La normalità della dissociazione in Georges Lapassade [1]

di Antonello Colimberti

L’articolo ricostruisce le ultime fasi della riflessione antropologica di Georges Lapassade, con particolare riferimento alla centralità che il concetto di dissociazione assume all’interno dell’opera del ricercatore francese. La dissociazione verrebbe sottratta a una mera lettura psicopatologica (prediletta dalla psichiatria janettiana o dalla psicoanalisi postfreudiana) e l’intenzione di Lapassade è proprio sottolineare “la normalità della dissociazione” come uno delle tante possibili configurazioni e modificazioni della coscienza.

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Come faremo senza il ‘tornado’ Georges Lapassade, senza il suo amore per la verità, senza la sua inesorabile tenacia nel ‘misurare’ i limiti kafkiani della burocrazia e svelare i ‘segreti’ (un ‘non detto’ in genere legato ai soldi e al sesso) di gruppi, organizzazioni, istituzioni che si vogliono maturi, immacolati e autorevoli? L’aria è piena dei suoi ricordi, di peripezie universitarie legati agli avvenimenti del maggio 1968 in Francia, e di ‘interventi’ in Tunisia, in Marocco, in Québec, in Brasile, in Germania, in Italia, con incontri, convegni, dibattiti, indagini sempre improvvisate sul campo, riflessioni su quel vero e proprio enigma che è l’‘istituzione’ e feconde rimesse in causa, rintracciabili in una miriade di articoli e numerosi libri, circa quaranta, tradotti in varie lingue. (De Martino, 2018:19)

Questa affermazione di Gianni De Martino, che apre un suo saggio scritto subito dopo la scomparsa dell’amico Georges, con cui collaborò per molto tempo[2], ben riassume il carattere di un personaggio multiforme, dalla difficile definizione, e che anche per questo ancora tarda a trovare la sua piena realizzazione a livello critico ed esegetico: Georges Lapassade (1924-2008). 

Da parte nostra, consapevoli di quanto l’opera di Lapassade fatichi ancora ad essere riconosciuta nei suoi aspetti autonomi e fondativi, forse non facilitati in tale comprensione dal fatto che la sua prolifica attività di scrittore si è sempre accompagnata ad una multiforme attività di ‘agitatore’ (nel senso più nobile della parola), l’una e l’altra volutamente disseminate non solo nelle più varie pubblicazioni ed incontri, ma, spesso e volentieri, nella rete degli amici ed estimatori [3], se fin qui abbiamo accostato dapprima alcuni temi del Nostro [4], e poi una sua presentazione globale [5], in questa sede ci proponiamo di accennare appena agli ultimi esiti della sua ricerca sulla ‘normalità della dissociazione’, come recita il titolo di un suo volume postumo [6].

 

    1. La ‘svolta dissociativa’

La complessa e labirintica biografia di Lapassade è stata continuamente oggetto di scritti di vari amici ed estimatori [7], quando non di lui stesso [8]. Ad essi senz’altro rinviamo. Quel che adesso ci interessa è come e quando la sua ricerca sulla transe, iniziata in Tunisia alla metà degli anni Sessanta del secolo scorso e che lo ha poi portato in varie località del mondo, fino a depositarsi, alle soglie degli anni Novanta, in volumi di grande prestigio [9], dove espone compiutamente [10] la sua teoria, conosce una svolta, o, se si preferisce, un approfondimento decisivo attraverso la nozione di ‘dissociazione’, come segnalano Michel Lobrot e Patrick Boumard, studiosi francesi e collaboratori del Nostro, rispettivamente psicopedagogo e antropologo dell’educazione: «Sarà la dissociazione l’ultimo grande tema della sua ricerca, in una prospettiva antropologica che lo riporta al suo vecchio amore per la transe e le diverse forme di sciamanismo. Dopo il 1998 tutte le sue opere conducono in un modo o nell’altro alla dissociazione» (Lobrot & Boumard, 2009:9-10).

