Ailton Krenak, Futuro ancestrale, Nero, Roma 2025

di Federico Battistutta

Scarica il PDF: Recensione Futuro ancestrale

1. Un altro sciamanesimo

Alcuni anni fa l’antropologo Eduardo Viveiros de Castro e la filosofa Déborah Danowski pubblicarono un saggio dal titolo eloquente: Esiste un mondo a venire? (edizione italiana del 2017 per Nottetempo). Si trattava di una riflessione partecipe sulla gravità dell’attuale crisi planetaria a partire dalle ricorrenti emergenze ambientali. Ciò che agli autori interessava mettere in luce riguardava il fatto che – dinanzi ai disastri incombenti – la questione centrale non risiedeva tanto nella capacità di immaginare un nuovo mondo al posto di quello presente, ma semmai un nuovo popolo in grado di costruire qualcosa con ciò che sarebbe rimasto del mondo attuale. A distanza di qualche anno Ailton Krenak – un attivista indigeno originario della Valle del Rio Doce, nello stato di Minas Gerais, in Brasile –  ha pubblicato un piccolo ma denso libro che costituisce una sorta di controcanto ai temi sollevati da Viveiros de Castro e Danowski. 

Il titolo è lapidario – Futuro ancestrale (la traduzione italiana, del 2025, presso Nero) – e potrebbe essere letto in modo fuorviante. Occorre essere chiari: l’ancestralità di cui si parla non rimanda a visioni nostalgiche, tradizionaliste o conservatrici, non è un deposito museale da rispolverare, né invoca miti di purezza. La futuralità ancestrale di Krenak si presenta come un attrezzo volto a spiazzare e a interrompere la nozione di tempo lineare del progresso e dell’accelerazione veicolata dalla distopia neoliberale. E, a partire da ciò, disattiva ogni fede nella crescita infinita, con tutto quello che ne segue, riattivando la connessione tra cosmo e storia umana, per aprirsi a un’altra temporalità.

In questo senso il futuro ancestrale di Krenak ha poco da condividere con il futuro primitivo di John Zerzan (cfr. ad es. Primitivo attuale, Stampa Alternativa, Viterbo 2004), nonostante la contiguità semantica fra le due espressioni. La proposta anarco-primitivista di Zerzan, malgrado il tono radicale delle premesse, non va più in là di una sollecitazione provocatoria (messa in discussione del linguaggio, della numerazione e di ogni forma di simbolizzazione, di tecnologia e di mediazione culturale), arenandosi alla fine in uno spazio ineffettuale, perentoria denuncia metafisica, non proposta politica. 

Al contrario, il discorso di Krenak ha un altro respiro. Viene da dire che adempie a un’originale funzione sciamanica rivolta al mondo contemporaneo. Non nel senso di un folklorismo variopinto e esotizzante, ma con una valenza a un tempo spirituale e politica, mettendo in campo – attraverso la pratica della doppia attenzione – una tecnologia del transito, propria del mondo sciamanico, come custodia di soglie, mediazione di mondi; in questo caso attinente a transiti riguardanti la nostra contemporaneità in crisi: ad  es. parla di crisi climatica e al contempo di spiriti dei fiumi; parla di inforestarsi e al contempo di trasformazione del tessuto urbano; parla dell’importanza dell’educazione e al contempo dei sogni come fonte di conoscenza; parla di futuro e al contempo degli antenati come forze presenti. 

2. Tra spiritualità e politica

Spiritualità e politica, o meglio l’osmosi tra i due piani. Perché la prospettiva di Krenak si fonda sull’interdipendenza di tutti i viventi: la Terra è un grande corpo vivente e senziente, luogo di continue metamorfosi, non lo sfondo inerte, perennemente a disposizione per il ricambio organico uomo-natura. Come scrive in un precedente libro: “Io non riesco a percepire niente che non sia natura. E’ tutto natura. (…) Dovremmo accettare la natura come un’immensa molteplicità di forme, includendo ogni parte di noi, che siamo parte del tutto” (cfr. Idee per rimandare la fine del mondo, Aboca, Sansepolcro 2020).

