Radio killed the ego star
Lo speaker radiofonico come personaggio trickster

di K.
Quest’articolo offre spunti di riflessione sia sul rapporto tra lo speaker radiofonico e gli ascoltatori – liminale, caratterizzato dall’assenza dello sguardo – che sull’imprendibilità e sull’ambiguità dello strumento radio. Le emittenti, infatti, sono sempre più cooptate da un sistema mercificante che appiattisce le coscienze, per cui l’intento della trasmissione è la distrazione. Ma d’altro canto non mancano esempi di pratiche opposte, ovvero di uso della radio come strumento comunicativo, informativo e aggregativo, che concorre a creare una cultura dell’ascolto attivo e della partecipazione.
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La prima volta che qualcuno mi ha detto “ah, ma sei tu quello della radio…”, mi sono sentito stanato, scoperto, riconosciuto, individuato, mi si è affibbiata un’identità non voluta, mi è stata cucita una maschera di carne attorno alla voce, mi sono sentito snaturato, tradito, poiché l’essenza
stessa di uno speaker radiofonico è essere nient’altro che una voce.
Lo speaker è una figura eterea e infatti sta nell’etere. La sua voce fluttua e rimbalza tra un’antenna e l’altra valicando muri e barriere, non conosce ostacoli, è talmente evasiva che per farsi ascoltare esce dalle retine delle casse. La voce dello speaker trasportata dalle onde radio è inafferrabile,
incontrollabile, e anche se si tiene l’apparecchio spento quella voce continua ad aleggiare ovunque, fino ai limiti imposti dall’antenna – là dove il confine la rende un gracchio, un fastidioso ronzio, un balbettio di voci che si sovrappongono in frequenze mescolate casualmente, o meglio, mixate in un rumore indefinito. Le onde radio, così simili al moto marittimo, danno l’idea di qualcosa di fluido, di ingovernabile, misteriosamente ordinate dalle frequenze di modulazione al pari dei flutti che seguono le correnti marine. Muovere la manopola alla ricerca della canzone preferita è come
timonare la barca sulla giusta rotta.
Così come lo speaker è senza volto, anche l’ascoltatore è anonimo, irrintracciabile. Ognuno gode dell’altro come ipotesi: il primo si chiede se qualcuno l’ascolta, l’altro si domanda chi è colui che parla. Nel rapporto che si crea, lo speaker cerca di proporsi in maniera chiara e fruibile, modulando
la voce alla ricerca della giusta tonalità e preparando argomenti e musica che possano interessare un probabile e fantomatico uditorio; dall’altra parte c’è l’ascoltatore che aspetta quella trasmissione, che sente in quella voce qualcosa di amico, di familiare, di intimo, una voce che sembra conoscerlo
nei gusti e nelle preferenze.
In molti casi questo rapporto non è così idilliaco. Lo speaker fa semplicemente il suo lavoro e l’ascoltatore recepisce distrattamente il suono della radio, ma rimane comunque una forma di compagnia reciproca: il primo immagina di avere un pubblico e il secondo sente di avere un compagno di viaggio o di lavoro. I contatti con la stazione radio sono il ponte che permette all’ascoltatore di interagire e di partecipare attivamente alla discussione. Attraverso quei numeri può richiedere musica o fare una dedica, complimentarsi o criticare in tempo reale. Questi contatti generano una reciprocità tra lo speaker e chi ascolta. Si esce da una relazione frontale per generare una colloquialità, un rapporto paritario.