L’opera di svolta appare nel nostro Paese nel 1996 e si presenta con queste parole: 

Il primo intento di questo libro è di contribuire a una teoria della dissociazione psicologica. Ammetto a titolo di ipotesi nel presente lavoro, che i disturbi dissociativi come le fughe, le personalità multiple, le sincopi, le crisi epilettiche di origine funzionale (e non anatomo-patologiche) ed altri comportamenti di tipo isterico sono probabilmente universali, si producono in tutte le società ma danno luogo a interpretazioni diversificate secondo i contesti. Utilizzo pertanto gli apporti dell’antropologia per ampliare la teoria della dissociazione, contribuire ad emanciparla dalla sua eredità (la psicopatologia, da Mesmer a Janet) come ha fatto Hilgard [11] per altre vie (l’ipnosi sperimentale). Si tratta di evitare l’incapsulamento di questa nozione in una definizione psicopatologica troppo stretta; mostrare che essa designa un dispositivo psicobiologico normale, naturale ed universale; che può, forse, anche essere una risorsa; che dà luogo in ogni caso a delle pratiche estremamente diversificate; e che si ritrova anche nella genesi dei disturbi dissociativi. Proprio per questo il paradigma della dissociazione è una risorsa analitica a disposizione degli antropologi, alcuni dei quali, d’altronde, già da qualche anno, non mancano di utilizzarla nelle loro ricerche sulle transe e le terapie tradizionali. (Lapassade, 1996:9)

Nella prima parte del volume si traccia la storia della scoperta della dissociazione [12] (da Mesmer in poi), fino alla svolta decisiva che si compie con Pierre Janet (1859-1947): «In effetti Janet è un precursore dell’antropologia degli stati di coscienza. Ciò che possiamo conoscere oggi di certi stati dissociativi così come sono definiti e trattati altrove può contribuire a mostrare la fecondità delle piste di ricerca da lui aperte in un’epoca in cui le informazioni etnografiche, soprattutto in materia di possessioni liturgiche e medianiche, erano ancora praticamente inesistenti» (Ivi:52). Per quanto riguarda invece il padre della psicanalisi, «Fino al 1897, Freud ha contribuito, insieme a Breuer, alla costruzione del paradigma della transe (con gli Studi sull’isteria  nel 1895, e l’anno successivo, con la prima eziologia sull’isteria, la neurotica). Successivamente egli ha imboccato una strada del tutto diversa ed ha prodotto, rompendo radicalmente col paradigma della transe e della dissociazione, il paradigma della psicanalisi» (Ivi:11). [13]

La differenza di paradigma si mostra chiaramente nella questione centrale dell’oblio:

L’oblio dei ricordi ritrovati con l’intervento ipnotico è, nel paradigma della transe, il risultato di una dissociazione legata a un trauma; occorre produrre artificialmente, per induzione di transe, una dissociazione esplorativa al fine di superare l’oblio che è tale soltanto per la coscienza allo stato di veglia, mentre la sua parte sonnambulica non ha dimenticato niente;

-l’oblio di cui si occupa la psicanalisi, al contrario, è il risultato di un rimosso che ha nascosto nel sottosuolo della coscienza il passato, lo ha nello stesso tempo deformato, reso incomprensibile di primo acchito, proprio come quel tempio che l’architetto ha disseppellito dopo aver decifrato alcune tavolette; ma per far questo ha dovuto procurarsi gli strumenti e inventare un metodo di decifrazione. (Ivi:66)

Lapassade va ancora oltre e parla di un vero e proprio ‘rovesciamento’ [14] operato da Freud: 

a) Mentre Janet considerava che la fonte dell’isteria si trovasse in uno stato di debolezza psicologica, o come egli dice ancora, di miseria mentale, Freud rovescia questa analisi e sostiene che la debolezza psicologica non è la fonte ma l’effetto della malattia; b) il passaggio dalla dissociazione janettiana all’inconscio freudiano implica un cambiamento essenziale : mentre la dissociazione è interna alla coscienza e produce, se non un’altra coscienza, quantomeno, e per essere più precisi, uno stato altro della coscienza, la teoria freudiana dell’inconscio si fonda sulla rinuncia allo studio della coscienza modificata- di cui gli stati ipnoidi di Breuer erano un’elaborazione. (Ivi:69)

In altri termini, ‘la scoperta dell’inconscio’ oblia ‘la scoperta della dissociazione’: 

