L’antispecismo, il reincanto e il comune
Conversazione con Massimo Filippi a cura di Federico Battistutta

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Se veramente desideriamo bucare l’asfissiante assetto sociale in cui viviamo, contrassegnato da un massiccio sfaldamento globale (uso un’espressione di Michael Taussig, autore menzionato in questa conversazione), verso spazi collettivi e linee di fuga, in un esodo da questo presente e dalle sue tristi virtù, credo sia importante cominciare a valutarlo a tutto campo, sia sotto l’aspetto sincronico che diacronico. Dico questo perchè se è vero che oggi impera il capitalismo neoliberale e pertanto va conosciuto in tutta la sua incombente articolazione, è altrettanto vero che è l’esito di un lungo processo storico collocabile ben al di là della nascita della rivoluzione industriale nell’Inghilterra di fine Settecento, ma che sconfina, in ciò che un marxista decisamente eretico come Jacques Camatte ha chiamato “erranza millenaria dell’umanità”. Da laggiù forse bisogna partire. Qui mi sto a malapena riferendo a una sorta di archeologia politica, di parte, non per vagheggiare un’”età dell’oro” oggi impensabile, o una nostalgia di supposte origini, ma per dotarsi di strumenti utili per l’oggi, per una critica del presente e per disordinare questo mondo, come diceva negli ultimi anni Mario Tronti.
Cominciando con l’osservare come si sono strutturate lungo l’asse temporale, intrecciandosi fra loro, varie forme di dominio, giunte fino a noi e ben operanti pur nella loro continua ridefinizione per conformarsi al divenire storico. Mi riferisco alle forme di accesso o meno alla ricchezza sociale (e quindi alla nozione di classe sociale e di proprietà); al potere esercitato in base all’appartenenza etnica o “razziale”; a quello costruito in base al sesso, al genere e all’orientamento sessuale; all’inclusione/esclusione in base ai principi, culturalmente prodotti, di realtà, normalità e abilità psichica e fisica; e, infine, alla nozione di specie animale, organizzata gerarchicamente, ponendo al vertice homo sapiens, padre padrone di un inerte mondo naturale. Da tempo si va dicendo che ricomporre criticamente tutto ciò significa lavorare su di un piano orizzontale, in termini di intersezionalità e codeterminazione. Non a caso Preciado (altro autore che compare nella conversazione) parla di un nuovo proletariato formato da uno smisurato aggregato di corpi sfruttati, precarizzati, razzializzati, femminilizzati, disabilizzati, rinchiusi, ospedalizzati, animalizzati, vegetalizzati, mineralizzati.
All’interno di questa cornice, il dialogo che segue si occupa in particolare dell’asse specismo/antispecismo, conversando con Massimo Filippi, il quale si occupa da anni della questione animale da un punto di vista filosofico e politico. Il suo ultimo libro è Diario di un anno. Biopoesie 2022-2023 (2024). Ricordo anche Crimini in tempo di pace (2022), Il virus e la specie (2020) e Questioni di specie (2017).
F.B.
Per cominciare, una domanda per così dire aperta: come definiresti, in sintesi, l’antispecismo? O, per essere precisi, gli antispecismi (in quanto esistono declinazioni anche molto differenti in certi casi)?
Difficile condensare in poche parole una storia complessa e tuttora in evoluzione. Hai ragione quando affermi che esistono diverse declinazioni dell’antispecismo. Per provare a sintetizzarle si deve partire dal fatto che tutti i modi in cui l’antispecismo viene declinato dipendono, ovviamente, da come si intende lo specismo.
Esiste un antispecismo che chiamerei “ingenuo”, secondo cui lo specismo è un pregiudizio, che assegna un valore particolare alla specie umana di contro a tutte le altre. Se lo specismo fosse un semplice pregiudizio, la questione animale sarebbe indipendente dalla condizione umana e una serrata argomentazione logica sarebbe sufficiente per disinnescarlo. Sappiamo che non è così.