La radio è tante cose. È l’apparecchio marconiano fatto da un’antenna, delle manopole e delle casse; sono antenne e ripetitori, segnali e frequenze; è uno studio insonorizzato con microfoni, cavi e mixer; sono pile e pile di dischi, vinili e cartelle musicali; ma è soprattutto voce. Quella voce dalla
dizione perfetta e dai tempi giusti che tiene compagnia, che può informare o perdersi in facezie, gossip, notiziucole da giornale della metropolitana. Una voce che ci tiene aggiornati sull’ora, sul giorno, sulle novità o che fa rivivere storie passate; una voce che scherza, sospira, imita, legge, evoca, rimanda, consiglia; una voce che torna con regolarità, alla stessa ora tutti i giorni, o a cadenza settimanale; che sappiamo essere lì col suo accento, col suo tono, con la sua musicalità e i suoi gusti che ci sono venuti familiari, che destano curiosità, con cui ci troviamo spesso concordi o che solleticano la fantasia o la critica. È una voce, magari si presenta e si da un nome, ma il suo volto e il suo corpo rimangono sconosciuti e a noi non rimane che immaginarlo. Possiamo affibbiare a una voce calda il volto di una femme fatale o a un personaggio scarmigliato quella voce roca che parla di rock e festival, mentre la voce che legge così bene sarà sicuramente un anziano, la versione umanizzata di Papà Castoro. Ciò che si può immaginare è esente dal pregiudizio estetico, l’invisibilità rimette in primo piano il contenuto sul contenitore. E sono i contenuti narrati da quelle voci senza volto a offrire all’ascoltatore la possibilità di immergersi in contesti diversi, ed è un attimo trovarsi in qualche luogo esotico durante una trasmissione che parla di viaggi, o rivivere l’epopea della scena hip hop newyorkese attraverso le parole e lo slang di uno speaker appassionato di rap; ci può stupire la storia che si cela dietro un libro e la sua autrice o sapere che la più grande band del secolo aveva un compositore sordo e un cantante muto; possiamo vivere l’emozione terrorifica di un giornalista in diretta da un campo di battaglia e quella altrettanto battagliera della radiocronaca di un incontro sportivo. La voce della radio ci suggerisce queste e mille altre cose, stimola la fantasia e l’attenzione, di modo che chi ascolta possa appropriarsi di quel sapere, di una battuta, di un momento epocale. Lo speaker non genera prodotti culturali ma un appetitoso manicaretto vocale per il nutrimento della conoscenza e della fantasia.
Questa doppia caratteristica della radio, la sua riproducibilità (e accessibilità) e la capacità affabulatoria, hanno fatto di questo mezzo un importante strumento di indottrinamento delle masse, ma anche un’arma partigiana. Oggi la radio è prevalentemente un incubatore di pubblicità, chiacchiere da bar, commenti populisti e musica commerciale, che la rende uno specchio fedele della società dello spettacolo e del consumo in cui viviamo. In quanto tale, viene consumata e non ascoltata. Non è un caso che gran parte delle grandi radio commerciali ha aperto canali TV e i podcast sono accompagnati dai rispettivi video (pensati tanto per essere ascoltati quanto soprattutto per essere visti). L’ipnotico mondo della vista, il senso che determina il raziocinio, è oberato di immagini e falsi, di ritmi vertiginosi e fantasmagorie iperrealistiche. Si è arrogato il monopolio della verità, quel “se non vedo non ci credo” che porta a dimostrare le proprie tesi solo se sancite da un video o una fotografia. Il resto rimane nella palude del possibile, del forse, del variabile. L’udito, il senso che determina l’attenzione, è così messo in secondo piano, il raziocinio si fa distratto, la riflessione è sorda, non si ascolta né ci si ascolta. La parola è divenuta fastidiosa appendice delle immagini, bercìo di sottofondo, e sovente viene sostituita da musichette e frasi memetiche.
L’assenza di immagini invece obbliga l’uditorio a concentrarsi, perché non ci sono gesti o video che corroborino le parole o che ne mistifichino il significato. La sola voce obbliga l’ascoltatore a prestare attenzione e riflettere. L’ascolto è il lubrificante del pensiero.