Al posto della coscienza modificata- della transe- Freud si occupa di una coscienza infiltrata e manipolata da processi inconsci, ai quali la coscienza non ha spontaneamente accesso perché il linguaggio dell’inconscio è un messaggio torbido, che dev’essere chiarito. Egli sostituisce la transe, che è una modalità particolare della coscienza, con il testo dell’inconscio. Freud, in tal modo, fa sparire il movimento che, da Mesmer in poi, ha elaborato una nuova teoria della coscienza per fondare un nuovo paradigma. Il successo del paradigma della psicanalisi ha eclissato per un certo tempo il paradigma della transe che era stato elaborato prima di lui e per qualche anno anche con lui. Si ha anche l’impressione, talvolta, che la psicanalisi sia come figlia ingrata della transe. (Ibidem)

Nella seconda parte del volume si mostrano le conseguenze dell’utilizzo della nozione di ‘dissociazione’ nello studio dello sciamanismo e della possessione, due delle tre grandi categorie della transe secondo il Nostro [15]. In particolare, Lapassade fa vedere come nelle società che ritualizzano la transe, una dissociazione all’inizio patologica, può essere, al termine dell’iniziazione, trasformata in risorsa: «Altre culture, quando affrontano stati di dissociazione, che vengono interpretati come malattia iniziatica dello sciamano o del medium, istituiscono un processo di passaggio dalla dissociazione involontaria a quella volontaria, e la dissociazione viene istituzionalizzata diventando un mestiere» (Ivi:132) [16]. 

 

    1. La ‘dissociazione quotidiana’

Se nel 1996 Lapassade aveva pubblicato, come abbiamo visto, il testo della ‘svolta dissociativa’, tre anni dopo accade qualcos’altro, per cui la ‘normalità della dissociazione’ viene posta al centro non più solo dei fenomeni ‘extraquotidiani’ della trance, ma anche di quelli ‘quotidiani’ di svariato tipo.

Seguiamo il racconto di Boumard, che nel 1999 aveva appena concluso una ricerca, cui aveva collaborato anche il Nostro, sul tema della scuola, i giovani e la devianza: 

Georges mi disse: bisogna andare oltre la devianza, bisogna lavorare sulla dissociazione: la devianza è il comportamento rispetto al gruppo, ma la dissociazione è il modo di funzionamento dell’individuo. Dunque nell’estate del ’99 ho detto a Georges “che cosa dici, cos’è questa storia di cui non ho mai sentito parlare? Il libro è ormai pronto…” E lui mi disse di aver appena letto dei libri di due psicosociologi americani  che si chiamano Hilgard e Ludwig. […] Aveva portato con sé dei libri di entrambi gli autori. Questi mostravano che i giovani, bambini ma anche altre persone, potevano avere dei comportamenti ‘doppi’: vale a dire vivere contemporaneamente come questa persona e quest’altra. E Georges mi ha detto: tu, che lavori nella scuola, non pensi che il lavoro del professore sia un lavoro dissociato per definizione? Perché il professore, quando fa il suo corso ha ovviamente la sua personalità, come marito, come amante, e nello stesso tempo come professore. E non è la stessa cosa. Eppure riesce ad essere entrambe le cose senza conflitti,  senza che questo sia patologico o sia un sintomo di qualcosa che non va. E gli ho detto: è la stessa cosa che si verifica quando c’è un fenomeno  di transe: la transe è un fenomeno di dissociazione non patologica. Allora abbiamo cominciato a lavorare su questa ipotesi, che ci siano  dei comportamenti dissociati non patologici. Esaminando il comportamento dei bambini nel mio paese, abbiamo fatto l’ipotesi che ci fossero dei comportamenti dissociati ordinari. […] Noi arriviamo, in quell’occasione, andando oltre la lettura di Hilgard e Ludwig, a pensare che la dissociazione non soltanto non sia un sintomo, sia un comportamento ordinario, ma addirittura ipotizziamo che possa essere una risorsa (Boumard e Lapassade, 2010:10-12).

Se questo è vero, l’opera decisiva di approfondimento appare nel 1996, sia in Francia che in Italia, e si presenta con queste parole: 

