Recensione di F. Torba, Stupenda creatura idiota, Delos 2024

di Stefania Persano
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Stupenda creatura idiota, già finalista al Premio Urania 2022, è uscito nel 2024 per Delos, storica casa editrice specializzata in narrativa di speculazione. L’autore Flavio Torba ha all’attivo numerosi racconti apparsi su svariate riviste letterarie, nonché alcuni racconti lunghi e romanzi brevi pubblicati sempre da Delos.
A voler infilare il romanzo in un genere, occorre una definizione articolata: un giallo hard-boiled con atmosfere pulp e guizzi splatter immerso in un’ambientazione italo-cyberpunk. Più che un genere, dunque, una mistura colorita di generi, ma combinati tutt’altro che alla rinfusa: un dosaggio calibrato di suggestioni e influenze, tenuto insieme da una scrittura pulsante, attenta al dettaglio ma priva di fronzoli.
Anche le precedenti pubblicazioni di Torba vantano uno stile composito, con lievi e gustose deroghe dai codici di genere e, all’occorrenza, misture di generi. Il romanzo breve Sotto la stella del cane (2023), pubblicato nella collana di Delos Dystopia, tende le maglie della fantascienza distopica per inoltrarsi in una denuncia della violenza epistemica ad alto tasso onirico. La dimensione dello sfruttamento coloniale – con un lampante rimando a Cuore di Tenebra di Conrad: un colone abbrutito di nome Kurtz – è crepata da incursioni nel surreale e nell’allucinato, che possono leggersi come faglie nella maschera mistificatrice sopra una realtà oppressiva ma anche come perlustrazioni di anfratti psichici. Il protagonista Zak, impiegato nella raccolta di un fiore allucinogeno e antidepressivo chiamato ishba, viene incaricato dai caporali di trasmettere emozioni artefatte ai circuiti neurali degli altri braccianti per sostenerne l’umore e dunque la produttività. In seguito a questa singolare promozione, Zak vede la realtà sfaldarsi davanti ai suoi occhi e svelare un paesaggio ignoto e terribile, una matrix che mette a nudo l’impianto cyberpunk della narrazione e al contempo la irrora di visionarietà. In questa palette c’è un tono sentimentale che brilla di lirismo: memorabile è la scena in cui l’immagine mentale di un’astronave che si immerge in due buchi neri, suo malgrado diffusa da Zak al resto della colonia agricola, si trasforma in una polena fallica che penetra gli occhi della donna di cui si è innamorato.
Anche i due racconti lunghi usciti per Delos sfidano le consuetudini dei rispettivi generi: la fantascienza e l’horror. In Ora i maestri muoiono (2021), dopo che uno scontro con gli alieni fa fallire una missione spaziale volta all’emigrazione di massa da una Terra ormai devastata, si svela l’orrore occultato nell’astronave alla deriva: una stanza piena di corpi che dovevano rimanere addormentati fino all’approdo nel nuovo pianeta e che invece il blackout energetico post-scontro ha condannato alla putrefazione. La scena finale, in cui il protagonista Benway posa la mano sulla superficie della cellula in cui giace sua moglie, divenuta il suo sarcofago, ricorda il capolavoro Dickiano Ubik, in cui Glen Runciter visita la moglie Ella nel moratorium svizzero in cui è custodito il suo corpo criogenizzato. In Oscura signora dell’abisso (2021), l’atmosfera horror si contamina di un umorismo che accarezza il macabro e il grottesco senza sfociare nella buffoneria, bensì aprendo a crossover stilistici, in cui le citazioni Hitchcockiane (l’apparizione terrificante dell’assassina in bagno) si innestano su riferimenti nazional-popolari (l’invasato che sbanda in Ape, il caffè al bar che acuisce la gastrite del protagonista, il disgusto per quello bruciato che gorgoglia dalla moka).
