e letteratura è talmente ricorrente da rendere secondario qualsivoglia elenco dimostrativo. Meno scontato è il ruolo esercitato dalla letteratura sul giudizio rivolto alle persone che utilizzano sostanze stupefacenti nella realtà di tutti i giorni; un ruolo che dobbiamo immaginare diverso a seconda dei periodi storici e dei contesti sociali di cui è espressione o verso cui è indirizzato. “Ben prima dei medici”, scrive Francesco Ghelli in Viaggi nel regno dell’illogico (Liguori 2003), “è stata la letteratura a trattare l’uso delle varie droghe come un fenomeno unitario” (pp. 17-18). Oppio, morfina, hashish e cocaina iniziano a diventare, nel corso dell’Ottocento, voci interscambiabili in grado di alimentare tanto le paure dei perbenisti quanto le fantasie degli scrittori:
anche se l’uso del termine “droghe” prima del proibizionismo resta una rarità, Baudelaire aveva comunque fornito alla cultura europea una memorabile espressione con cui nominare le sostanze psicoattive e, soprattutto, costituiva il precedente più autorevole per pensare in modo unitario le varie sostanze, anche quelle che si sarebbero affacciate sulla scena dopo la sua morte (ivi, 20).
Osservato al cospetto del poeta maledetto, dello scapigliato, del bohémien, il sodalizio tra droga e letteratura ha infatti consolidato un vasto riconoscimento sul piano della produzione artistica e della sfida ai costumi sociali. Anche lo sforzo detrattivo degli avversari non ha mai ottenuto una riduzione al silenzio, piuttosto una diffida morale più volte riscattata dall’artista in termini di curiosità editoriale e vanità autobiografica. A essere giudicato negativamente non sembra nemmeno l’uso delle droghe in quanto tale, ma le condotte antisociali a quelle sovrapposte: è l’eccentricità stessa dello scrittore, il suo atteggiamento nei confronti della vita, l’irregolarità rispetto alle norme sociali richieste a scatenare il disappunto del bravo cittadino. Emilio Praga, per esempio, non era certo noto per essere un fumatore di hashish e oppio, eppure le sue sbronze per le vie di Milano non fecero meno scandalo del consumo di “veleni esotici” associato a Baudelaire. Inoperosità, intemperanza, sregolatezza, indifferenza ai miti della produzione, della famiglia, della nazione: sono queste le immagini attorno alle quali, nella cultura urbana d’occidente, droga e letteratura si sono rincorse, sedotte e scontrate.
Quello su cui proverò a soffermarmi in questa sede è invece il divorzio tra consumo di sostanze e irregolarità della vita che sembra farsi largo tra gli immaginari della cultura psichedelica. La tesi di fondo, che proverò a mettere alla prova stagliandola sulle narrazioni di alcune pubblicazioni recenti, riguarda la contrapposizione tra droga e psichedelia. L’impressione è che l’impiego del termine psichedelico – diffuso dalla seconda metà del Novecento e inizialmente adoperato per suggerire un campo di pertinenza comune alle diverse sostanze psicoattive (come LSD, mescalina e psilocibina) che presentavano effetti simili tra loro, per lo più di natura visionaria – non evochi più solo uno spettro esperienziale, ma attivi un giudizio di valore in grado di rischiarare positivamente alcune droghe e marcarne negativamente altre. Psichedelico, rivisto sotto questa luce, sembra diventato l’ospite d’onore della droga, la celebrità da fotografare nelle grandi occasioni. Non tanto nelle grandi occasioni della vita di ognuno, quanto nelle grandi occasioni della società stupefacente (quasi una declinazione stupefacente dell’ossessione civica per il decoro, un decoro stupefacente).
Lo statuto insieme speciale e superiore degli psichedelici rispetto al resto delle droghe sembra determinato dalla funzione cui sono stati nel tempo accostati: illuminare, svelare, unire, curare, risolvere. Predicati dal valore intrinsecamente positivo che, indipendentemente dai soggetti coinvolti, suggeriscono qualcosa che faccia bene a prescindere o, ancora più criticamente, qualcosa che abbia a che fare con la categoria del bene, del giusto. Ora, tralasciando per ovvie ragioni l’imperscrutabilità di simili categorie, ciò che risulterebbe infondata non è l’idea che gli psichedelici possano essere una risorsa per le funzioni sopra indicate, ma che gli psichedelici siano costitutivamente superiori in qualità e funzione al resto delle sostanze stupefacenti, quasi fossero sostanziati delle funzioni stesse e non strumenti al loro servizio. Persino nel campo della fede la preghiera non è sostanza divina, ma strumento di mediazione con il divino; e anche là dove strumento e sostanza si confondono, come nel caso dell’ostia, la profanazione aspetta al varco il credente facendo lui scoprire che ogni sostanza potrebbe diventare strumento sovversivo. Fuori dalla metafora, non esiste “molecola sacra” (così vengono rinominati, sempre più frequentemente, i principi attivi degli psichedelici) che non abbia conosciuto utilizzi profani. Più in generale, non potrebbe esistere sostanza stupefacente che non sia al tempo stesso grimaldello per alcune realtà e chiavistello per altre. Nicola Lagioia, ad esempio, indovina nella cocaina una qualità magmatica nonostante il dramma che accompagna La città dei vivi (Einaudi 2020), una sorta di epifania collettiva in grado di competere – sul piano dell’efficacia magica – con l’azione segreta di spiriti e officianti:
Ecco che lo sfacelo di Roma riacquistava all’improvviso una sua logica. Il cinismo si ribaltava nella fede, la noia diventava speranza, l’accidia svaniva nell’operosità. Era il percorso della coca, la bianca rete elettrica che avvolgeva la città. Quanto più le strade si svuotavano di senso, tanto più la coca le riempiva del proprio, spingeva fuori di casa impiegati, professionisti, studenti, operai, dirigenti, dentisti, netturbini, collegava tutto a tutti senza distinzioni di razza, di sesso, di religione, di ceto, un formidabile collante sociale che portava persone che non l’avrebbero mai fatto a incontrarsi tra loro. Le costringeva a conoscersi, a parlarsi, a stringere legami di ogni tipo (p. 151).
