L’oculocentrismo delle indagini medico-scientifiche e la creazione del feto

di Jessica Murano
Il seguente testo è una delle tre post-fazioni contenute nel testo di Nicole Miglio, L’imbroglio del feto. Materia e politica della gestazione, edito da Meltemi nella collana Estetica e Culture Visuali.
In questo contesto si dischiude una disamina sull’identità della donna incinta quanto sulla costituzione dell’identità di un oggetto epistemico che nessuno di noi ha mai visto ma siamo tutti in grado di immaginare: il feto. Ricostruendo il modo in cui si è venuto a formare il concetto di feto nell’epoca contemporanea, si riflette al contempo su un contenuto assai trickster: chi imbroglia e chi è imbrogliato? Significativo è il ruolo dell’immagine scientifica -in questo contesto ecografica- che diventa fondativa non soltanto dell’immaginario sul feto, ma anche costitutiva dell’identità dello stesso e, conseguentemente, della donna incinta. Sarà proprio l’immagine ecografica a inaugurare una serie di assunti politici e sociali che ad oggi orientano le discussioni sull’aborto e pro-vita.
In un libro apparso quasi trent’anni fa sulla rappresentazione del genere nelle scienze biomediche, la storica della scienza Ludmilla Jordanova introduceva il concetto di mediazione: le idee medico-scientifiche possono essere intese come mediazioni, sono cioè degli strumenti che contengono implicazioni su questioni che vanno ben al di là del loro contenuto esplicito (Jordanova, 1989). L’imbroglio del feto è un testo che parla proprio di questo, delle mediazioni implicite ed esplicite che si celano dietro un particolare tipo di immagini scientifiche: le ecografie fetali. Queste ultime sono il punto di accesso privilegiato per analizzare la storia della diagnostica fetale, e permettere al contempo di mettere in luce le implicazioni politiche, etiche e sociali di queste rappresentazioni. Eludendo la polarizzazione del dibattito contemporaneo, incentrato sul problematico status dell’embrione e, di conseguenza, sulle implicazioni etico-morali dell’aborto, L’imbroglio del feto indirizza intelligentemente il focus del discorso su un’altra domanda: ci fidiamo delle ecografie? E se sì, facciamo bene? Lo spostamento di baricentro dalla “vita dell’embrione” all’immagine, permette di articolare e problematizzare gli assunti, gli impliciti e le credenze in gioco quando si tratta di relazionarci a un particolare oggetto epistemico che nessuno di noi ha mai visto, e che pure tutti noi siamo capaci – significativamente- di immaginare: il feto.
Al fine di analizzare gli impliciti contenuti nelle rappresentazioni, Miglio articola la sua trattazione a partire da una specifica triade: tecnologia-immagine-corpo. Le immagini ecografiche sono il risultato della scelta di un determinato tipo di strumento di visione -l’ecografo-, del desiderio di visualizzare qualcosa invisibile alla vista -il feto-, della necessità di poter immaginare tale oggetto nascosto e assegnargli determinate caratteristiche -la creazione dell’immagine ecografica. Questa triade struttura la trattazione del volume, che ha come fine ultimo quello di determinare i termini secondo i quali l’immagine ecografica si è venuta a costituire, e come conseguentemente sia stata accordata a questo tipo di rappresentazioni un certo grado di fiducia. Per analizzare l’iconografia fetale, Miglio compie un’approfondita analisi sulle tecniche di imaging, esplorando le modalità di costituzione della rappresentazione ecografica. Viene quindi mostrato come, lungi dall’essere una vera e propria istantanea del feto, essa sia il risultato di una sapiente costruzione che incarna una precisa visione della donna, della vita, e della gestazione; e l’autrice è abilissima a mostrare come a tali rappresentazioni venga assegnato lo status di fotografie, dunque intese come immagini che mimano fedelmente la realtà: la realtà di un feto nella pancia della mamma. Mostrando come invece l’ecografia sia “un esercizio di bricolage non innocente, ma politicamente connotato” (Miglio, 2025: 61), si evidenzia come la problematicità dell’iconografia fetale poggi, in ultima istanza, proprio sulla sua rappresentazione. Compiendo un’indagine affatto scontata, Miglio interroga i differenti strumenti di imaging utilizzati durante il processo di gravidanza e, mostrando lo scarto esistente tra le immagini prodotte dalle ecografie e quelle prodotte dalle risonanze magnetiche, riesce a corroborare magistralmente la tesi secondo la quale la scelta dell’ecografia è una scelta morale e politica: si sconsiglia la risonanza magnetica poiché la rappresentazione del feto prodotta con questo strumento restituisce una figura umana mostruosa, che