Questa citazione aiuta a comprendere come non sia possibile desiderare cambiare il mondo senza cambiare la percezione che noi abbiamo del mondo. Allora, riconoscere l’interdipendenza, riattivando l’incanto verso la vita nelle sue varie forme, non è operazione individuale, spirituale o estetica, ma è, in primis, un gesto politico che apre alla comunità allargata dei viventi. Significa destituire l’ontologia della modernità – il mondo come oggetto – su cui campeggia la costruzione del soggetto sovrano, padrone della biosfera. La pratica politica può cominciare a diventare una danza interspecie, un’apertura alla dimensione animata del mondo, una qualità del sentire che parla di relazione, alterità, ascolto, mediazione. Incamminarsi lungo questa strada non significa dover adottare cosmologie indigene, può bastare iniziare ad aprirsi a un’educazione dello sguardo e della percezione, una qualità del sentire, una riapertura della propria capacità di relazione coi viventi.

3. Cosmopolitiche

Se è vero che la parola ‘politica’, rinvia alla polis, alla città e ai diritti dei cittadini che vi abitano, Ailton Krenak invita a riconoscere come una simile definizione di politica risulti alquanto angusta: dobbiamo uscire dalle mura della città e accogliere accanto alla cittadinanza – un concetto appartenente al repertorio “bianco”, su cui oggi incombono gravi restrizioni – anche la forestanza, un nuovo campo di rivendicazione dei diritti. Se la cittadinanza è un concetto disciplinare che consente alla macchina antropologica la definizione di chi è umano (e pertanto fruitore di diritti) e chi non lo è (privato così di diritti), la forestanza apre a un differente segno politico, indica una soggettività relazionale, inclusiva, più-che-umana, non proprietaria, non sovrana; una soggettività che nasce dalla co-presenza dei viventi, manifestazione di un’appartenza cosmologica e non amministrativa. 

Come diceva Vandana Shiva: “noi non difendiamo la natura, siamo natura che si difende”; non è il soggetto umano che si erge, dall’esterno, a protettore della natura, ma è la natura stessa che parla, agisce e resiste attraverso gli umani in relazione con gli altri viventi. Questa frase, che risuona forte con la sensibilità di Krenak, pone l’agire umano su un piano di interdipendenza e di mutualismo con l’alterità vivente. 

Perché le comunità umane non esistono in modo astratto e isolato, ma sono sempre in una relazione ecologica con altre forme di vita, interagendo e influenzandosi reciprocamente. La politica, divenendo a questo punto cosmopolitica, si congeda da pratiche fondate sul dominio o sullo sfruttamento – siano esse di tipo etnico, di classe, di genere o di specie. 

Se, in merito a ciò, Paul B. Preciado parla di divenire simbionti politici, per descrivere un diverso modo di concepire i rapporti tra individui, collettività e ambiente, basato su una coesistenza interdipendente e trasformativa, non su logiche gerarchiche e oppressive (cfr. il suo Disphoria mundi, Fandango, Roma 2023), dal canto suo Ailton Krenak propone delle alleanze affettive. Per lui gli affetti sono una forza di co-appartenenza, un nesso che coinvolge reciprocità e responsività, un legame materiale-spirituale che unisce umani e non-umani. E sono anche un gesto intensamente politico perché sostituiscono l’idea classica di “contratto sociale” con un patto sensibile con il mondo, dove il soggetto politico cambia: non più il singolo cittadino ma la rete di corpi, umani, non umani, fino a interi ecosistemi (Krenak parla anche di spiriti e antenati) che, interagendo, fanno e disfano mondi, mondeggiano – per usare un neologismo di Donna Haraway.

4. Dalla resistenza alla re-esistenza

Appare chiaro da quanto sin qui esposto che la proposta di Krenak non si risolve in una pratica di resistenza contro le necropolitiche neoliberali, ma allarga la prospettiva; passa – adoperando una terminologia proveniente da autori decoloniali – dalla resistenza alla re-esistenza. Non solo lotta reattiva, difesa e opposizione, ma soprattutto creativa: forme di vita che continuano a esistere diversamente, commoning orientati a ridefinire e risignificare la vita in condizioni di dignità e autodeterminazione. (Ricavo la definizione di re-esistenza dal “Glossario decoloniale” in Walter D. Mignolo e Catherine E. Walsh, Decolonialità. Concetti, analisi, prassi, Castelvecchi, Roma 2024).