Indipendentemente dalla relazione tra funzione e strumento, tra effetto e sostanza, difficilmente coloro che hanno conosciuto gli psichedelici nell’emisfero occidentale del mondo avranno fatto esperienza di questi senza doversi districare, ancora prima che tra il regno dello spirito, tra il mondo della droga. Da qua: come interpretare la rimozione della dimensione mondana, spensierata, disinteressata tanto al bene quanto al sacro, nelle narrazioni dei cantori psichedelici? Che davvero abbiano dimenticato, o che non abbiano mai conosciuto, la semplicità e l’imprudenza con cui le persone assumono psichedelici negli appuntamenti meno cerimoniali, in attesa che la vita segua il suo corso, lineare o meno che sia, interrotto per un istante dalla messa in scena dello straordinario fortuitamente condiviso con amici o sconosciuti?
Disorbitare la psichedelia dal pianeta droga significa misconoscere il doppio di ogni pharmakon, distillare il veleno dal rimedio rischiando di trasformare il secondo non nell’antidoto ma nel silenziatore del primo: da un lato l’illuminato, lo psiconauta, il consumatore modello le cui esperienze possono ormai essere accolte senza riserve dall’industria culturale e in difesa delle quali sono pronte a scendere in campo le firme più illustri del giornalismo e della ricerca scientifica; dall’altro lato il drogato, il perdigiorno, l’irregolare le cui pratiche di consumo e abitudini antisociali continuano a rappresentare un’indecenza culturale da rimuovere o deplorare. In questi termini, appositamente accentuati in chiave euristica, parlare di psichedelia diventerebbe anche un modo per voltare le spalle al mondo della droga, prendere le distanze dalle agitazioni dei suoi abitanti. Chi infatti continua a subire gli stigmi sociali e le retate della polizia non è colui che organizza l’esperienza psichedelica all’ombra della propria vita privata (sia questa simboleggiata da ville di campagna o da residenze spirituali a pagamento), ma chi per i motivi più diversi non può o non vuole sciogliere il legame che salda l’uso di sostanze stupefacenti ai conflitti che animano la società, storicamente dispiegati lungo un orizzonte materiale – ancora prima che metafisico o spirituale – fatto di titoli, documenti, carceri, telecamere, controlli, parchetti, sottopassi, occupazioni e zone rosse.
La distanza degli psichedelici dal mondo della droga non è qui tracciata per aumentarne il divario. Chi scrive parte dal presupposto che tra le fila dell’alleanza psichedelica non siano in pochi a ravvisare l’implicazione politica iscritta nei dispositivi di esclusione e disciplinamento dei corpi che proprio dalla gerarchizzazione dei costumi e dei consumi traggono la loro forza. Come scritto in precedenza, il valore di questa contrapposizione rimane essenzialmente euristico, volto a misurare la portata delle argomentazioni appena abbozzate, ma i cui principi possono ormai essere rilevati in diverse espressioni culturali. Nel campo giornalistico, ad esempio, la loro visibilità assume la forma di un paradosso: sarà quindi possibile, in alcuni quotidiani, leggere articoli che nella “sezione cultura” propugnano il valore mistico e terapeutico di alcune sostanze stupefacenti; nella “sezione politica” avvalorano l’effetto deterrente delle sanzioni penali contro chi utilizza sostanze ancora diverse; nella “sezione cronaca” plaudono ai blitz antidroga nelle piazze, nei concerti e nelle scuole criminalizzando il consumo di qualsiasi sostanza illegale.
Ciò che segue sarà quindi la verifica delle ragioni finora esposte o, se si preferisce, la riorganizzazione delle stesse attorno ad alcuni materiali specifici. Si tratta dei romanzi La verità su tutto di Vanni Santoni (Mondadori 2022) e La ragazza eterna di Andrea Piva (Bompiani 2024). Perché proprio due romanzi? Perché questi e non altri? L’ipotesi circa il divorzio tra consumo di sostanze e irregolarità della vita, tra cultura psichedelica e mondo della droga sarebbe facilmente argomentabile anche passando al vaglio il materiale divulgato dagli stessi ambienti psichedelici, ma così facendo avremmo solo la prova dell’opera di persuasione di coloro che hanno già scelto l’orizzonte verso cui pellegrinare. Diversamente, il romanzo offre un campo discorsivo meno interessato, un territorio narrativo dove il pattugliamento dell’autore non riesce a estendersi – a patto di non sconfinare nella testimonianza – sull’intero contenuto. “Io credo”, scrive Walter Siti in Contro l’impegno (Rizzoli 2021), “che la forma non sia soltanto lo zucchero sull’orlo del bicchiere, che fa andar giù la medicina amara; credo che serva per estrarre i contenuti che lo scrittore sotto sotto voleva evitare” (p. 27). Motivo per cui, “ogni volta che la scrittura acquista spessore”, ovvero assume consistenza letteraria, diventa letteratura, “il testo si sposta dall’intento primario e suggerisce orizzonti più ampi, se non contraddittori” (p. 254). Quali siano le stratificazioni narrative non pattugliate in modo diretto dall’autore – i contenuti informati in modo maggiore da ciò che circonda l’autore e meno dal suo arbitrio discorsivo – non possiamo saperlo; ma la loro stessa presenza, impastando il racconto di impersonalità, di circostante, di mondo, rende il romanzo anche un ottimo materiale in cui cercare tracce di immaginario.
La verità su tutto e La ragazza eterna non sono solo romanzi, ma sono a loro modo “romanzi psichedelici”. Entrambi hanno potuto contare sulla fortuna di cui gode la tematica psichedelica nell’industria culturale, ed entrambi sono stati promossi e apprezzati sia dalla critica letteraria che dall’ambiente psichedelico. Non tutti i “romanzi psichedelici” pubblicati negli ultimi anni hanno raggiunto lo stesso punto d’intersezione tra letteratura e psichedelia. Il lettore implicito di L’agente del caos di Giancarlo De Cataldo (Einaudi 2018), ovvero quel lettore che, secondo la teoria di Wolfgang Iser, ogni autore avrebbe in mente durante la stesura della propria opera, non sembra avere le caratteristiche per rappresentare anche le idealità dello psiconauta dei nostri giorni; mentre il lettore implicito di La nuova terra di Sebastiano Mauri (Guanda 2021) le incarna al punto da spingere sullo sfondo le idealità meno psichedeliche.