Il tratto distintivo della scrittura di Torba è la potenza immaginifica, il tratteggiare scene di immediatezza visiva quasi cinematografica. Questo talento ascende a prodezze insuperate nel romanzo Stupenda creatura idiota. L’ambientazione sfoggia reminiscenze paesaggistiche alla Frank Miller mescolate ad atmosfere balneari da sud Italia. Protagonisti della storia sono Alex, talentuoso trasfiguratore caduto in disgrazia, e Heidi, giovane donna circonfusa di mistero. Alex è un personaggio in cui si sposano mestizia e humour scanzonato: un incrocio ben riuscito tra Philip Marlowe, Rick Deckard e Dylan Dog. Dal canto suo, Heidi è una donna bellissima e muta, sul cui corpo un oscuro cliente richiede le prestazioni di Alex. Il lavoro di un trasfiguratore, a cavallo tra arte e chirurgia, consiste nell’apportare modifiche anche radicali all’aspetto di un individuo tramite un dispositivo fanta-chirurgico chiamato Imago, sorta di tavoletta grafica i cui disegni si traducono in effetti immediati sul soggetto. Gli interventi sono delicati e rischiosi – evidente il richiamo al Cronenberg di Crimes of the Future (2022) – o persino letali – come dimostra l’antefatto a cui si deve la picchiata professionale di Alex. Tuttavia, vi si sottopongono tutti gli abitanti facoltosi di Palmariva, città-stato con una giurisdizione a sé, ovvero unico posto al mondo in cui la trasfigurazione è legale. Palmariva è la fiera delle vanità: in una società dove l’apparenza è sovrana, urge un aspetto in sintonia con il proprio ruolo professionale (è il caso del poliziotto Vito, che si dota degli autorevoli connotati dell’attore Charles Bronson) o con le proprie mire lucrative (come quelle della cantante pop Ursula Van Noyse, che si sottopone a modifiche corporee estreme a ogni nuovo album per scatenare manie emulative nei fan e incrementare le vendite ai concerti). La trasfigurazione penetra anche nel mercato dell’arte, come dimostrano le performance in cui il maestro Nestore Bonnati, accompagnato da un giovanissimo Alex in veste di assistente, manipola materiale organico producendo mostruosità repellenti: evidentemente troppo repellenti per il critico Giovanni Zorzo della Rocca, il quale ne è disgustato al punto da abbandonare gli spettacoli prima della fine. Per inciso, in quest’allusione al mondo dell’arte contemporanea, la frecciata ai panegirici cervellotici e alla ricerca dello choc a ogni costo come espediente per dissimulare l’inconsistenza dell’opera in sé si regge con equilibrio funambolico sullo stesso filo del biasimo per il non meno vacuo comparto dei critici, deputati a vivisezionare l’opera pretendendo di interpretarla.
La città-stato di Palmariva, sorta di Sin City di lidi torridi esalanti lezzi fetidi ed echeggianti ritmi calypso, evoca spaccati della costa meridionale deturpata dal consumismo scriteriato. È un’ambientazione che graffia l’anestesia dell’aderenza al genere con le setole raspose dell’ibridazione. Cosa c’entra il cyberpunk col Sud Italia, verrebbe da domandare. E invece la deturpazione ambientale tecno-indotta si sposa bene con la saudade per un sud degradato: l’affanno dell’ossessione per il perfezionamento individuale, su cui troneggia la ricerca spasmodica della bellezza, si staglia su uno sfondo ridotto a mecca lucrativa di cui si compiange l’antica bellezza – quasi una metafora degli infernali paradisi offshore. All’estetica cyberpunk più canonica si alternano immagini felicemente discordi, tenute insieme da un respiro (o meglio un ansimo) costiero: l’aria afosa a cui solo la brezza del mare (inquinato) porta sollievo, i palazzi che svettano contro un cielo cupo di smog ma abbagliante di sole, lo squallido chiosco in cui Alex e Vito trangugiano birra fra avventori dai fisici scolpiti – poiché ritoccati – intenti ad abbordarsi a vicenda, in una compulsione al consumo reciproco che serpeggia per tutto il romanzo e di cui lo sfruttamento del corpo di Heidi, come vedremo, è epitome. A