Si tratta di pratiche che imparano a coniugare lotta e cura, esodo e conflitto, resistenza e re-esistenza. Alleanze affettive, come l’Aliança dos Povos da Floresta che, come racconta Krenak, ha visto unirsi in Amazzonia, grazie all’impegno di Chico Mendes, i seringueiros (i lavoratori del caucciù) e i popoli indigeni, riconoscendosi vincolati dal loro legame con la foresta e sviluppando, a partire da ciò una lotta di resistenza contro la deforestazione, i latifondisti e la violenza paramilitare; e, unitamente a questa, una lotta di re-esistenza, per dare continuità alla foresta come soggetto vivente, per far esistere relazioni ecosociali differenti.

Iniziative di questo tipo interessano non solo il sud del mondo, ma, se prestiamo attenzione, interrogano il nostro. Anzi, ciò che scrive Krenak riguarda con forza il primo mondo e la sua smania predatoria. A questo proposito è interessante quanto mostra Barbara Glowczewski in Alla ricerca degli spiriti della terra (Sensibili alle foglie, Roma 2023), dove mette in relazione iniziative riguardanti aree geografiche molto diverse, accomunate da dinamiche di resistenza/re-esistenza, con sperimentazioni di progetti di vita comunitari e alleanze affettive interspecie. Si va dalla custodia dei siti sacri delle comunità aborigene nel deserto centrale australiano, le quali si pensano e si vivono come un’estensione della terra, alle lotte dei movimenti indigeni nella Guyana francese per difendere foreste e fiumi contro l’estrattivismo minerario; dalla zad (zone à défendre) di Notre-Dame-des-Landes, in Francia, contro il progetto di un nuovo aeroporto, alle pratiche, nella Polinesia francese, legate al mare non come mera risorsa, ma come antenato comune, luogo di relazione che connette isole, umani e non umani, venti e correnti; fino alle mobilitazioni negli Stati Uniti delle popolazioni indigene contro il Dakota Access Pipeline (un oleodotto che avrebbe interessato le terre sacre ai popoli nativi) che hanno generato un vasto movimento di solidarietà.

5. Futuro ancestrale come campo di presenza

Per concludere: cosa può significare per noi un futuro ancestrale? Quanto scrive Krenak, lo abbiamo visto, non è un richiamo nostalgico, né un repertorio di buone pratiche di cittadinanza ecologica, ma il racconto di un mondo possibile che disinnesca la narrazione dominante. Non chiede di diventare indigeni, adottando cosmovisioni che non ci appartengono. Chiede qualcosa di più difficile, vale a dire un piccolo esercizio di disapprendimento del mondo così come ci è stato consegnato, ossia trasformare il nostro modo di percepire e di essere nel mondo. Accogliere un simile invito significa imparare a fare spazio a forme di vita e di co-abitazione che turbano la centralità del soggetto sovrano contemporaneo. Significa anche iniziare a pensare politicamente a partire dai legami affettivi che ci precedono e ci costituiscono. Significa, soprattutto, riconoscere che la crisi planetaria non è questione di governance, ma un problema di percezione, di immaginazione e di relazione, dove la politica diventa gesto di cura, e la cura diventa un modo per collaborare a tenere aperto il mondo.

 

Riferimenti:

D. Danowski e E. Viveiros de Castro, Esiste un mondo a venire?, Nottetempo, Milano 2017.

B. Glowczewski, Alla ricerca degli spiriti della terra, Sensibili alle foglie, Roma 2023.

A. Krenak, Idee per rimandare la fine del mondo, Aboca, Sansepolcro 2020.

A. Krenak, Futuro ancestrale, Nero, Roma 2025.

W.D. Mignolo e C.E. Walsh, Decolonialità. Concetti, analisi, prassi, Castelvecchi, Roma 2024.

P.B. Preciado, Dysphoria mundi, Fandango, Roma 2023.

J. Zerzan, Primitivo attuale, Stampa Alternativa, Viterbo 2004.

 

Federico Battistutta è un ricercatore indipendente nel campo del religioso contemporaneo, si interessa di aree di frontiera (spiritualità secolare e misticopolitica, ecosofia ed ecospiritualità, dialogo interreligioso e interculturale). Il suo ultimo lavoro è Misticopolitica. Orizzonti della spiritualità post-religiosa (2022). Fa parte del Collettivo Trickster.

Parole-chiave: cosmopolitiche, ecologia, eco-spiritualità, decolonialità, futuro ancestrale, sciamanesimo, resistenza e re-esistenza.