Un secondo antispecismo, formatosi nella temperie di lotte che coinvolgono anche l’umano, è quello che potremmo chiamare “politico”. Questo antispecismo enfatizza il nesso tra specismo e pratiche materiali di sfruttamento dei corpi e intende lo specismo come un’ideologia giustificazionista sviluppata per rendere conto delle pratiche di oppressione dell’animalità (inclusa quella umana). Di conseguenza, lo specismo e l’antispecismo escono dalle aule universitarie occidentali e sono considerati per quello che sono: fenomeni storici sottoposti e plasmati da forze materiali, economiche, culturali e sociali, che coinvolgono anche la società umana e che necessitano di essere comprese e contrastate politicamente.
Tutti questi modi di concepire lo specismo si rifanno, però, a un’idea fissista ed essenzialista, quasi linneiana, della nozione di specie, considerata come un dato di fatto naturale. È davvero sorprendente che nessun teoric* antispecista abbia mai provato a decostruire la nozione di specie e questo, forse, può contribuire a spiegare perché il movimento di liberazione animale non abbia mai ottenuto successi di rilievo.
Se capissimo che la specie è più un costrutto politico/performativo che una descrizione innocente, ingenua e neutrale di gruppi di viventi molto simili tra loro, potremmo fare un passo in avanti notevole, cominciando a comprendere la complessità dello specismo e, quindi, quali siano i compiti politici dell’antispecismo. Questo è l’antispecismo in cui mi riconosco e che definirei “impolitico”, non nel senso che non abbia a che fare con la politica, ma in quello di fungere da substrato per un approccio politico, degno di questo nome, alla questione della messa a morte e dello sfruttamento de* viventi.
Definirei, pertanto, lo specismo come la norma di specie in cui si realizza l’incrocio letale tra un’ideologia che legittima lo smembramento istituzionalizzato dei corpi e l’insieme dei dispositivi che rendono possibile ed effettuano tale smembramento. La prestazione principale di questo complesso semiotico/materiale è quella di separare i corpi che contano, da tutelare, proteggere e sacralizzare, dai corpi che non contano, che possono essere sfruttati e uccisi impunemente. Separazione che non coincide con una qualche serie di proprietà biologiche preesistenti, ma con le astrazioni reali gemelle a cui diamo il nome di “Uomo” e “Animale”.
Di conseguenza, se si vuole davvero superare lo specismo ci si deve muovere contemporaneamente su due fronti: vanno decostruiti i suoi sistemi di sapere (la norma di specie e la sua ideologia) e vanno smantellate le sue strutture sezionanti (i suoi dispositivi di potere materiali e performativi), non fosse altro perché, una volta che il sistema funziona a pieno regime, sapere e potere, come insegnano sia Michel Foucault sia Jacques Derrida, si rafforzano a vicenda in un vero e proprio circolo vizioso.
In che modo, allora, l’antispecismo può, secondo te, utilizzare proficuamente nozioni, oggi circolanti nel dibattito filosofico, come quella del “divenire-animale” elaborata da Deleuze e Guattari o quella di “simbionte politico” formulata da Preciado, processi che ricontestualizzano radicalmente tanto il campo della produzione di soggettività che quello della pratica politica? In che modo possono essere esperienze di un’eccedenza di senso e al contempo politicamente spendibili in una prospettiva antispecista?
Per capire l’importanza delle nozioni che hai evocato, dobbiamo riprendere quanto discusso in risposta alla tua prima domanda per approfondirlo. Credo che ciò che rende operativa la norma di specie, il terreno di coltura che sostiene ideologia giustificazionista e dispositivi di smembramento, sia il concetto di proprio (da cui discende quello di proprietà sia in termini economici che biologici).