L’opera a tre voci che presentiamo si basa sia su una teoria della coscienza che sull’analisi del fenomeno della dissociazione. È dunque a doppia entrata, filosofica da un lato e psicologica dall’altro, ma partendo da uno sguardo necessariamente antropologico per questo motivo trova la sua coerenza nella messa in causa di una epistemologia della omogeneità, fondata sul paradigma positivista e più in generale ispirata ad uno scientismo meccanicista. Su questi versanti e tra questi ostacoli al pensiero, si muove del resto quello che sembra essere il dato più rilevante della cultura del XX secolo, cioè il freudismo. La concezione freudiana del rimosso, sostenuta dal meccanismo dell’inconscio, mantiene ancora oggi una sorta di debole consenso favorito dallo psicologismo ordinario che attraversa il secolo. Ma guardando in maniera più precisa alla storia delle idee ci si accorge che il presupposto del freudismo, come riferimento globale per la comprensione della realtà psichica e comportamentale, pone in maniera più acuta quegli stessi problemi che pretende di risolvere. I comportamenti dissociati, ad esempio, sono ridotti dalla psicanalisi post-freudiana a primo sintomo della schizofrenia, e quindi stigmatizzati sotto il marchio della follia. (Boumard et al., 2006:7).

Se questo è vero, e se è vero in particolare che il concetto di dissociazione ad adottare si ricollega unicamente alla tradizione degli studi sull’isteria, non avendo quindi niente a che vedere con la schizofrenia, va tuttavia compiuto un passo avanti, anche oltre Janet: 

Non ci collochiamo all’interno di un dibattito tra Janet e Freud, ma rimettiamo in causa il loro postulato comune, che è quello della dimensione patologica considerata come consustanziale alla dissociazione. Noi partiamo, infatti dall’ipotesi contraria, così come posta dalla corrente della neo-dissociazione avviata da Hilgard, tendente a dimostrare che i comportamenti dissociati sono un’espressione ordinaria di uno degli stati possibili della coscienza multipla. Da ciò deriva una nuova considerazione di quelli che vengono chiamati generalmente gli stati non ordinari di coscienza, come la transe, la possessione, lo sdoppiamento, persino il sogno. Secondo noi c’è dunque un doppio versante che è necessario distinguere per evitare confusioni, o addirittura controsensi. Da una parte la dissociazione di cui parliamo si colloca sulla linea del dibattito sull’isteria iniziato da Janet,  e non nella prospettiva, imposta da Freud, di sintomo della schizofrenia. Dall’altra la dissociazione è uno stato di coscienza tra gli altri, in contesto plurale, e non deve pertanto essere considerata come una manifestazione patologica. (Ivi:11)

Più avanti Boumard compie un sorprendente (per un francese!) e significativo apprezzamento per il nostro Paese, ed in particolare per un grande studioso come il compianto Giovanni Jervis (1933-2009): 

Un autore come lo psichiatra italiano Giovanni Jervis (sottolineiamo che gli italiani si interessano molto più dei francesi alla dissociazione, senza dubbio in relazione al grande movimento che ha portato alla chiusura dei manicomi, negli anni ’70) studia questa questione prendendo come esempio i tarantati in Puglia, sui quali G. Lapassade ha fornito nuovi punti di vista antropologici nelle sue ricerche sulla transe. Specialista delle personalità dissociate, Jervis ritorna più tardi, in La conquista dell’identità, sulla validità della dissociazione, concludendo con un argomento di grande fascino oggi, riguardante la questione del bene e del male, che porta in primo piano situazioni tragi-comiche legate alle personalità dissociate o pseudo-dissociate. (Ivi: 12)

Il volume Il mito dell’identità con i tre saggi di Boumard, Lapassade e Lobrot [17] segna a tutt’oggi una tappa fondamentale nella ricerca di Georges Lapassade e di coloro che si sono messi sulla sua scia, rappresentando un modello per ulteriori applicazioni del paradigma della dissociazione come normalità sia in fenomeni extraquotidiani che in quelli quotidiani [18]. Ma congediamoci da questo breve accenno con le parole di Boumard a mo’ di invito alla lettura: 

L’eterogeneità radicale che è fondativa del fenomeno umano comporta una messa in discussione della gerarchia delle conoscenze. Questo libro, infatti, può essere letto in base all’habitus culturale, secondo un ordine o un altro tra le parti. Abbiamo infine scelto di presentare per primo il mio testo, nella misura in cui fa riferimento, in termini di micro-sociologia, al fenomeno sociale senza dubbio più visibile, cioè l’educazione. La seconda parte, scritta da Georges Lapassade presenta una sguardo antropologico sulla dissociazione, basato su differenti pratiche sciamaniche. Infatti lo sciamanismo, nella sua diversità che si evidenzia attraverso numerose culture, fa apparire il concetto di dissociazione molto prossimo a quello della tradizione degli stati modificati di coscienza, così come furono messi in luce prima da Mesmer, poi da Puységur, nel XVIII secolo. Michel Lobrot, infine, propone una teoria generale della coscienza in termini psicologici, ponendo la dissociazione al cuore stesso della psiche. A fronte delle frivolezze rassicuranti mediante cui la “Città sapiente” impone al corpo sociale il paradigma dell’omogeneità, noi siamo consapevoli di accostarci, con quest’opera, a nuovi territori. (Ivi:13)

