L’indicibile, Esperlucat vol. I, Kunstverein Publishing

L’indicibile volume I è il primo numero della collana Esperlucat che vuole offrire a un pubblico più ampio possibile ricerche sugli stati modificati di coscienza (SMC) a partire da diversi campi interdisciplinari che spaziano dalle pratiche artistiche all’antropologia, dalla filosofia alla psicanalisi e dall’iconografia alla musicologia, al fine di esplorare le esperienze percettive, fisiche e mentali che hanno accompagnato gli esseri umani nel corso della storia.
“Indicibile” è il titolo di un laboratorio concepito con l’intento di esplorare collettivamente le alterazioni di spazio e tempo indotte da una sostanza psichedelica. Un gruppo di artisti, riunitosi per una settimana, ha sperimentato con queste molecole e, successivamente, ha tentato di descrivere l’esperienza vissuta in un racconto corale che ha dato vita a questo primo numero della collana.
Questo tipo di esperienze possiedono un carattere così ineffabile da resistere a qualsiasi tentativo di trasposizione linguistica fedele. Simili ai sogni, ma di natura profondamente diversa, sfuggono a ogni forma di “appiattimento” su un piano rappresentativo.
Per gentile concessione della casa editrice Kunstverein e del Collettivo Indicibile, pubblichiamo di seguito un estratto del volume n.1.
L’indicibile racconto
il Trickster
Grazie per la deliziosa trascrizione/racconto delle ore trascorse assieme. Mi ha colpito l’evocazione della figura del Trickster: è tutta l’estate che la incontro e la osservo. Il briccone divino (Paul Radin, Carl G. Jung, Karl Kerenyi) è una saga picaresca che appartiene al terreno del mito, ma tale briccone è ancora operativo in tutte le occasioni rituali delle culture native nord-americane (Nations, o riserve). L’ho visto in azione tra gli Zuni, gli Hopi e i Navajo, in forme sorprendentemente diverse, ma accomunate da alcuni tratti. Sono figure che non si sa bene a che regno fare appartenere. Parlano una lingua che conoscono solo loro – tra gli Zuni, Ko’yemsh – e gestiscono lo spazio cerimoniale dando vita a vere e proprie farse, aprono e chiudono il cerchio magico, si moltiplicano e demoltiplicano nel numero, essendo tutti uguali. Dissacratori divini o profanatori sacri, non si capisce, si occupano anche delle funzioni più prosaiche, come mettere a posto le spalline delle tuniche dei sacerdoti o le piume che cadono dei danzatori, tutti troppo impegnati nella ierofania, fissati nelle posture ieratiche, e che fanno finta di ignorarne l’esistenza. Dalla saga si evince che parlano tutte le lingue degli animali, e amano trasformarsi in ognuno di essi, non per metamorfosi (come gli dei della Grecia) ma con l’inganno. Transpecisti e transgenere, non conoscono Edipo perché grande è la confusione dei loro organi. Tra i Navajo hanno la testa coperta di stracci e si muovono come ciechi sotto il sole feroce, ubriachi, ingoiano manciate di sabbia, oltrepassano la trance, e cadono alla fine come morti. Quindi, sì, visto che un accenno di rito era presente, quella sera, lo zampino del Trickster potrebbe anche essere apparso.
la Volpe Rossa
Nel cerchio, secondo le proprie pose, gli Indicibili cercano il silenzio. È il crepuscolo. Dal canto, provo a sintonizzarmi. Dopo poco la sostanza appare e il Grillo Parlante, con passo da coyote e lingua da serpe con grazia mi serve la seconda pozione. Lenta la mangio, lentamente nel tappeto prezioso che accompagna l’altare. Cominciano, senza tempo, alcuni movimenti. E con ciò mi muovo, aspiro. Il friccicore sale in lunghi capelli di sinuosi tentacoli. Il suolo si fa frattale, s’intreccia, risuona, s’illumina. Tento di controllarlo, spero di non vivere, di sentire cosa c’è al di là. La sintesi dei sensi dei sentieri senza sapore speciale. Il Gatto e la Volpe confabulano. Alcuni sereni nel loto. Le cime si fanno pensiero pensante, gli schemi dei rami son trama che risuona e vibra. Cerco la Luna a più riprese. La Luna.La luna. La luna in fondo alle quinte degli alberi mi danza con le nuvole, la sento nel profondo, rewind – reverse, reverse – rewind e poi forward – backward, backward – forward, in un densissimo momentum che significa come una visione. Nel vortice torno nel cerchio e preso dalla Compagnia provo a condurre la visione verso l’immobile nell’oscurità. Mi concentro quindi sulle forme e sui colori che si fanno morbide e gonfie e cangianti e (non trovo proprio le parole) che si riempiono geometricamente di lettere, in un alfabeto geroglifico turbinante. Cerco di raccogliere questo moto in un cerchio, gli chiedo se è il nucleo della malattia, provo a passarci attraverso, ma si dissolve.