Non meno significativo, se ho scelto di concentrarmi sui romanzi di Santoni e Piva è perché sono riusciti in modo diverso a sorprendermi, sfidando pregiudizi e avventurando pensieri; e se nel corso dell’argomentazione le criticità avranno la meglio sull’insieme è solo per l’impegno preso nei confronti dell’argomentazione stessa, dell’esercizio critico qua dispiegato.
Il dosaggio e l’assoluto
Da una parte il “tutto”, dall’altra l’“eterno”. I titoli parlano chiaro: ai cultori della materia psichedelica l’assoluto piace un casino! Divino o sapienziale che sia, deve esserci sempre. Si potrebbe quasi sostenere che la psichedelia sia uno degli ultimi rifugi dell’assoluto. Un tema che in effetti non gode di molta fortuna in questi tempi, vacillante anche là dove è sempre stato considerato un pilastro portante. Sincretismo religioso, meticciato culturale, intersezionalità delle lotte, sembra che un po’ dovunque si preferisca il contingente, il relato, il situato, insomma l’esperienza mediata dal corpo, dall’individuo. In questo senso la psichedelia sembrerebbe nuotare controcorrente, o meglio rimanere immobile.
Al di là dei titoli, in entrambi i romanzi l’assoluto è invece costretto a misurarsi con il relato, con il tempo che passa e costringe i personaggi a scelte sempre diverse; ma per un gioco di casualità, ciò che a primo impatto sembrerebbe più incorporeo – l’“eterno” di Piva – risulterà invece meno disincarnato del “tutto” di Santoni. In La verità su tutto l’esperienza dell’assoluto è decisamente più rilevante, disseminata lungo tutto il racconto. All’inizio della quarta parte, verso metà romanzo, l’assoluto fa capolino nella versione psichedelica più serigrafata, quasi un feticcio discorsivo del mondo psichedelico, una sequenza di parole il cui significato implicito risulterebbe sminuito da chiarimenti ulteriori: la connessione col tutto.
Cleopatra, la protagonista e voce narrante del romanzo, è immersa ormai da giorni in una meditazione solitaria e sfidante. Ritirata in un rudere abbandonato sull’Appennino Tosco-Emiliano, prosegue l’indagine sulla natura del cambiamento che avverte nella sua vita. L’isolamento pressoché totale dal resto della società, un regime alimentare a base di digiuni e le avversità climatiche dovute all’autunno, la espongono a continue oscillazioni psicofisiche. Ma sconfinamenti dall’ordinario e sbilanciamenti dal proprio sé non rappresentano certo una novità per lei. Cleo aveva già sperimentato stati psicofisici non ordinari tramite l’uso di psichedelici, in particolare grazie all’assunzione di LSD. È quindi all’interno di questo scenario fatto di isolamento eremitico e ricerca di sé che troviamo la seguente considerazione:
La meditazione e gli psichedelici hanno un’affinità naturale, guardano nella stessa direzione. È abbastanza logico, visto che un’esperienza psichedelica pienamente riuscita reca in uno stato di “connessione col tutto” analogo a quello del nirvana o nirvikalpa samadhi che dir si voglia (p. 142).
In realtà, di logico e naturale c’è solo un “sottinteso psichedelico”. Meditazione e sostanze stupefacenti non sono predestinate a orbitare intorno allo stesso nucleo esperienziale. Possono essere avvicinate, finanche sovrapposte (tanto da rappresentare l’approdo prediletto di molti psiconauti), ma che “un’esperienza psichedelica pienamente riuscita rechi in uno stato di connessione col tutto analogo a quello del nirvana” rimane un’affermazione opinabile: un esito possibile, non una meta ineluttabile. Per Ugo Leonzio, ad esempio, l’orizzonte di significato degli stupefacenti (psichedelici compresi) dovrebbe invece rimanere “al di qua della carne”, entro “un rifiuto totale del metafisico” rivolto a “far rinascere il corpo”, a “reinventarlo”. È questo “il problema più affascinante posto dalle droghe; completamente diverso se non opposto ai significati mistici reperibili nelle teofanie religiose” che Leonzio invitava a indagare nella sua antologia e storia delle droghe Il volo magico (Sugar 1969), testo di riferimento anche per la cultura psichedelica dei nostri giorni.
L’affinità naturale tra gli psichedelici e la meditazione, in modo maggiore proprio perché interpretata in chiave metafisica, risulta sospetta anche secondo le pratiche di consumo e gli orizzonti di senso legati all’esperienza dei rave parties. A metà degli anni Novanta, il collettivo Hard Raptus (insieme di realtà attive nell’organizzazione di rave illegali nel contesto romano) avverte l’esigenza di prendere posizione diffondendo un volantino con le seguenti rivendicazioni:
– Non divinizzare le droghe
– Non concepire la partecipazione al Rave come unione spirituale tra corpo-musica-droga ma come un intervento ad un momento materiale di disordine urbano dove ci si diverte fottendo l’industria istituzionale del divertimento
– Il ricavato del [rave] servirà ad evitare a qualcuno una pena detentiva
We hate prisons
Rave e conflitto sono temi ricorrenti anche nella penna di Santoni. I dialoghi più serrati si trovano nella seconda e terza parte del romanzo, prima che l’inclinazione mistica di Cleo prenda il sopravvento. È in questa fase del racconto che veniamo a conoscenza del suo trascorso politico e delle sue esperienze nella scena rave. Sulla scorta di quel periodo c’è ancora chi la riconosce e la chiama “comandina”:
Lo era stata [una capa], in effetti, in quegli anni, nel dopo-Genova che portò sì il riflusso ma solo alla fine di una coda lunga che a Firenze diede qualche soddisfazione, con la saldatura tra la sopravvenuta cultura free tekno e le nuove occupazioni, quando ancora non era arrivato l’autoritarismo a bassa intensità dell’ideologia del decoro… (pp. 68-69).
