Recensione di W. S. Burroughs, La mia educazione. Un libro di sogni, Adelphi 2026

di Lorenzo Curti
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“Che cos’è un sogno?” è una delle domande a cui gli esseri umani tentano di rispondere sin dal momento in cui si sono accorti dell’esistenza di un universo onirico che, almeno apparentemente, sembra seguire logiche differenti da quelle della veglia. La questione del sogno è stata, perciò, un’interrogazione continua e ne troviamo prova in ogni cultura, nei miti e nelle produzioni artistiche, letterarie e religiose. L’Antico Testamento ha numerosi riferimenti al sogno – basti pensare all’interpretazione del sogno del faraone da parte di Giuseppe –, la letteratura greca reca esempi di sogni (il sogno di Agamennone in cui gli appare Nestore inviato da Zeus nel secondo libro dell’Iliade), ma anche testimonianze di metodi interpretativi del mondo onirico come il noto Libro dei Sogni di Artemidoro di Daldi. Il mondo del sogno diviene il luogo di una iperverità, di una verità divinatoria, giunta da un luogo superiore, divino, attorno al quale l’umano deve organizzare il proprio destino, in modo analogo alla profezia enigmatica della Pizia delfica (sebbene questa sembri più una ipo-verità, una verità che giunge da un luogo ipogeo, sotterraneo). O ancora, dalla filosofia cinese abbiamo la testimonianza del famoso sogno della farfalla di Zuangzi, il quale si chiede se è lui a essersi svegliato da un sogno in cui era una farfalla o se, al contrario, non fosse una farfalla che sogna di essere Zuangzi.
Nella cultura occidentale il sogno è diventato il luogo simbolico di tutto ciò che è ai margini della Ragione, della logica, alla stregua della follia, come dimostrano le meditazioni cartesiane sul sogno come caso che può far dubitare di potersi fidare dei propri sensi nella valutazione della realtà, rappresentato artisticamente dall’altresì oscuro e onirico Goya nella celebre incisione “Il sonno della ragione genera mostri”, con l’ambiguità che in spagnolo sueño si traduce sia sonno che sogno. La stessa letteratura castigliana del Siglo de Oro, con il noto La vida es sueño di Calderon insiste sull’importanza che nella tradizione occidentale si è data al sogno come luogo di dubbio ontologico fondamentale (rincarato dal “sogno o son desto” della Gerusalemme Liberata di Tasso). Nelle tradizioni orientali e, in particolare, nell’induismo, la questione viene posta diversamente: il sogno non insinua un dubbio, quanto piuttosto una certezza, ossia che tutto è Maya, sogno, illusione, ed è Brahma stesso, la divinità più in alto del pantheon induista, a sognare il mondo che noi abitiamo in quanto presenze oniriche e fugaci.
Com’è noto, però, è la formidabile opera di Sigmund Freud, L’interpretazione dei sogni, che nel 1900 crea un vero e proprio spartiacque nel modo in cui ci si rapporta con la dimensione onirica. Il sogno non diviene luogo di profezia, o dubbio che si insinua rispetto alla veridicità della percezione, o ancora inutile facezia del cervello come sostenuto da molti neurofisiologi ottocenteschi, ma un dispositivo della psiche che mira a cifrare con degli specifici meccanismi (condensazione e spostamento) un desiderio inconscio e soggetto a una rimozione che lo rende inavvicinabile dall’attività psichica cosciente. Il lavoro onirico (Traumarbeit) teatralizza in una scena l’esaudimento e perciò il sogno è, secondo la definizione classica di Freud, l’appagamento di un desiderio inconscio. Che questo desiderio non sia immediatamente comprensibile è dovuto al lavoro di ‘censura’ dell’Io che non permette al contenuto inconscio di affiorare neanche nella dimensione onirica, ed è per questo che il lavoro interpretativo dello psicoanalista è quello di una decifrazione di un testo (seppur fatto d’immagini). Il libro freudiano sancisce una visione del sogno dove questo ci parla di conflitti inconsci presenti la cui origine è radicata nella vita infantile, non dunque un dispositivo profetico, ma una “via regia per l’inconscio” che può diventare una chiave per risolvere i sintomi del paziente.