poco si accorda alla narrazione idealizzata del feto come dolce neonato in miniatura. Per comprendere poi le implicazioni sociopolitiche di tali rappresentazioni, si interroga il processo di visione, inteso come processo di costruzione di senso della realtà. Significativamente, questa indagine è condotta su un doppio registro: il primo analizza in che misura l’atto di vedere condiziona il vissuto della donna in gravidanza, le sue credenze, i suoi desideri, le sue aspettative. L’approccio fenomenologico utilizzato da Miglio permette di intendere il processo di visione come risultante della relazione tra percezione, azione e movimento, specificando come il nostro modo di stare al mondo ed essere nel mondo passi in primo luogo attraverso i sensi, già imbevuti di presupposti culturali e posture teoriche. Il testo prende significativamente in esame i desideri, le emozioni e i sentimenti coinvolti nella percezione delle immagini ecografiche, quindi la possibilità di immaginare e dare un volto a qualcosa che ancora volto non ha.
Il secondo analizza invece il modo in cui la scienza e la medicina abbiano creato strumenti ad hoc per visualizzare il proprio oggetto di indagine: le scienze biomediche sono a tutti gli effetti sistemi di rappresentazione in cui il confine tra la formazione delle teorie e l’utilizzo delle stesse è labile e sovrapponibile (Daston, Galison, 2009). Al fine di comprendere il potere delle immagini ecografiche, Miglio attraversa la storia della rappresentazione fetale, mostrando come questa tipologia di immagini sia il risultato di un lungo processo di eliminazione del corpo materno iniziato già in epoca moderna, quando il processo di gestazione perde qualsivoglia riferimento al corpo della persona incinta. Così facendo, L’imbroglio del feto analizza un argomento di grande interesse nell’ambito della storia della scienza, ossia il modo in cui la scienza moderna, se non la modernità in generale, sia diventata una “cultura dipendente dalla vista”.
Il trionfo di quest’ultima sugli altri sensi ha avuto profonde implicazioni, soprattutto per ciò che concerne il genere: si pensi a come le visualizzazioni anatomiche hanno congelato i confini del sesso (Hsiung, Montero, Serrano, 2024), o a come la natura sia stata femminilizzata come un oggetto da conoscere attraverso lo sguardo di saperi sempre più nutriti, gestiti e governati da uomini (Green, 2008). L’oculocentrismo proprio delle scienze biomediche è stato recentemente messo in discussione dall’approccio intersensoriale, che mette in evidenza come ciascun senso si intrecci con gli altri, in un processo di andirivieni costante che articola e struttura le nostre percezioni. In tal senso, le indagini cercano di riconsiderare come le esperienze sensoriali influenzano la produzione di conoscenza, riposizionando la scienza nella sua dimensione immersiva e sensoriale. Riconsiderare le modalità attraverso cui la conoscenza è generata significa al contempo sottolineare l’importanza delle esperienze corporee e sensoriali sia nella storia della scienza, sia nel discorso di genere. Allo stesso modo, Miglio mostra brillantemente come i processi di fabbricazione del feto siano stati, nel corso dei secoli, multisensoriali e ibridi, e come le ragioni diagnostiche si siano sviluppate di pari passo con credenze, desideri e aspettative sulla gravidanza. É proprio la storia della diagnostica fetale a svelare come, sebbene nessuno di noi abbia mai visto un feto, siamo tutti in grado di immaginarlo. Ricostruendo tale storia, e intrecciando questa con le teorie sul volto e il corpo analizzati dalla cultura visuale, Miglio discute il feto in termini di liminalità, con attributi ambigui e indeterminati, un corpo assente al quale viene assegnato un corpo simbolico. L’autrice ricostruisce i vari momenti di passaggio che hanno attraversato la storia delle immagini ecografiche, utilizzate dapprima con scopi medico-diagnostici, poi come veri e propri simulacri di un referente assente: il volto del feto. Riprendendo l’analisi compiuta dallo storico dell’arte Hans Belting (Belting, 2015), il feto è inteso come incarnazione ambigua tra volto e maschera, potendo così evidenziare la potenza dell’immagine del volto – di cui il ritratto è emblema – e al contempo svelando le ideologie politiche e morali incarnate nelle immagini ecografiche, in cui si trasforma iconicamente la materia vivente in individuo. Ed è a questo punto che la trattazione assume tutta la sua forza, esplicitando come questo passaggio di impersonificazione trasformi il feto in un soggetto politico e cittadino, e come al contempo questa consacrazione invisibilizzi la controparte di questa narrazione: la donna incinta.