Penso, infatti, che la macchina specista lavori grazie a tre meccanismi principali: 1) la definizione del “proprio della specie dell’Uomo”; 2) la misurazione della distanza che corre tra la specie standard di riferimento e tutte le altre; 3) la distribuzione gerarchica delle specie secondo un ordine inversamente proporzionale alla suddetta distanza (maggiore è la distanza dal proprio dell’Umano, inferiore è la posizione che si andrà a occupare lungo la scala degli esseri).
Ecco perché l’antispecismo, che sto provando a delineare, dovrebbe intendere i* viventi animali, senza eccezione alcuna, come ibridi e meticci, in una parola impropri. L* animali, uman* e non uman*, sono costitutivamente relazionali: non sono individui che entrano in relazione, ma relazioni che eventualmente, perdendo in ricchezza e in potenza, possono venire individualizzate. Tutt* siamo intrecci di relazioni, tutt* siamo parte di un’incessante creolizzazione con “chi” ci ha preceduto, con “chi” ci ha accompagnato e ci accompagna, con “chi” ci seguirà e con gli artefatti tecnici prodotti da quella che Bernard Stiegler chiama “epifilogenesi”. In altri termini, non siamo tanto individui differenti, quanto piuttosto singolarità immerse in un continuo processo di differenziazione alienante, di divenire-con-tra l’organico e l’inorganico.
Ritengo che, con queste premesse, si possa capire come l’antispecismo che ho in mente si accosti alla e possa avvalersi della nozione di simbionte politico di Paul B. Preciado. E, del pari, del divenire animale elaborato a più riprese da Gilles Deleuze e Félix Guattari.
Al proposito, va sottolineato che Deleuze è forse l’unico filosofo a definire l* vivente animale in positivo e con tutta la sua materialità corporea. Per esempio, nell’Abecedario, il filosofo francese sostiene che l’animale è «un essere fondamentalmente in agguato», un essere sempre «all’erta [e] mai calmo», un essere in carne e ossa che deve rendersi costantemente conto di quanto stia accadendo nel suo territorio, «dietro [e] accanto». Mi pare, insomma, che il divenire animale possa essere letto come un divenire tra/con il fuori di sé, un divenire attraversato da forze impersonali e da affetti dis/giuntivi, una molteplicità dentro la molteplicità del caosmo, un assemblaggio che si assembla (o meno) con altri assemblaggi, un divenire che diviene con altri divenire-con.
L’incrocio tra antispecismo, simbionte politico e divenire animale potrebbe risultare in quella che chiamerei un’eccedenza impolitica di sensi, un’eccedenza che rende possibile lo sviluppo di un movimento di opposizione allo specismo che sia pervaso da una politica affermativa. Una politica che ci permetta di congedarci dalle passioni tristi che continuano ad agitare l’animalismo e gli antispecismi maggioritari e molari (in senso deleuziano!).
Un’ultima questione. Anche il tema del re-incanto lo vediamo oggi sviluppato, pur con sensibilità differenti. Un re-incanto che, se da un lato riconosce i limiti della razionalità strumentale, si confronta, al di là di alcune letture enfatiche, con quelle eccedenze di senso di cui si è detto sopra, che recano però con sé stranezze, incertezze, enigmi, quindi potenziali rischi, sia a livello personale che sociale. Penso, ad esempio, a quanto dice Timothy Morton con la sua dark ecology, invitando a rivedere la nostra relazione con il mondo naturale, superando le dicotomie tradizionali tra umano e non umano, natura e cultura. O Michael Taussig, quando parla di padronanza della non-padronanza (mastery of non-mastery) in questi tempi di sfaldamento globale. Come vedi tu la questione?