In un primo momento, sembra che l’interpretazione dell’esperienza rave rimanga all’interno di un orizzonte politico, per quanto dissimile dall’immaginario sovversivo indovinato nel volantino di Hard Raptus. Una differenza che spesso si accompagna a modi diversi di nominare e intendere la scena rave: da un lato “free parties” e “festival”, incontri di stampo comunitario e bucolico; dall’altro “feste” e “taz”, dispositivi di rottura e rovesciamento dell’ordinario. Al di là del distinguo (di natura espositiva e provvisoria), il rapporto tra rave e psichedelici viene fin qua raccontato in termini politici ancora prima che spirituali, e anche quando viene toccato in modo diretto il tema del trascendente, dell’assoluto, questo viene affrontato con piglio dialettico e giocoso.
Mentre Cleo e Carme discutono sull’importanza di una prospettiva culturale che faccia dell’esperienza psichedelica una messa in discussione del mondo e non “una forma avanzata di edonismo”, Cleo ironizza sul percorso meditativo di un amico che, volendo stare alla larga dalla scena rave, aveva buttato “ore e ore nel cesso per ottenere in vent’anni quello che si può ottenere in mezz’ora con un paio di cartoni”, ovvero l’accesso al trascendente. Carme, divertito dall’affermazione, che trova “materialista” e “riduzionista”, in linea con la propria visione politica delle cose, ricorda che però, alla propria esperienza con gli psichedelici non è conseguita nessuna rivelazione particolare, ma solo “un paio di serate divertenti”. Cleo, ribattendo, fornisce subito la spiegazione: “Perché al massimo ti sei preso un mezzino. Prenditi 400 microgrammi di LSD, mettici sopra uno 0.2 di md…”. Carme, che poco prima aveva definito il trascendente “uno stato di coscienza”, rivede così l’affermazione annunciando “Il trascendente come questione di dosaggio!” (p. 71).
Diversamente dal senso comune, nella trattazione filosofica qualità e quantità non sono sempre state disposte secondo un ordine gerarchico. Al variare della quantità potrebbe infatti corrispondere un salto di qualità, una trasformazione qualitativa dell’esperienza. Dichiarare “il trascendente una questione di dosaggio” sarebbe quindi un ottimo congegno teorico per continuare a interrogare l’immateriale al cospetto della materia, l’assoluto al cospetto del relato o, in alternativa, un ottimo congegno per disinnescare entrambi, il trascendente e l’immanente, disattivarli come polarità che governano l’esperienza. Insomma, un’intuizione geniale! Ma Carme è solo una traccia della vita passata di Cleo; una traccia importante, ma destinata a cambiare di segno.
Poche pagine dopo, è infatti la voce di Simone Weil (un po’ amica immaginaria, un po’ daimon della coscienza) che permette a Cleo di rivalutare meglio le sue esperienze drogherecce da raver:
Pensa che ai tempi neanche mi ero accorta di cosa stessi esperendo, davo quasi solo interpretazioni politiche. Potremmo dire che le mie esperienze mistiche sono diventate tali solo adesso che le inquadro sotto un simile frame (p. 75).
Il frame, la cromatura delle lenti attraverso cui Cleo riguarda le sue esperienze passate, corrisponde all’interesse per la meditazione verso cui tenderà la sua ricerca sulla natura della verità, declinata ora come polarità tra bene e male, ora come torsione tra individuo e collettivo. È da questo momento in poi che psichedelia e meditazione iniziano a contendersi il campo dello svelamento, la realtà dietro il velo di Maya. Una sfida che in più occasioni parrebbe risolversi a favore della psichedelia: impareggiabile dal punto di vista epifanico, eppure insufficiente a sostenere la rivelazione oltre la durata dell’esperienza psichedelica. Il primato, allora, riguarderebbe solo la visione, in un certo senso l’esperienza, della verità (“La verità è un’esperienza, non un pensiero: dato che ci si arriva per mezzo della non-mente, non può essere espressa, solo esperita”, p. 271). Alla meditazione – qui declinata come percorso trasformativo, insieme di pratiche e condotte – spetterebbe invece il compito di organizzare la vita secondo i precetti della verità, attualizzarla e valorizzarla socialmente. Un compito che Cleopatra affinerà grazie agli insegnamenti di Kumari, sua maestra e compagna.
Specularmente al gioco di verticalità e orizzontalità che rimbalza lungo tutto l’arco narrativo (“io stavo creando mondi, ma non col gesto banale e presuntuoso dell’invenzione” p. 157; “e io capii di aver avuto un’investitura. Anzi, di essermela presa, p. 241), quello tra Kumari e Cleo non è solo un rapporto tra maestra e allieva (“tu non sei il tipo di persona che apprende ascoltando, come la scolara dalla maestra. Tu apprendi insegnando. Aiutami a rendere questo giardino un cenacolo” p. 218), ma lo spazio narrativo entro il quale la meditazione e gli psichedelici possono fondersi e confondersi. Dopo che Kumari inizia se stessa all’acido lisergico prendendo dalle mani di Cleo due cartoni di LSD per un totale di 410 microgrammi, la prima dice alla seconda:
Mi hai mostrato la trascendenza. Ma è stato come se qualcuno mi avesse portata all’interno di una fortezza su un picco grazie a un animale volante e subito mi avesse riportata giù.
E… quindi?, dissi, in realtà senza seguire troppo, distratta dal suo viso, la cui bellezza mi pareva farsi più intensa e oscura quando parlava da sapiente.
Quindi, anche se prima di incontrarti non avevo varcato l’ultima e più interna porta, quell’unità col tutto che ho sempre saputo esistere ma non avevo mai veramente esperito, adesso sta a me insegnarti il sentiero che porta fin lassù. Perché il vero yoga, che nulla ha a che fare con la ginnastica e nemmeno con la meditazione, si apprende solo di maestra in maestra. Anche quando l’allieva è migliore di chi insegna (p. 218).