Il testo di William Seward Burroughs La mia educazione. Un libro di sogni, tradotto da Andrew Tanzi in italiano per la prima volta per Adelphi e originariamente pubblicato nel 1990, rappresenta una delle ultime opere letterarie dello scrittore americano e l’ultimo lavoro editoriale dedicato a Burroughs dalla casa editrice milanese. Burroughs è stato tutta la vita un cartografo della mente, un esploratore degli spazi psichici e delle soglie: interessato agli effetti dell’uso di sostanze, dall’eroina allo yagé, così come ai fenomeni parapsicologici, impressionato dalle teorie reichiane sull’orgone, insieme a Gysin elaborerà la teoria del cut-up. E il sogno, sin dai primi testi di Burroughs, è uno dei fenomeni mentali cui lo scrittore americano dedica la sua attenzione. Infatti, la questione del mondo onirico ricorre a più riprese nella Trilogia Nova, dove si parla di “corpo di sogno” (cfr. Burroughs 1961/2013: 8; Burroughs 1962/2013: 150), una sorta di corporeità altra, aliena, in un luogo apparentemente disincarnato. Alcuni chiarimenti su questa presenza del corpo di sogno nei testi di Burroughs ci provengono da un discorso pubblico di Burroughs dell’11 agosto 1980 tenuto alla School of Disembodied Poetics, in cui questo corpo viene definito anche astral body. Nel corso della lezione, lo scrittore ci introduce direttamente in un suo sogno nel quale, guardandosi allo specchio, si trova con la pelle nera. Nello sforzo di rendere lucido il sogno, coscientemente Burroughs rivolge lo sguardo in basso per vedere una parte precisa del suo corpo: le mani, simbolo pregnante della fisicità. E così trova le sue vere mani, bianche, segno che anche il suo corpo è dentro il sogno, di una sostanza completamente nuova. Per Burroughs, la questione della lucidità del sogno è un elemento fondamentale.
E, per Burroughs, il sogno e il cut-up [1] sono profondamente intrecciati: entrambi funzionano per giustapposizioni di parole e immagini che vengono ritagliate e montate in modo nuovo e che producono sensi e significazioni inediti.
Entrambe queste dimensioni del sogno, quella del “corpo di sogno” e quella dell’analogia con il cut-up, dunque da una parte la dimensione materica-pulsionale e dall’altra quella testuale-simbolica, continuano a essere presenti in questo testo tardo dell’opera burroughsiana. Infatti, la tesi di Burroughs è, fin dall’inizio, che il sogno non sia tanto un segno di un’attività psichica inconscia, o un semplice processo neurofisiologico, ma che il sogno è reale, è concreto, e che è la possibilità di vivere altre linee spazio-temporali “Ho paura di svegliarmi in questo letto e di scoprire che si tratta solo di un sogno. Poi mi sveglio nel mio letto a Lawrence e mi rendo conto che il sogno nella città grigia e deserta è più reale della mia vita reale qui a Lawrence” (p. 18). Riprendendo lo stesso sogno, scrive poche pagine più avanti: “Sono un alieno? Alieno rispetto a cosa, esattamente? Forse la mia casa è la città dei sogni, più reale della mia cosiddetta vita da sveglio proprio perché non ha alcuna relazione con la vita da sveglio.” (p. 21)
Al contempo, il modo in cui è costruito il testo, associazioni di sogni giustapposti tra di loro senza indicazioni di date e con un approccio apparentemente randomico ci riporta proprio alla dimensione della tecnica del cut-up, che nelle opere precedenti a La mia educazione Burroughs aveva abbandonato tornando a una prosa meno sperimentale e più classica.
Se Burroughs è non solo uno scrittore, ma sempre e costantemente un teorico atipico, un elaboratore di ipotesi che tentano di fondere approcci e idee molto distanti tra di loro, si può pensare che allora qui costruisca una teoria del sogno? E possiamo chiederci ancora se un’eventuale teoria del sogno non avesse un’importanza fondamentale per lo scrittore, considerato che è alla fine della sua vita che si dedica a questa riflessione.