Penso che le proposte di Timothy Morton e di Michael Taussig vadano, come suggerisci, nella direzione di uno smantellamento del proprio. Il proprio della “Natura” in Morton e il proprio del “Soggetto” in Taussig. Natura e Soggetto che, a mio parere, possono essere visti come sinonimi di “Specie” e di “Uomo”. Se così stanno le cose, ritengo che il lavoro di decostruzione della “specie” pensata come “specie impropria” (“specie senza specificità” o “non-specie della specie”, se preferisci) non possa dissociarsi, tra gli altri, da quello che decostruisce nozioni violente e devastanti come quelle di “Natura” e di “Padronanza”. Solo se, con un doppio movimento simultaneo, posso includere/escludere nell’/dall’“Uomo” tutto ciò a cui abbiamo dato il nome di “Natura” (naturale, normale, normativo, normato e normalizzante), posso dar vita a un Soggetto-Padrone. E solo se, con Morton, parliamo di “una natura senza natura” possiamo decentrare il Soggetto, spingendolo nell’area di una padronanza spossessata, esausta ed esaurita (Taussig).
Con questo movimento il mondo si fa meno chiaro e distinto e, quindi, più oscuro (dark, se preferisci). Credo che questo sia il “re-incanto” che, come dici, percorre il pensiero di molt* teoric* attuali, per esempio – e lo afferma esplicitamente – quello femminista di Silvia Federici.
Provando allora a re-incantare l’antispecismo, concluderei dicendo che abbiamo bisogno di un antispecismo viscido del comune.
Antispecismo del comune perché ciò che più di ogni altra cosa mette in stato di arresto la nozione di “specie” è il riconoscimento della faglia di vita impersonale e transpersonale che percorre l’intero vivente sensuale; vivente che, desiderando e desiderando di essere riconosciuto, “ci” interpella fin dentro le viscere e le pieghe più intime della carne. Il comune è lo spazio in perenne mutamento dove la vulnerabilità e la finitudine dei differenti corpi sensuali incontrano la potenza “animale” di gioire, di giocare, di rendersi inoperosi, ossia di muoversi e sentire senza un fine prestabilito, sottraendosi in tal modo agli imperativi categorici della produttività e della riproduzione. Il comune è ciò che permette all’antispecismo di oltrepassare il bíos – la vita specializzata di cui si occupano le scienze biologiche – in direzione di zoé – che non è nuda vita ma potenza produttrice di mondi. Non sorprende, allora, che per l’antispecismo del comune la libertà è liberazione, un processo collettivo che si materializza tra e con l* altr*. Il che, in fondo, corrisponde a restituire alla libertà la sua accezione originale che deriva, come ci ricorda Émile Benveniste, dall’idea di crescita comune, di una fioritura intesa come potenza connettiva della vita.
Antispecismo viscido perché non si intende cadere nelle subdole trappole cripto-antropocentriche o, all’opposto, in quelle separazioniste che hanno caratterizzato fino a oggi l’antispecismo, trappole in cui si accorda riconoscimento rispettivamente all’Animale pseudo-umanoide simile a Noi (La Grande Scimmia) o all’Animale totalmente estraneo a Noi in quanto ancora-Naturale (Il Selvatico Ultra-Originario). L’Altro, o meglio, l* altr* “ci” precedono, “ci” seguono, “ci” inseguono, “ci” circondano e, molto spesso, sono a noi dissimili fino alla repulsione. E nondimeno sono a noi inestricabilmente legat* sia filogeneticamente sia ecologicamente.
Massimo Filippi si occupa da anni della questione animale da un punto di vista filosofico e politico. Tra i suoi libri: Diario di un anno. Biopoesie 2022-2023 (2024), Crimini in tempo di pace (2022), Il virus e la specie (2020) e Questioni di specie (2017).
Federico Battistutta è un ricercatore indipendente e si interessa di aree di frontiera (spiritualità post-secolare, ecosofia ed ecospiritualità, dialogo interreligioso e interculturale). Il suo ultimo libro è Misticopolitica. Orizzonti della spiritualità post-religiosa (2022). Fa parte del Collettivo Trickster.
Parole chiave: specismo, antispecismo, animalismo, comune, reincanto