Non a caso le nuove tecnologie e i nuovi format puntano molto sull’udito, non solo per aprire nuovi mercati dopo l’overdose di video e immagini dei social, ma perché ascoltando si può continuare a produrre e a fare altro, la vista e il tatto possono continuare a dedicarsi alle attività, mentre l’udito
può assimilare (distrattamente o meno) voci e suoni. Le nuove tecnologie permettono di consumare prodotti audio mentre si lavora o negli scampoli di tempo, come durante il trasporto o i lavori domestici, di modo che l’assalto capitalistico possa continuare anche quando ci è impossibile posare
gli occhi sullo smartphone. Le serie di podcast sono un esempio perfetto: ricalcano nei tempi e nello stile le serie TV ma hanno il vantaggio di essere fruibili anche mentre si hanno gli occhi occupati dallo schermo.
Nel secolo scorso la radio è stato strumento per l’indottrinamento della società di massa e poi della società dei consumi fino all’avvento della TV, ma è stato anche mezzo di conoscenza e resistenza.
Nel tempo ha sostituito la figura del cantastorie e ha salvato dall’oblio la tradizione orale. Ha quindi permesso a tanti illetterati di conoscere e di sapere. È stata d’aiuto a coloro che vivevano ai margini o troppo isolati per conoscere le vicende del mondo. Ha creato reti di comunicazione sovversiva
durante i regimi permettendo la circolazione di codici e l’organizzazione della resistenza. Nei paesi colonizzati le radio comunitarie sono state strumento per far sopravvivere la cultura della comunità stessa. Infine, con la pacificazione sociale e la monolingua dello Stato e del Capitale, si è fatta
pirata, arrembando le frequenze per amplificare le voci dal basso, la musica underground, liberando i microfoni dal professionismo e dal ricatto burocratico-finanziario. Oggi, nel secolo in cui le comunicazioni sono in mano a un élite di miliardari nazisti, offre informazioni autonome, musica indipendente, storie ribelli presenti e passate, insomma propone un diverso squarcio della realtà, un altro vocabolario, una diversa lettura del presente. Nel nulla che avanza le radio indipendenti sono avamposti di resistenza.
A tal proposito posso offrire due esempi concreti. Il primo, “Aria”, è una trasmissione di dediche per i detenuti. Amici e parenti di chi è privato della libertà possono dedicare al proprio caro una canzone o inviare una frase di conforto attraverso un messaggio vocale. Questa trasmissione è un ottimo esempio di come la radio possa abbattere l’idea di esclusione e isolamento insita nel carcere: da una parte fa uscire e denuncia le problematicità del mondo detentivo, dall’altra fa entrare in cella la vicinanza e i sentimenti che i custodi della giustizia borghese vorrebbero banditi.
Altro esempio di come la radio possa essere un mezzo per costruire una società radicalmente diversa sono le staffette radiofoniche in cui due o più radio, locali, nazionali o internazionali, si organizzano per rimbalzare vicendevolmente il proprio segnale, rompendo confini geografici e tecnici, in nome di un internazionalismo libero dal giogo della connettività digitale. Le istanze locali vengono messe a confronto e riprodotte globalmente, creando una rete paritaria di scambio e di supporto, di conoscenza e sostegno reciproco: un esempio di internazionalismo apertamente in contrasto con le dinamiche identitariste, algoritmiche e isolazioniste che la globalizzazione ha prodotto.
Questi sono due esempi di uso sovversivo dello strumento radio, ma anche creare dibattiti, diffondere conoscenze e informazioni, leggere testi, creare radiodrammi, spulciare tra biografie e scene musicali, offrire selezioni musicali, dediche, mixaggi, dj set, concerti in studio, scandagliare
tra la musica di difficile ascolto, le nicchie sonore, gli scarti delle etichette, gli artigiani del suono e gli sperimentatori del rumore, tutto questo è linfa vitale per chi cerca un mondo diverso, al di fuori del totalitarismo culturale del consumo. E la voce dello speaker è quella che ci accompagna in
questo universo, dove non ci sono immagini e ci si orienta con le orecchie, attraverso l’ascolto che è il migliore esercizio per scardinare l’Io.
K.
Parole-chiave: radio, distrazione di massa, resistenza.