Prima di entrare nei dettagli delle avventure oniriche di Burroughs e della sua elaborazione teorica attorno al sogno, vale la pena soffermarsi sul titolo, La mia educazione. Può sembrare insolito al lettore accostare il mondo onirico a una dimensione pedagogico-educativa e a maggior ragione associare la nozione di ‘educazione’ a uno degli scrittori che più in assoluto hanno fatto di un’attitudine punk e ‘maleducata’, anche nei termini di un conflitto con il sistema normativo e la legge, un approccio all’esistenza. Eppure, strano a dirsi, Burroughs è un pedagogo tout court: è interessato a insegnare, educare, mobilitare dei soggetti rivoluzionari e controculturali, che possano remiscelare con il cut-up il sistema di parole e immagini con cui il potere ci controlla. Dalla Lettera di un supertossicomane, dove nei fatti si dedica a un manualetto istruttivo di riduzione del danno, fino a Ragazzi selvaggi e La febbre del ragno rosso, nei quali invece ipotizza una comunità utopistica omosessuale maschile, Burroughs ha sempre provato a dare degli apporti educativi, sebbene in controtendenza con i modelli pedagogici a lui coevi. E, in effetti, molti sono andati ‘a lezione’ da Burroughs: dai beat Allen Ginsberg e Jack Kerouac, fino alla protopunk Patti Smith e al grunge Kurt Cobain, lo scrittore era diventato un personaggio di culto, a cui rivolgersi e da cui imparare. Con il suo stile asciutto e cinico, con la sua preparazione intellettuale in parte accademica in parte controculturale, e infine con il suo essere figlio di ‘buona famiglia’ borghese (la sua famiglia era proprietaria della nota fabbrica Burroughs Adding Machine che produceva calcolatrici per casse), si prestava a incarnare quella figura conoscitrice del sistema e al contempo volta a rovesciarlo.
In questo testo, invece, Burroughs ci mostra un suo altro volto, non quello dell’insegnante punk e antisistema, ma del discente: sono i sogni i suoi maestri. L’incipit del libro ci porta immediatamente nel viaggio iniziatico-onirico di Burroughs con un sogno, l’unico di cui riporta una collocazione storica precisa, del 1959 dopo la pubblicazione di Naked Lunch per i tipi di Olympia Press:
Aeroporto. Come una recita scolastica che vuole trasmettere un’atmosfera spettrale. Un banco sulla scena, dietro c’è seduta una donna con i capelli grigi e il volto freddo e cereo da burocrate intergalattica. Indossa una divisa grigioazzurro. In lontananza i rumori dell’aeroporto, confusi, incomprensibili, poi di colpo forti e chiari. «Il volo sessantanove è stato –». Interferenze… la voce si affievolisce, sempre più lontana… «Il volo…».
In piedi a un lato del banco ci sono tre uomini, sorridono al pensiero delle future destinazioni. Quando mi presento al banco, la donna dice: «Lei non ha ancora ricevuto la sua educazione». (p. 13)
La scena è quella del viaggio, nel luogo-soglia dell’aeroporto, – ricordiamo che Burroughs è costantemente on the road in questo periodo della sua vita tra Tangeri, Londra e Parigi – e lì ha una sorta di rivelazione da un luogo Altro: “Lei non ha ricevuto la sua educazione”. In questo senso, lo scrittore si ricollega, pur con il suo sguardo cinico e decisamente occidentale, a quella che potremmo definire una sorta di tradizione sciamanica: il viaggio onirico o astrale come luogo di formazione dello sciamano o dello stregone. La parola educazione ricompare nel testo e nei sogni e in un sogno di anni successivi “una donna di nome Pollyanna verrà il giorno dopo alle 19:00 alla cucina del Bunker, per «impartirmi un’educazione teorica e pratica sulla rivoluzione»” (p. 104). E ancora la stessa frase che ha sognato ai tempi della pubblicazione di Pasto Nudo si ripresenta, come una sorta di monito, di imperativo superegoico che si riaffaccia nell’inconscio: “Non avevo dietro le medicine. Poi avevo delle ricette per l’ero. Ho versato dell’acqua su una delle ricette. Rimasto con il cerino in mano a Harbor Beach. Le donne. «Lei non ha ancora ricevuto la sua educazione»” (p. 180). E, infine, praticamente alla fine del libro, Burroughs riporta un altro sogno:
Sono su un treno, di notte, nella mia cuccetta inferiore. Il treno va velocissimo, lo capisco da come trema e sobbalza. Ho tanta paura di schiantarmi. Il treno starà andando a centocinquanta all’ora.