La donna incinta è, a tutti gli effetti, l’invisibile soggetto dell’imbroglio di cui si discute in questo libro: è la persona gestante occultata ed esclusa dalle immagini ecografiche, è il corpo-contenitore privato di libero arbitrio nella narrazione pro-vita, è colei che materialmente rende possibile il miracolo della vita ma a cui al contempo è stato negato il diritto decisionale, tanto sulla sua vita quanto su ciò che porta in grembo. Eppure è anche colei che, sperimentando il processo di gravidanza, vive sulla sua pelle aspettative, ansie, paure e desideri, e si affida all’immagine ecografica per immaginare il futuro del nascituro. E proprio qui sta il punto dirimente della trattazione: le pratiche ecografiche presentano un aspetto performativo e co-affettivo che gioca un ruolo fondamentale nella definizione -immaginifica, morale, politica, sociale- del feto, e l’imbroglio di cui si discute si innesta su questo duplice movimento svolto dall’immagine, che inganna l’osservatore che dall’immagine vuole essere ingannato, poiché sebbene l’ecografia contenga e veicoli istanze oppressive e violente perpetrate sulle donne, è anche lo strumento immaginativo principale che le donne e più in generale le persone che co-partecipano al processo di gravidanza desiderano possedere. Il merito del testo è dunque quello di proporre una riflessione tout court sulla diagnostica fetale capace di mostrare come si sia venuta a costituire la fiducia accordata a questo tipo di immagini, e come tale fiducia generi delle implicazioni che hanno ricadute politiche, etiche e sociali. Imbroglioni e imbrogliati sono dunque due facce della stessa medaglia, e mostrano come la gravidanza, lungi dall’essere esclusivamente un processo biologico, è altresì stato connotato politicamente ed eticamente: tale processo è sia cristallizzato nelle rappresentazioni ecografiche, che corroborato dalla fiducia che tutti noi accordiamo a tali immagini.
Bibliografia
Belting, H., Facce. Una storia del volto, Carocci, Roma 2015
Daston, L., Galison, P., Objectivity, Zone Books, Cambridge MA 2009
Jordanova, L., Sexual Visions: Images of Gender in Science and Medicine between Eighteen and Twentieth Century, Wheatsheaf, Londra 1989
Hsiung, H., Montero, E. P., Serrano, E., Introduction. The Stormy Swirl of Sensation, in «Nuncius», 39, 2024, pp. 259-274.
Green, M. H., Making Women’s Medicine Masculine. The Rise of Male Authority in Pre-Modern Gynaecology, Oxford University Press, Oxford 2008
Biografia autrice
Jessica Murano è Ph.D. in Medical Humanities e ha un background da storica dell’arte. Nella sua ricerca, indaga l’intersezione tra epistemologia della scienza, storia della medicina e cultura visuale. Fa parte del Collettivo Trickster.
Parole Chiave
Identità, Gravidanza, Ecografie, Potere, Immagini, Donna