Note:

[1] Questo articolo è da considerarsi un omaggio postumo a Georges Lapassade, in ringraziamento non solo degli scritti, ma dei numerosi incontri, che nel corso degli anni abbiamo avuto con lui, a partire da un seminario del Nostro sull’Antropologia visiva, diretto dal prof. Giorgio De Vincenti presso l’Università “G. d’Annunzio” di Pescara nel marzo 1995. L’incontro trovò poi un coronamento quando nel novembre 2002, a Fossa (L’Aquila), fu organizzato da Giorgio Degasperi di Zero Teatro il 1° Convivio su Riti e Feste d’oggi, alla presenza di Georges Lapassade, Stalker Teatro, Teatro del Lemming, e altri singoli pensatori, artisti, registi, filosofi, si discusse e riflettè sulle forme partecipative popolari e artistiche, teatrali e musicali. Poco precedente fu l’incontro, nel 2001, a San Biagio della Cima (Imperia), dove si svolse, dal 30 agosto al 2 settembre,  organizzato dalla Società Italiana per lo Studio degli Stati di Coscienza (SISSC), il convegno Le vie dell’estasi, cui avemmo l’onore di partecipare accanto al Nostro, “nume tutelare” della SISSC stessa. Il convegno segnò peraltro l’inizio della nostra continuativa collaborazione con la Società stessa, che ci siede occasione di ulteriori incontri con Lapassade.

 

[2] De Martino è stato anche il curatore di alcune delle prime edizioni italiane di testi di Lapassade, che introdussero in Italia i suoi studi sulla transe. Cfr. il fortunato Saggio sulla transe, (Lapassade, 1980a), nonché il meno noto Sabba negro, (con la notevole presentazione Il sabba della scrittura dello stesso De Martino). In precedenza erano apparsi in traduzione italiana quattro volumi: Il mito dell’adulto. Saggio sull’incompiutezza dell’uomo, (Lapassade, 1971); L’autogestione pedagogica. Ricerche istituzionali (Lapassade, 1973); L’analisi istituzionale. Gruppi, organizzazioni, istituzioni (Lapassade, 1974); Processo all’università. Contestazione e restaurazione viste attraverso l’analisi istituzionale (Lapassade, 1976).

 

[3] Valga in tal proposito il ricco volume di omaggi All’ombra di Georges Lapassade. Testimonianze e aneddoti dal Salento (Zappatore, 2009). 

Cfr. https://riethno.org/wp-content/uploads/2019/08/Lapassade-monografico1.pdf   Un altro volume ricco di omaggi, pubblicato in Francia, è il numero monografico della rivista «Revue européenne d’ethnographie de l’éducation», n.6 (2010). La rivista, organo della Société européenne d’ethnographie de l’éducation (di cui Lapassade è stato presidente d’onore) è interamente scaricabile dal sito web seguente:

http://socioconstructivismo.unizar.es/wp-content/uploads/2010/07/Lapassade-monografico1.pdf

[4] Cfr. Colimberti, 2000; 2001/2010; 2004; 2010. I saggi in questione sono tutti scaricabili dal sito web seguente: https://independent.academia.edu/AntonelloColimberti

[5] Cfr. in particolare la relazione (inedita) come discussant alle Giornate di studio Stati di coscienza. Un’indagine neurobiologica e socioculturale sulle funzioni dello psichismo nelle differenti culture, organizzate a Roma, il 6 e 7 febbraio 2015, presso l’Università La Sapienza, dalla Società Italiana di Antropologia Medica e dalla Società Italiana di Psiconeuroendocrinoimmunologia.

[6] Cfr. Boumard e Lapassade, 2010.