«Va be’,» mi dico «il macchinista saprà pure quello che fa».
«Non è detto».
Stiamo per raggiungere il confine con l’Inghilterra e ci sarà un’ispezione doganale. Ho una busta di eroina nascosta nell’accappatoio di spugna. Se lo trovano, implorerò l’ispettore di permettermi di completare la mia educazione. (p. 257)
Senza azzardarsi in nessuna interpretazione psicoanalitica, vale la pena sottolineare come questo sogno ci dica qualcosa di un’urgenza di Burroughs di riuscire a completare questo suo percorso educativo-iniziatico, evidentemente in rotta con la legge, visto che se l’eroina viene scoperta dall’ispettore, Burroughs dovrà implorarlo di permettergli di concludere la sua educazione. Un’educazione i cui connotati vengono lasciati dallo scrittore come missione da decifrare al lettore: sono i lettori, come sempre nei testi di Burroughs, a dover identificare i punti chiave.
Ma quali sono i temi onirici che ricorrono costantemente nella vita onirica di cui Burroughs ci offre uno spaccato così ricco? Senz’altro uno dei primi elementi che emergono sin dall’inizio è proprio quello del viaggio: treni, aerei, spostamenti affiorano continuamente nella sua vita onirica. Il modo in cui il viaggio si articola ci rimanda però a una dimensione di passaggi di soglia, di continue trasformazioni, di passaggi liminali: è un mondo di soglie quello che Burroughs visita nel sonno. Si sposta tra stanze, appartamenti, interni ed esterni, incontrando persone a lui sconosciute o che riaffiorano dal passato. In particolare, però, è una soglia che lo scrittore continuamente attraversa nei sogni: quella tra la vita e la morte. Buona parte delle ambientazioni oniriche sono proprio in quella che lo scrittore chiama la Terra dei Morti o, abbreviandola, TdM. Due sono gli indizi a cui Burroughs ricorre per cogliere che si trova in quella dimensione. Il primo e il più ovvio è l’incontro con persone del suo passato: appaiono dunque Jack Kerouac e Allen Ginsberg, i suoi giovani “allievi” della beat generation mancati prima di lui, il sodale Brion Gysin con cui Burroughs aveva realizzato l’invenzione del cut-up, anche se forse la presenza più ricorrente è quella di Ian Sommerville, ingegnere programmatore informatico e amante di Burroughs, che ha contribuito all’elaborazione di tecniche automatizzate per il metodo del cut-up e alla costruzione della Dreamachine. Il secondo indizio è, invece, l’assenza di cibo:
Un sogno molto realistico di un albergo nella Terra dei Morti. Tutte le porte sono aperte. Sono diretto da qualche parte e nella stanza d’albergo ci sono degli agenti doganali. […] Esco in cerca della colazione. C’è il servizio in camera? Pare di no. La sala da pranzo è deserta… alcuni camerieri che si trastullano e nessuna traccia di cibo. (p. 43)
Più volte nella raccolta di sogni ricorrerà proprio la dimensione della “non-colazione” (p. 90): d’altronde, se il Convitato di pietra del Don Giovanni di Mozart e Da Ponte sostiene che “non si pasce di cibo mortale chi si pasce di cibo celeste”, sembra che l’ultraottantenne Burroughs sperimenti parte della sua educazione onirica nel prepararsi all’ingresso nella Terra dei Morti in cui molti dei suoi amici erano già entrati.