Tra verticalità orizzontalizzate, tradizioni laicizzate e improvvisazioni sacralizzate, i dubbi e le perplessità circa la direzione spirituale impressa alla ricerca sulla verità sono molteplici (“Se avessimo rinunciato da subito a un certo piglio, come dire, religioso” p. 265; “l’unica cosa che si sarebbe dovuta fare, all’inizio, era gridare socialismo o barbarie”, p. 273), tanto da rendere inevitabile chiedersi chi, tra Santoni e Cleopatra, abbia solo scherzato con il lettore – e d’altronde, già dal titolo, avremmo solo un petto in mostra sulla copertina se non fosse prevista dell’ironia…
L’infausto destino del cenacolo di iniziati a cui Cleo e Kumari daranno vita, una sorta di “fondazione spirituale” diventata troppo macchinosa per continuare a esistere senza l’insidia del contingente, senza che la realtà torni a tenere sotto scatto l’ideale (“Dov’erano finite, però, certe mie idee? […] c’era da gestire le finanze della Fondazione e stampare i nuovi pamphlet”, pp. 242-243) riporta sul piano dell’erranza la parabola mistica di Cleopatra (“Erra fino allo sfinimento, in una totale spontaneità. Poi, di colpo, lasciati cadere a terra e, in questa caduta, sii totale. Allora di rivela l’essenza assoluta”, p. 255). Appena prima che il punto finale abbia la meglio, sembra così scorgersi “un punto di uscita” dalla verità (p. 292), una liberazione “che trascende la semplice nozione dell’unità dell’uno col tutto” a cui arrendersi infinite volte (p. 294).
L’errore e la cura
Di segno opposto, moralmente illuminante e socialmente edificante, sembra invece il destino della fondazione benefica di cui veniamo a conoscenza sul finire del romanzo di Piva. Boccia e Renata, rispettivamente prima voce narrante e coprotagonista del romanzo, entrano in possesso di una smisurata somma di denaro che permetterà loro di promuovere diverse attività filantropiche (rimborsi per vittime di truffe bancarie, mense per poveri, sostegno psicologico per malati oncologici) e di sostenere economicamente organizzazioni antiproibizioniste e “tutte le cause di progresso in cui credevamo” (p. 348). Tra le attività più sentite – quella che porterà a compimento il sogno professionale inseguito dai protagonisti del romanzo – figura un “centro studi sull’esperienza psichedelica”, nonché “consultorio psichiatrico gratuito” dove, in modo accorto ma segreto, vengono usate sostanze psicoattive:
Io e Giangi mettemmo a punto un protocollo terapeutico per varie patologie psichiatriche, che si rivelò molto efficace e che con modifiche mirate funzionò benissimo anche per i viaggi di semplice esplorazione, se una cosa così esiste davvero. Ospitammo psichiatri, psicologi, sociologi, antropologi, scrittori, filosofi, politici, chiunque volesse contribuire al discorso sugli stati alterati di coscienza con spirito costruttivo (p. 348).
Prima che gli eventi si allineassero in modo tanto geometrico quanto fiabesco, Boccia è uno psichiatra appena incuriosito dalla psichedelica, Giangi suo amico e collega altrettanto a digiuno di esperienze psichedeliche, Renata amante del primo e vittima di un cancro terminale che la terapia psichedelica potrebbe aiutare ad affrontare. Seguendo uno schema narrativo fin troppo scolastico, Renata diventerà la prova manifesto della visione psichedelica maturata nel corso del romanzo da Boccia e Giangi: psilocibina, LSD, MDMA, DMT e ketamina, non sono solo meno tossiche di quanto sosteneva “la vulgata proibizionista”, ma sempre più ricerche dimostrerebbero l’apporto positivo nel trattamento di varie patologie, fino a “dare una mano a fronteggiare la morte in modo più pacificato” (p. 99).
Ancora prima di scoprire l’effetto della terapia psichedelica sul singolo caso di Renata, l’esito positivo del trattamento risulta previsto e garantito dalla strategia narrativa che Piva sceglie di mettere in campo, una sorta di macchina pedagogica attraverso cui dispensare precauzione mediche di base (“le sostanze psicotrope non sono tutte uguali […]. Interagiscono con le circostanze e con quello che sei tu. La stessa molecola in un dato setting fa una cosa, in un altro tutt’altra”, p. 103) e informazioni scientifiche di tendenza (“sembra che LSD e psilocibina tra le altre cose riducono o rimodulino l’attività del cosiddetto Default Mode Network […] permettendo maggiore comunicazione tra zone del cervello che normalmente comunicano poco, p. 100). Anche la contrarietà alla terapia psichedelica che Renata protrae fino all’ultima parte del romanzo serve alla macchina pedagogica per convalidare la tesi di partenza: la terapia psichedelica funziona, la diffidenza di Renata è irrazionale, la ragione si trova nelle argomentazioni di buon senso disseminate lungo tutto il romanzo.
Ciò che la macchina pedagogica di Piva mette in moto, più che la storia di una rivelazione, sembra la storia di un ripensamento. Sono passate solo poche ore dalla prima assunzione di LSD quando Renata rivaluta in chiave negativa la sua diffidenza verso gli psichedelici:
Devi spiegare alla gente dal punto di vista clinico che miracolo sono queste sostanze. Perché è terribile che la gente non lo sappia. È terribile che anche una come me fosse tanto terrorizzata da non volere provare. Mi stavo censurando una delle esperienze più importanti della vita per un pregiudizio che neanche sapevo di avere (p. 332).