[7] Cfr. ad esempio, Poidimani, 2009. Della stessa autrice è anche una lunga e notevole intervista, scaricabile dalla pagina web seguente:

http://www.nicolettapoidimani.it/wp-content/uploads/2013/06/14_neotenia_neoetnia.pdf

[8] Cfr. Lapassade, 2008. Il volume, pubblicato originariamente in Francia nel 1978, non è una classica autobiografia ma, come ha scritto nella presentazione Vito D’Armento, «Lapassade ci offre un testo di vita narrata in cui quel che conta non è la sua vita ma il modo con cui possa essere tentata una scrittura autobiografica. Lapassade – che pure ha scritto per tutta la vita- qui si chiede cosa significhi scrivere – il suo senso, i suoi scopi- e scopre che cominceremo a dare una risposta se comprenderemo il ‘chi è’ di chi scrive» (p. 11).

 

[9] Valga, oltre il già citato Saggio sulla transe, il più maturo Stati modificati e trance, (Lapassade, 1993) (il volume riunisce due volumi usciti in precedenza in Francia).

 

[10] ‘Compiutamente’ non significa però ‘definitivamente’, se solo si ricordano le parole iniziali della sua autobiografia. «La mia vita è un continuo apprendistato. È un’esperienza pressoché priva di principi». Segnaliamo en passant che nel suo primo volume pubblicato in Francia nel 1963 (traduzione italiana Lapassade, 1971) Lapassade sosteneva l’ipotesi dell’uomo come essere incompiuto che trova la molla per una sua costante ricerca, intesa dialetticamente anche come trasformazione dell’esistente, proprio in questa sua incompiutezza. Su tale aspetto dell’opera del Nostro cfr. M, Levivier, 2010.

 

[11] La figura dello psicologo americano Ernest Hilgard (1904-2001) è un riferimento costante ed essenziale nell’ultimo Lapassade: «Hilgard in particolare, con la sua teoria della neo-dissociazione, ha cercato molto esplicitamente di affermare la normalità della dissociazione. Egli ha soprattutto sottolineato il fatto che, se nel XIX secolo la nozione di dissociazione è stata effettivamente associata in modo esclusivo alla psicopatologia, con l’ipnosi sperimentale le cose sono cambiate: ‘i soggetti dei miei esperimenti’, dice Hilgard, ‘sono studenti presi a caso da una popolazione normale e non degli isterici incontrati in qualche ospedale’» (Lapassade, 1996:14)

 

[12] La découverte de la dissociation è il titolo infatti con cui due anni dopo viene pubblicata a Parigi dall’editore Loris Talmart la versione ultima e condensata del saggio (priva della seconda parte). La traduzione italiana è contenuta nel volume La normalità della dissociazione, (Boumard e Lapassade, 2010:17-70).

 

[13] Lapassade, più avanti segnala una parabola analoga in Carl Gustav Jung:  «a) All’inizio del secolo Jung contribuisce alla costruzione del paradigma della dissociazione in particolare con la sua tesi di laurea su un caso di medianità. Egli è, a questo punto, molto più interessato di Janet e di Freud alla medianità, vale a dire agli studi sulla dissociazione; b) qualche anno dopo adotta il paradigma freudiano; c) dopo la rottura con Freud costruisce la sua teoria definitiva che non è quella della dissociazione» (Ivi, nota 28, p. 77).

 

[14]  Il capitolo dedicato a Freud, nell’edizione italiana intitolato Il viraggio freudiano, diventa nell’edizione francese Il rovesciamento freudiano. Cfr. sull’argomento Cirino, 2011.

 

[15] È assente nel volume la terza grande categoria, ossia quella ‘estatica’. Sulla dissociazione in quest’ultima cfr. allora G. Lapassade, La dissociazione estatica, in Lapassade, 2010, pp. 71-89. Per quanto riguarda un’ulteriore esame della dissociazione nelle pratiche di possessione cfr. Lapassade, 2001.  

 

[16]  La conclusione dell’edizione francese accentua le differenze di cultura: «Ma, mentre i terapeuti occidentali, quando si trovano a confronto con  disturbi di questo tipo, si sforzano di porre fine alla dissociazione, lavorando alla riunificazione della persona, i guaritori delle società a possessione ritualizzata scelgono al contrario di dominare la dissociazione attraverso la sua istituzionalizzazione» (Lapassade in Boumard et al., 2006:68).

 

[17] I tre saggi si intitolano rispettivamente Devianza scolastica e dissociazione (per un’altra pedagogia), Approccio antropologico alla dissociazione e ai suoi dispositivi induttori, La psiche dissociata.