Sebbene questo non sia mai esplicitato nel libro, è come se questi sogni si trovino sulla soglia tra vita e morte, e come se “l’educazione” non fosse che una sorta di viaggio di istruzione e preparazione per l’aldilà. Da “libro dei sogni” a “libro dei morti”, si potrebbe dire, seguendo le tradizioni egizie e tibetane che davano indicazioni su come superare quel varco. Certo, anche la droga, in particolare l’eroina, e la sessualità sono elementi che emergono nei report onirici di Burroughs, ma è come se il vero cuore pulsante e ciò che ha orientato la giustapposizione dei sogni sia la dimensione della morte. Vale la pena sottolineare che tutti questi aspetti presenti nella dimensione onirica sono costanti anche nella sua produzione letteraria: nei suoi romanzi la dimensione picaresca del viaggio è onnipresente, così come la droga, il sesso e la morte – insieme alla parola e all’immagine – sono nelle teorie di Burroughs dei veri e propri virus che colonizzano il corpo umano, e inevitabilmente i suoi sogni [2].
A questo punto, è possibile sostenere che c’è una teoria o un corollario di ipotesi del sogno in Burroughs così come esistono teorie del controllo, del cut-up e del linguaggio in questo scrittore? Senz’altro, lo scrittore fa emergere in questa raccolta, un’idea molto chiara sul sogno: il sogno ci può raccontare qualcosa della vita futura e si manifesta non come qualcosa che si oppone alla veglia ma come una forma reale e materiale di esistenza. Non si tratterebbe, dunque, di elementi simbolici che rappresentano aspetti della vita psichica, ma veri e propri percorsi di una vita materiale. Eppure, in La mia educazione sembra che Burroughs ci proponga più una prassi che non una vera e propria teoria, che però possiamo reperire in un testo intitolato La mia analisi. In questo breve ma denso saggio, in parte autobiografico, in parte teoretico, oltre a raccontare in termini critici l’esperienza di analisi fatta con Paul Federn [3], lo scrittore offre altri spunti per inquadrare la sua visione del sogno: “il sogno non è limitato al sonno. Secondo la mia esperienza il sogno continua sempre e lo si può incontrare anche nello stato di veglia” (Burroughs, 1980: 207). Un sogno, dunque, che con la sua logica, entra a far parte della vita di veglia, che la contamina, che la mette radicalmente in discussione. E qual è la sua funzione? Lo scrittore si ricollega alle teorie dell’aviatore e scrittore John Dunne che, nel suo An Experiment with Time del 1927, ipotizza che i sogni abbiano a che fare con la premonizione del futuro. Eppure, non sembra che Burroughs lo collochi dal lato della possibilità di prevederlo e controllarlo, ma semplicemente “si sogna il corso del proprio futuro” (Burroughs, 1980: 206). In questo senso per lo scrittore il potenziale inconscio del sogno non è da limitare o da colonizzare tramite l’Io o l’attività cosciente, ma è da mantenere nella sua potenza vitale e rivelatoria. Chiaramente, non ci interessa quanto sia vera o plausibile la teoria di Burroughs sul sogno ma si tratta di registrare quanto la sua riflessione sulla dimensione onirica non lo abbia portato solo a ipotizzare che i sogni sognino il futuro, ma che lui stesso possa diventare un onironauta, un sognatore lucido (come d’altronde abbiamo notato nell’episodio del sogno del colore delle mani).