Fino a questo momento Renata non è governata dalla disinformazione sulle sostanze psicoattive. Tra le sue abitudini c’è anche quella di bere, girare cannoni, pippare e fumare cocaina. Drogarsi, ballare, scopare, destreggiarsi tra salotti altolocati e festini improvvisati rientra nei suoi modi di fronteggiare la vita. Ma cartoni, funghetti e psichedelici simili non la convincono, gli effetti che ha visto sugli altri la insospettiscono. Un suo conoscente c’è pure rimasto, smarrito per sempre in chissà quale universo solipsistico:
Sì, mi drogo, scopo, suono e mi diverto. Sai cosa stavo per dire? Come se non ci fosse un domani. Ma io un domani davvero non ce l’ho più, letteralmente. Quindi mi comporto di conseguenza. Me la godo. Che tristezza, eh? Che quadro desolante! La poverina ha deciso di andarsene in un lungo party silenzioso! Che scandalo! Oh, ma lui mi vuole salvare da tutto questo. Meno male. Ma fammi il piacere, Boccia. Tornate alla tua piccola vita tanto a modo e tanto triste. Ci pensavo l’altro giorno. Ti manca solo un cane, guarda. Un bel San Bernardo, ti consiglierei (p. 241).
Si potrebbe pertanto pensare che a tenere Renata lontano dagli psichedelici non sia soltanto la forza di un pregiudizio, ma l’esito naturale di una preferenza. Ciò che allora emergerebbe dalla parabola di Renata non riguarda solo la rivalutazione positiva di alcune sostanze, ma la messa in discussione delle sue preferenze in generale, che ora vengono rovesciate per collocare al primo posto ciò che prima stava sul fondo. E se non c’è avvicinamento al nuovo senza rivisitazione del vecchio, l’opera di persuasione di Boccia nei confronti di Renata, sommata al silenzio circa il ruolo ambiguo degli enti di ricerca nel minare ciò che ora promuovono in termini di cura, non può che sollevare dei dubbi sulla relazione tanto delicata quanto problematica tra persuasione e libera scelta (fino a domandarsi se possa o meno sussistere una correlazione tra le politiche sanitarie messe in atto negli anni appena precedenti alla pubblicazione del romanzo e l’urgenza di salvare Renata in forza di ragioni superiori).
La scala di valore che vorrebbe gli psichedelici davanti al resto delle droghe è legata a filo doppio alla contrapposizione tra buoni e cattivi presente nel romanzo. Se la schiera dei buoni – dal progressismo di Boccia al libertinismo di Renata – ha maglie abbastanza larghe per estendersi anche al resto dei loro conoscenti, quella dei cattivi sembra serrarsi attorno alla vicenda di Bibi e Pippo, i due uomini d’affari che giocheranno sporco con la curiosità di Renata per il GHB, sostanza di uso ricreativo il cui ruolo, nel romanzo, rimane però determinato dalla sua criticità maggiore: l’esposizione alla violenza sessuale in relazione allo stato di incoscienza dovuto al sovradosaggio. Ed è qua che il dispositivo estetico – la forma che secondo la critica di Walter Siti sarebbe in grado di estrarre i contenuti che lo scrittore avrebbe voluto evitare – entra in collisione con la funzione pedagogica del romanzo: la descrizione degli effetti del GHB sul corpo di Renata (“era cosciente […], solo che non aveva nessun comando sulle sue azioni. Si sentiva intrappolata in un corpo non suo”, p. 307), sul corpo di Bibi (“Stese le gambe, e aprì e richiuse le mani ripetutamente, come assaporando per la prima volta il gusto di avere un corpo”, p. 311), sull’inerzia con cui Pippo e Bibi, impossibilitati a disporre del proprio corpo come dell’auto ormai fuori controllo, vanno incontro alla morte (“‘Ma no’, disse sospirando. Col tono di chi si è appena scoperto una macchia di sugo sulla camicia”, p. 312), si equivalgono, sul piano della creatività letteraria, alla descrizione degli effetti di segno esplicitamente positivo di LSD e ayahuasca. Nel momento in cui la penna di Piva si mette al servizio di ciò che una coscienza sbilanciata dal proprio asse potrebbe esperire, la scrittura abdica alla funzione pedagogica della macchina narrativa per diventare medium linguistico della sostanza stupefacente, qualsiasi essa sia.
Che la scrittura possa indovinare qualcosa di una coscienza sbilanciata dal proprio asse che al resoconto orale o diaristico a volte sfugge, diventa evidente anche dall’uso creativo del tempo narrativo. Un aspetto che nel romanzo di Piva acquista particolare rilievo nella descrizione della seduta di Boccia con l’ayahuasca. Ancora prima che il lettore possa comprendere che la descrizione dei fatti narrati abbia ceduto il passo alla descrizione degli effetti dell’ayahuasca, la realtà fenomenica da questa prodotta ha già conquistato la narrazione, riproducendo l’incanto e lo spaesamento vissuto dalla coscienza di Boccia sotto l’effetto della sostanza. Più in generale, sembra confermarsi una proporzione tra dispositivo estetico e coscienza non ordinaria: quanta più elaborazione narrativa viene messa in campo, tanto meno serigrafato risulterà lo stato modificato di coscienza descritto. Similmente a quanto lasciava intendere Wendell Kretzschmar nel Doctor Faustus, è solo grazie all’antiascetismo della partitura che l’assoluto musicale rimane suono e non diventa silenzio. Non che Piva volti le spalle a visioni psichedeliche che potremmo definire noumeniche o antieraclitee, tutt’altro (“ora facevo parte del tutto, e di tutto avevo una coscienza distribuita […]. Perché tutto era allo stesso tempo la stessa cosa, da sempre e per sempre”, p. 116); ma non credo stia in queste formule originali quanto un Volkswagen Kombi appena restaurato ciò che di singolare possiamo scorgere, sulla parentela tra droga e letteratura, in La ragazza eterna.