coronare l’insieme, il germoglio di una nostalgia – o, come già detto, una saudade – vaga e perturbante. Se pure l’estetica cyberpunk fa dell’amarezza il suo vessillo, si tratta in genere di un’amarezza disincantata, a tratti cinica, scevra di riferimenti territoriali fuori dal massimalismo delle megalopoli – su tutte l’iconica Los Angeles di Blade Runner o l’ancora più gargantuesco Sprawl che congiunge Boston ad Atlanta in Neuromante di WIlliam Gibson – in cui l’avvenire è già incorporato nell’architettura del presente. È un’amarezza per le conseguenze degli eccessi tardo-capitalisti, l’algida amarezza del constatare che le differenze sono state cancellate e non se ne ha più memoria. In Stupenda Creatura Idiota, invece, le differenze sono state cancellate, ma è come se la loro memoria permanesse in forma di alone. Questa permanenza produce uno spleen: il distillato del dolore per la perdita di luoghi cari. Palmariva, a differenza di Los Angeles, è piccola, pur essendo una città stato. Gli edifici e le strade hanno dimensioni normali, la spiaggia è una striscia su cui sfilano i bagnanti, sulle colline non svettano grattacieli immensi e non vi è menzione di porti. In questo paesaggio, l’amarezza si stinge in malinconia. Quello di Torba è dunque un cyberpunk inconsueto: un cyberpunk innervato di spunti elegiaci che, mutuando il Lévi-Strauss di Tristes Tropiques, delineano lo schizzo di un triste Mediterraneo. Un Mediterraneo sciupato dal mix palmarivese di arrivismo ed edonismo sfrenati, una rovina sociale per effetto della cancrena morale neoliberista.
Contribuisce a questa carica nostalgica il fatto che le vicende si svolgono non in un futuro remoto, bensì nel passato recente. Una delle prime performance di Nestore e Alex, infatti, è datata 2009. Poiché al tempo della narrazione Alex ha solo ventisette anni, la storia è verosimilmente ambientata intorno al 2020 – l’anno del Covid, a voler tracciare un nesso tra libro e realtà all’insegna dell’ossessione per il corpo. In effetti, tanto nella frenesia per il corpo bello come in quella per il corpo sano, ci si affanna a scongiurare una minaccia esterna, rispettivamente quella temporale (la vecchiaia) e quella infettiva (la malattia). Il proprio corpo diventa il centro delle attenzioni, lasciando fuori fuoco il degrado dell’ambiente e della comunità.
È singolare che a essere esente dall’ossessione per il ritocco estetico che infesta Palmariva sia proprio colui che ritocca gli altri. In parte perché troppo spiantato per sostenere i costi di un’auto-trasfigurazione, in parte per qualche motivo più profondo su cui il romanzo mantiene un elegante mistero, l’ossuto e allampanato Alex è, per così dire, allo stato naturale. Al contrario, sulla scheda tecnica di Heidi figura uno storico di ritocchi talmente lungo che Alex ci mette un po’ per risalire al primo intervento. Quando scopre di che si tratta, lo coglie uno spasmo di orrore. Non è possibile, si dice. La prima modifica sul corpo di Heidi è quella che l’ha tramutata da capra a essere umano.
Heidi è dunque una ragazza-capra, sfruttata e seviziata per anni dal suo proprietario, gradualmente resa il calco di una bambola gonfiabile a uso di quest’ultimo. Mansueta e remissiva, Heidi si mette carponi e rumina foglie d’insalata. Tuttavia, mostra di avere anche un mondo interiore ricco e articolato, in contrasto con i pregiudizi di specie che la vorrebbero tonta e insensibile: si affeziona profondamente ad Alex, al punto da esporsi a rischi mortali per proteggerlo; gli si accoccola sulla spalla in segno di tenerezza; in un’occasione, dispiaciuta, il volto le si riga di lacrime. Per parte sua, Alex è diviso tra due sentimenti contrastanti: da un lato tende a derubricarla a esito di un esperimento crudele e a riservarle una compassione venata di condiscendenza, dall’altro apprezza la sua compagnia e reciproca il suo affetto, al punto da affidarla alla tutela di Vito quando teme che sia in pericolo.