 

[18] Vale segnalare, sotto questo punto di vista, il volume collettivo, appena successivo, e curato da Vito D’Armento insieme allo stesso Lapassade, Decostruire l’identità, (Lapassade e D’Armento, 2007). Il volume riprende i saggi di Boumard, Lapassade e Lobrot aggiungendovi numerosi saggi di autori italiani.

 

Bibliografia:

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P .Boumard, G. Lapassade, La normalità della dissociazione. Stati di coscienza nella vita quotidiana, Sensibili alle foglie, Dogliani, Cuneo 2010.

C. M. Cirino , Osservazioni sulla nozione di rovesciamento freudiano nell’opera di Georges Lapassade, in «Isonomia», rivista online di filosofia, 2011.

A. Colimberti, La sciamanizzazione dell’arte, in A. Colimberti (a cura di), Musiche e sciamani , Textus, L’Aquila 2000, pp. 95-105.

A. Colimberti, La transe sciamanica e il suo immaginario, in «Altrove», n. 11, 2004, pp. 20-46.

A. Colimberti, Il sogno sciamanico, in  «Altrove» n. 8, 2001, pp. 102-118, poi ripubblicato in P. Bria, E. Caroppo, P. Brogna, M. Colimberti (a cura di), Trattato italiano di psichiatria culturale e delle migrazioni, Società Editrice Universo, Roma 2010.

A. Colimberti Dissociazione, Estetica e stati modificati di coscienza, in P. Bria, E. Caroppo, P. Brogna, M. Colimberti (a cura di), Trattato italiano di psichiatria culturale e delle migrazioni, Società Editrice Universo, Roma 2010, pp. 205-209.

G. De Martino,  Georges in Marocco. Tracce di un movimento culturale (1969-2000), in «Altrove», n. 14 (2008).

G. Lapassade, Il mito dell’adulto. Saggio sull’incompiutezza dell’uomo, Guaraldi, Rimini 1971.

G. Lapassade (a cura di),  L’autogestione pedagogica. Ricerche istituzionali,  Franco Angeli,  Milano 1973.

G. Lapassade, L’analisi istituzionale. Gruppi, organizzazioni, istituzioni, Isedi, Milano 1974.

G. Lapassade, Processo all’università. Contestazione e restaurazione viste attraverso l’analisi istituzionale, Emme Edizioni, Milano 1976.

G. Lapassade, Saggio sulla transe, Feltrinelli, Milano 1980a.

G. Lapassade, Sabba negro, Moizzi Editore, Milano 1980b.

G. Lapassade, Stati modificati e trance, Sensibili alle foglie, Dogliani, Cuneo 1993.

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G. Lapassade, V. D’Armento (a cura di), Decostruire l’identità, Franco Angeli, Milano 2007.

M. Leviver, L’homme inachevé: à propos de la thèse de Georges Lapassade, in «Nouvelle revue de psychosociologie» n. 9, 1, 2010, pp. 177-185. https://www.cairn.info/revue-nouvelle-revue-de-psychosociologie-2010-1.htm

M. Lobrot, P. Boumard, Cronologia di Georges Lapassade, in G. Zappatore (a cura di), All’ombra di Lapassade, op. cit..

N. Poidimani, Uno dei miei più importanti “cattivi maestri”, in G. Zappatore (a cura di), All’ombra di Lapassade, op. cit., pp. 12-18.

G. Zappatore (a cura di), All’ombra di Georges Lapassade. Testimonianze e aneddoti dal Salento, Sensibili alle foglie,  Dogliani, Cuneo 2009.

Antonello Colimberti, antropologo del suono, si dedica in particolare agli incontri fra tradizioni arcaiche e/o etniche e forme di sperimentazione contemporanea. È stato presidente della SISSC (Società Italiana per lo Studio degli Stati di Coscienza), nonché direttore del suo annuario “Altrove”. Ha pubblicato una propria raccolta di saggi intitolata Metafisica sperimentale delle arti, Tradizione perduta e ritrovata (2016) e ha curato volumi collettanei come L’ascolto del tempo. Musiche inudibili e ambiente ritmico (1995); Musiche e Sciamani (2000); Ecologia della musica. Saggi sul paesaggio sonoro (2004). Fa parte del Collettivo Trickster.

Parole chiave: transe; dissociazione; normalizzazione; Georges Lapassade