L’oracolo e l’industria
Sono trascorsi quasi cinquant’anni da quando Friedrich Dürrenmatt scrisse La morte della Pizia, eppure non è così semplice trovarne traccia all’interno della cultura psichedelica. Qualcuno potrebbe anche chiedersi perché mai dovrebbe: vero è che i vaticini della Pizia avevano un rapporto diretto con regimi di coscienza straordinari e che Dürrenmatt stesso di stati modificati di coscienza qualcosa doveva pure saperne viste le sue abitudini drogherecce, ma si tratta pur sempre di una parodia, di un gioco letterario in cui, aspetto fondamentale, non viene celebrata nemmeno una molecola sacra! Persino i vapori psicoattivi che infondevano alla Pizia una conoscenza inedita vengono presi alla leggera, menzionandoli giusto per ricordare che “alleviavano i dolori reumatici provocati dalle correnti d’aria” che penetravano nel santuario di Delfi da tutte le parti. Eppure, ciò che dovrebbe costituire il nucleo dell’esperienza psichedelica, ossia lo svelamento di una realtà prima occultata, non è solo intelaiato nel racconto con maestria, ma viene continuamente messo alla prova interrogando l’occultamento residuo di ogni realtà disvelata (nello specifico, l’oscuramento dei fatti sorto dal chiarimento degli stessi entro la pluralità dei punti di vista sulla vicenda di Edipo).
Le ragioni circa il disinteresse della cultura psichedelica verso alcune forme di narrazione e interpretazione del reale non credo siano da ricercare solo nell’assenza di sostanze stupefacenti da cui isolare molecole sacre. L’attenzione andrebbe forse riposta sull’insofferenza per la relativizzazione stessa dello svelamento: giusto il tempo di ricollocare la realtà svelata entro la sua relazione con ciò che rimane da disvelare – non solo, quindi, con ciò che non è più occultato – e la meccanica dello svelamento sembra non essere più riconosciuta in quanto tale, come se l’unico svelamento psichedelico possibile fosse quello che svelando tutto, non lascia più niente da disvelare; qualcosa, insomma, molto più simile al sorgere di una convinzione che al tramonto di una certezza. “Mia cara, stimatissima Pizia”, dirà l’indovino Tiresia alla sacerdotessa di Delfi, “ti concedo che la fedeltà [negli dèi] sia una virtù meravigliosa e onestissima; ma tu non scordare che non c’è dittatura senza fedeltà, la fedeltà è la solida roccia sulla quale si erige lo Stato totalitario, che senza di essa affonderebbe nella sabbia; per la democrazia è necessaria invece una certa mancanza di fedeltà, una attitudine più svolazzante, più irresoluta, più fantasiosa” (p. 44).
Come già evidenziato, anche dietro l’onniscienza dei titoli di Santoni e Piva (il “tutto” e l’“eterno”) sopravvive un sottotraccia di verità parziali e dubbi irrisolti. La stratificazione narrativa chiama in causa anche l’altro aspetto che Dürrenmatt si diverte a parodiare: il rapporto tra greci, oracoli e indovini non era mediato solo dalla vicinanza agli dèi, ma dalla compravendita delle informazioni. Dietro un destino foggiato da profezie improvvisate e vaticini depistanti, non solo scopriamo il piano occulto di chi, giocando di anticipo, governa l’imprevisto, ma che spesso tra indovini e oracoli vigeva un accordo: l’indovino pagava l’oracolo in modo da convalidare il vaticinio del primo con il responso commissionato al secondo. Con la stessa ironia di Dürrenmatt, mi diverte immaginare che tra industria culturale e cantori psichedelici sia in atto lo stesso accordo: il gruppo editoriale sovvenziona lo scrittore affinché lo psiconauta ritrovi nel romanzo la verità circa l’esperienza psichedelica di cui ha sentito parlare su riviste e quotidiani, rendendola reale. Meno fantasiosamente, l’industria sussume l’originalità dell’autore attivando una curiosità editoriale da convertire in compravendita culturale. Non è certo una specifica della psichedelia, avviene con tutto: ecologismo, femminismo, decolonialismo e via dicendo.
Oltre a individuare le stratificazioni civilmente spendibili nei romanzi di Piva e Santoni, sarebbe interessante portare in superficie gli aspetti narrativi che, violando il patto segreto tra industria e scrittore, potrebbero così disattivare, al pari di una controfattura, l’effetto normativo nei confronti del lettore. Tradotto in termini euristici, il divorzio tra consumo di sostanze e irregolarità della vita, tra cultura psichedelica e mondo della droga ipotizzato all’inizio del saggio risulta convalidato solo in parte. In generale non siamo di fronte a un disconoscimento della pluralità dei costumi e dei consumi presenti nel mondo della droga. In La verità su tutto l’insieme dei luoghi e dei personaggi di cui veniamo a conoscenza continua ad avere qualcosa di irriducibile all’immaginario del bravo cittadino. Tra scappate di casa, eretici, ex-tossiche, ravers e inadatti vari, il campionario umano che prende vita continua a parlarci di un mondo ancora poco presentabile alle cerimonie ufficiali della cultura psichedelica, fino a sfiorare l’incubo peggiore di ogni autorità: l’“amico anarchico arrestato per il sabotaggio di una centralina ferroviaria” (p. 203). Lo stesso non vale per le sostanze stupefacenti menzionate. Qua la distillazione della psichedelia dalla droga sembra invece confermata. Nonostante gli ambienti marginali frequentati da Cleopatra, la loro rappresentazione sul piano dei consumi non coincide con le usanze che assoceremmo a questi contesti: milioni di canne, tanto alcool, qualche botta, droghe sintetiche dal nome improbabile. Poco e nulla di tutto questo. L’acido lisergico, con l’alleanza occasionale di ketamina e MDMA, prevale in tutte le pagine dove gli stupefacenti vengono menzionati in modo esplicito. Il primato psichedelico, in termini di potenza e auroralità, spetta invece al decotto di ayahuasca (per l’occasione addizionato con San Pedro e stramonio), la cui assunzione innesterà, tanto sul piano della metafisica quanto su quello della narrazione, la fine nell’erranza, il punto finale nel punto d’inizio.