Heidi, con tutte le sue stereotipie (che comunque servono a fornire un contraltare umoristico alla malinconia succitata), è un personaggio complesso e multisfaccettato, che sconcerta e mette in crisi. Con magistrale ironia e senza bisogno di formulazioni esplicite, Torba crea una figura propriamente trickster, al confine fra umano e non umano, fra attraente e rivoltante, fra tragico e farsesco, che mette in discussione i preconcetti su cui poggiano gli steccati divisori tra specie e ne rivela l’arbitrarietà. Personaggio al limite, fa interrogare sul limite stesso: chi stabilisce il confine tra una persona e un oggetto di consumo, tra corpo e carne? Attingendo con originalità alla tradizione letteraria del mostro, ovvero colei o colui che mostra l’indicibile, Heidi sostituisce la sua tradizionale temibilità con una grottesca risibilità. Attenzione, lungi dall’essere uno stratagemma narrativo kitsch, Heidi è una superba riformulazione della Creatura di Frankenstein: alla mescolanza di terrore e compassione che scatena quest’ultima, la ragazza-capra aggiunge lo strappare una risata amara, o meglio una risata che si congela in smorfia di disgusto. È al tempo stesso orripilante e amabile, sessualizzata e inviolabile. Benché sia una donna procace, infatti, è un animale. Pertanto, nonostante le sue forme provocanti, è immorale anche solo immaginare di andarci a letto – e difatti Alex si sottrae con foga tragicomica ai suoi abbracci, temendo di dimenticare a chi appartiene quel corpo seducente e cadere in una tentazione oscena. In effetti, la colpa del suo immorale proprietario è proprio di averne infranto il tabù violentandola. Emblema dell’innocenza su cui si scatena l’efferatezza altrui (è immediato il rimando al capro espiatorio), Heidi è circonfusa di una sacralità che la avvicina a Lizaveta Smerdasčaja, la madre di Smerdjakov nei Fratelli Karamazov di Dostoevskij. Come Smerdasčaja, Heidi è un’idiote savante, una creatura che conosce senza bisogno di comprendere, che resta pura anche nell’immondizia, il cui animo non ha speroni a cui si possa agganciare il male. In questa luce, il proprietario che l’ha ridotta a una schiava sessuale assurge a novello Fëdor Karamazov, colpevole di uno stupro immondo: lo stupro di un’innocente che è oltraggioso concupire, di un’infante – letteralmente non parlante, sprovvista di linguaggio con cui difendersi dalla brutalità del mondo.
Il romanzo di Flavio Torba è un equilibrio di contrasti: spettinato ma limpido, animato da uno stile torrenziale, quasi fluorescente, con gemme lessicali incastrate in una sintassi agile. Il ritmo è serrato e convulso senza che la trama sia convoluta, l’atmosfera è surreale ma punteggiata di iperrealismo. Lo humour e lo spleen coesistono in uno stato di paradossale tensione. I dialoghi hanno la solidità di conversazioni autentiche, rubate al chiacchiericcio di una strada notturna pattugliata da poliziotti corrotti, con sagome alogene che zigzagano tra le corsie e bottiglie vuote abbandonate lungo il bordolo. Per quella stessa strada si spande la canzone d’amore e d’addio all’incanto perduto di un sud contaminato. Tutto è fumoso e al tempo stesso vivido. In quest’opacità sgargiante si stagliano personaggi a loro volta mirabilmente contraddittori: l’artista talentuoso ma fallito al crocicchio tra idealismo e disillusione; il poliziotto corrotto ma leale, spavaldo ma insicuro; e soprattutto la donna-capra tragica e grottesca, idiota e sapiente, che bruca e piange, bela e vuole bene.
Stefania Persano è insegnante di lingue e traduttrice. I suoi interessi spaziano dalla narrativa alla didattica, dalla musica alla poesia e all’intreccio tra queste ultime. È affascinata dal sottosuolo, dai sotterranei, dagli scantinati, dall’underground.
Parole chiave: cyberpunk italiano, Delos, personaggi trickster.