Burroughs ci descrive un modo di vivere il sogno che sembra differente da quello descritto da Freud (e senz’altro comunissimo) dove si subiscono avvicendamenti di immagini bizzarre che appaiono reali fino al nostro risveglio, lasciandoci addosso sensazioni perturbanti e inquietanti, che restano dei rebus da sciogliere o decifrare. Anche Burroughs vive sogni simili, ma offre la testimonianza della possibilità di vivere la dimensione onirica lucidamente, esplorandola, come dimostra nei sogni nella Terra dei Morti dove si rende conto di star sognando proprio per la presenza di persone mancate. Questo aspetto che il libro ci permette di vedere mostra qualcosa di interessante rispetto ai cambiamenti nella vita onirica che troviamo nella contemporaneità. Chi scrive questa recensione, infatti, si trova spesso per il suo lavoro ad ascoltare i racconti onirici dei sognatori contemporanei e ha potuto osservare delle differenze rispetto ad alcuni sogni che si trovano nella letteratura psicoanalitica classica, dove il sognatore è inconsapevole di star sognando e si presta al gioco perturbante delle immagini che gli si presentano. Molte persone, in particolare che hanno utilizzato nella loro vita i videogiochi, tendono ad avere, senza alcun tipo di preparazione o addestramento, sogni lucidi, in cui loro sono assolutamente in grado di controllare l’andamento, gli eventi e le azioni da svolgere. Sono sogni plastici e movimentati come un’esperienza videoludica, dove il sognatore è attivo produttore della realtà che si crea attorno a lui, quasi come un demiurgo. Ecco, il libro di Burroughs, oltre a essere un modo diverso di fare letteratura (un cut-up fatto di sogni), un’interessante testimonianza della sua vita psichica di cui lo scrittore ha tentato in qualche modo di renderci partecipi e uno strumento per comprendere la sua visione della coscienza e del sogno, è anche un ottimo strumento per reinterrogare il sogno, che Freud chiamava “la via regia per l’inconscio”. Se è davvero una via d’accesso privilegiata per il mondo inconscio lo è innanzitutto a partire dal fatto che l’inconscio è l’ignoto, ciò che ancora non si sa, e questo significa che per definizione nessun sapere potrà mai rinchiudere completamente in una teoria, simbolica o neurofisiologica che sia, il mondo onirico (come ben sapeva e ripeteva nei suoi testi Freud). Ma, soprattutto, il sogno è un’interferenza, qualcosa che rompe con l’apparente continuità del nostro Io e della nostra coscienza, interferenza con cui confrontarsi e lasciarsi contaminare, invece che rinchiuderla in un anfratto, seppur valido teoricamente. Questo, dunque, il testo di Burroughs ci permette di cogliere: che la riflessione sul sogno, questo luogo enigmatico che ci coinvolge tutti è ancora uno spazio da indagare ed esplorare, restando aperti alla meraviglia che quell’altra scena può ancora lasciarci, soprattutto a partire da quanto il sogno può modificarsi nelle epoche, nelle culture, e in ognuno di noi.
Note:
[1] Per una trattazione del cut-up si rimanda alla traduzione presentata su questo sito di un brano di Burroughs.[2] Per un approfondimento delle teorie del virus rimando a L. Curti, W. Burroughs e il pasto nudo. Riflessioni su corpo e scrittura, «L’inconscio», (6) 2018, pp. 150-180; G. Cima, Il sabotatore sotto la pelle, «Kaiak. A Philosophical Journey», 7, 2020.[3] Psicoanalista americano afferente alla corrente della Ego-Psychology. Sebbene inserito in una cornice teorica orientata all’adattamento del soggetto alle richieste della società e della cultura americana dell’epoca, in un’ottica di potenziamento dell’Ego, a Federn va riconosciuto un contributo nella clinica della psicosi, considerata all’epoca intrattabile con la tecnica psicoanalitica dalla maggior parte degli analisti, e per la quale ha ipotizzato come fondamentale il ruolo del rafforzamento dell’Io nei soggetti psicotici. Morì suicida dopo una vita costellata di lutti e malattia.Bibliografia:
W. S. Burroughs (1961), La Macchina Morbida, tr. it., Adelphi, Milano 2013.
W. S. Burroughs (1962), Il biglietto che esplose, tr. it. Adelphi, Milano 2013.
W. S. Burroughs, La mia analisi, in AA.VV., L’altro tempo della psicanalisi, Sugarco, Milano 1980.
W. S. Burroughs (1990), La mia educazione. Un libro di sogni, tr. it., Adelphi, Milano 2026.
S. Freud, L’interpretazione dei sogni, in Opere, vol. III, Boringhieri, Torino 1967.
Lorenzo Curti, psicologo, membro del Collettivo Trickster. I suoi interessi di ricerca sono rivolti all’intreccio della psicoanalisi con più campi del sapere, tra cui la letteratura, i processi artistici, la filosofia e la riflessione sulla tecnica.