Tra “canne d’erba”, “buste di coca”, “fumate di crack”, “stagnole di roba”, “benzo per dormire” e “pillole rosse a forma di cuore”, il ventaglio di stupefacenti presente ne La ragazza eterna rimane complessivamente più ampio, per restringersi tempestivamente a ridosso della conversione psichedelica di Renata. Un movimento analogo riguarda le condotte antisociali dei personaggi incontrati, retrospettivamente infantilizzate di fronte all’atto maturo per eccellenza indovinato dalla terapia psichedelica. Anche la figura di Gaetano, il paziente di Giangi che rivendica la sua tossicodipendenza come forma di resistenza al ricatto del lavoro, acquista contorno solo in controluce, illuminato dai fari della macchina pedagogica: prima paziente di riserva nel caso Renata non avesse accettato la terapia psichedelica, poi mediatore per acquistare blotter di LSD nel dark web. Ripercorrere il romanzo al contrario rimane il modo migliore per assegnare colore proprio alle critiche di Renata riguardo la gerarchia farmacologica di Boccia, alle perplessità di Giangi riguardo l’efficacia della terapia psichedelica e, più in generale, per riportare in superficie i momenti di leggerezza che tutti, tra pastiglie, alcool e canne, hanno vissuto prima che la terapia psichedelica producesse un cono d’ombra sulle stratificazioni narrative meno psichedeliche.
La presenza o l’assenza di alcune droghe, così come la raffigurazione di alcuni ambienti sociali piuttosto che altri, non garantisce una distanza dal mercato e dalle norme sociali a questo relativo; il loro nascondimento potrebbe anzi offrire un gioco narrativo ancora meno governabile. Nell’introduzione a Il desiderio omosessuale di Guy Hocquenghem (Mimesis 2022), Cristian Lo Iacono ipotizza la fine di un patto, quello tra capitalismo e patriarcato: “La storia contemporanea ci ha dimostrato che l’avanzamento sul piano dei costumi, del riconoscimento dei diritti e delle identità, […] non si è accompagnato a un superamento del capitalismo nei suoi tratti essenziali”; questo, semmai, è stato capace di fare a meno della famiglia tradizionale, “favorendo anzi e valorizzando (favorisce in quanto valorizza, cioè sfrutta e mette al lavoro) la fioritura di soggettività eccentriche rispetto alla norma eterosessuale”. Per questo motivo la rivoluzione omosessuale, nella critica di Hocquenghem, non poteva rimanere indifferente alle trappole dell’individuazione, secondo cui ogni forma di libertà diventa legittima solo di fronte alla sua reificazione, ovvero in forza di un principio produttivo ugualmente normativo (“la società capitalistica fabbrica l’omosessuale così come produce il proletario, suscitando senza posa il suo stesso limite”, p. 40).
Giocare con l’indeterminato per mezzo di alcune droghe, al pari di accarezzare il piacere di una sessualità sottratta all’eteronormazione, non schiude di per sé orizzonti straordinari. È l’irriducibilità ai regimi normativi che spessora il margine entro cui sesso e droga rimangono esperienze di sconfinamento dai tracciati ordinari. Un margine incline a estendersi o ritirarsi a seconda del contesto storico e dell’orizzonte culturale in esso dischiuso. Potrebbe così succedere, in assenza di una frizione tra norme sociali e sostanze stupefacenti, che affacciarsi al mondo della droga non corrisponda più a fare un passo di lato dal mondo della lucidità elevata a regime produttivo. Potrebbe così succedere, ad esempio, che ingannare la noia fumando canne al parchetto, amicarsi l’ignoto con l’intercessione di funghetti e cartoni, soffiare il tormento all’insonnia corrompendo la notte, e ancora ballare, piangere e giocare a dispetto delle avversità sociobiografiche, diventino esperienze sempre meno dissipate, meno gratuite, accerchiate da narrazioni sempre più architettate, più performative. A ben guardare, così è sempre stato. Che si tratti di costumi sessuali o regimi di coscienza, i percorsi, le idealità, i modi di riscattarsi, di spalleggiarsi, di riconoscersi affini tra estranei, sono sempre stati allo stesso tempo diversi e divisivi.
In conclusione, potremmo dire del romanzo psichedelico lo stesso che Walter Siti sostiene a proposito della letteratura in generale: il principio trasformativo della scrittura non risiede nelle verità che permette di comunicare; piuttosto,
la letteratura cambia davvero le cose quando urta contro la nostra impotenza, alleandosi a quei fondamentali temi umani che gli “esercenti di questa Terra” (politici, industriali, opinion makers) trascurano e rimuovono: la depressione, la noia, la convinzione che nulla abbia un senso, il lasciar perdere, il desiderio di schiavitù, il rancore, l’inconcludenza, la stupidera – il basso continuo della miseria umana da cui ogni volta le ideologie si dichiarano offese e sorprese (p. 263).
“La verità”, dirà Tiresia alla Pizia, “resiste in quanto tale soltanto se non la si tormenta” (p. 64). Anche per Dürrenmatt, la letteratura non rivela ma pungola la verità. Agli psiconauti la scelta di propiziare la verità o il suo pungolo.
Bibliografia
Dürrenmatt, F., La morte della Pizia, Adelphi, Milano 1989.
Ghelli, F., Viaggi nel regno dell’illogico. Letteratura e droga da De Quincey ai giorni nostri, Liguori, Napoli 2003.
Hocquenghem, G., Il desiderio omosessuale, Mimesis, Milano-Udine 2022.
Lagioia, N., La città dei vivi, Einaudi, Torino 2020.
Leonzio, U., Il volo magico. Storia generale delle droghe, Sugar, Milano 1969.
Piva, A., La ragazza eterna, Bompiani, Milano 2024.
Santoni, V., La verità su tutto, Mondadori, Milano 2022.
Siti, W., Contro l’impegno. Riflessioni sul Bene in letteratura, Rizzoli, Milano 2021.
Matteo Colombani è laureato in filosofia. Le sue ricerche spaziano dall’antropologia culturale alla teoria critica. È parte del Collettivo Trickster e autore di alcuni saggi, quali “Eccedenza e individuazione” (Sensibili alle foglie, 2024) e “Lo spettro di Dioniso nell’underground” (Mimesis, 2020).
Parole chiave: letteratura, droga, cultura psichedelica