Un po’ di freddo dato dall’immobilità. Bisogno di vesti. Ritorno nel corpo, intorno a me gli Indicibili si stanno ravvivando. Finora non ho pronunciato parola. Cammino un po’, percorro i limiti del cerchio, vado verso il tappeto centrale prezioso. Una delle due Colombe struscia appena il nido del candore che un po’ curioso vorrebbe ma rimane dove è. Le Colombe si allontanano.
Trovo il centro e osservo gli spettri. Cerco un tessuto per farmi mantello e lo trovo. Regale. Ecco gli Indicibili con cui non riesco a proferir parola, ma solo a esser corpo e ascolto. Il Grillo Parlante, fiero della sua sottile bacchetta, la balla per guidar le vibrazioni, ci trascina nel linguaggio. Giochi e spezzoni con una parentesi di incomprensione padre-figlia. Non posso che ridere o quasi ridere, non so come parlare. Con il Gatto-Orso ci spostiamo, camminiamo, andiamo verso la scacchiera della fontana che non è. Bergman. E qui si affrontano nell’arida fontana senza acqua il Grillo e la Civetta, chi dice e chi sente, si cercano i pezzi, si cercano contatti, si cerca l’acqua, ecco le Colombe, di nuovo al campo base, tutti avvolti nel flusso del fungo, si parla, tanto, troppo, si prova la musica che risuona dalla casa ma non vuole suonare, vedo la mia mappa prendere chiaramente forma, i segni letteralmente staccarsi e volare dal foglio. Funziona. La Bimba Partenopea mi dice “Ciao” ma non so rispondere, cerco le atmosfere, le candele guidano, studio l’altare, ecco l’osso che trovò il Trickster, la Bimba lo analizza, mi dice che di questo sono essenzialmente fatto. Poi giochi di parole, sigarette, la Luna è qui dove ero io quando ero qui prima. Benjamin. La parola tedesca, Benjamin e il gelato, la Civetta che fa perdere i bicchieri, giochi su giochi linguistici, con-gelato, arriva il gelato, saranno circa, non mangio il gelato, andiamo a ballare? Ci si prova, Orso-Civetta ci prova, cerco un po’ di atmosfere e poi non so più bene che succede. Dov’è il Viandante? Io e la Portoghese ci incarichiamo di cercarlo. Andiamo verso la casa. Nel buio nel labirinto ci muoviamo con grazia. Saliamo le scale. Siamo nella stanza. Cerchiamo la visione dall’alto. Bisogna trovare il Viandante. Scendiamo le scale. Siamo nella stanza della Portoghese, sento l’atmosfera di spezie, l’oceano che è una tavola di dove. Una porta, finta, non si apre. Una porta finta, dipinta, con una vera tenda. Cerchiamo l’entrata dalla parte opposta. La prima porta si apre. Nel nido maestro. Anche la porta finta, dal lato opposto si apre. Ma non è quella la porta. Nel cunicolo laterale, altra porta, che la Portoghese, ancora con grazia, apre. Ed io avvisto il Viandante. Il Viandante ci dice che stava vagando ai margini. C’era da percorrere il perimetro. C’era da vedere la soglia. Io e la Portoghese vogliamo vedere la soglia. E quindi seguiamo il Viandante, che dopo percorsi alternativi, ci guida verso la soglia. La scaliamo. E la soglia è un campo brullo con la casa in miniatura, il Viandante era attirato dalla Torre Luminosa. La Portoghese vorrebbe correre, ma preferisce di no. Dopo un breve tratto comune lascio il Viandante e la Portoghese e torno dagli Indicibili.
Il flusso continua, ma la notte lo rende verboso. I due Maghi in combutta mi attirano. E qui, con la pipa dalla spia rossa, eccomi nello spazio ispirato dell’elettrico DMT. In pochi instanti tutto diventa filamenti di frattali, un intreccio che solleva e taglia il mio corpo altrove, appena percepisco le gambe, le mie e quelle del Tedesco-Danese-Francese-Spagnolo-Grande-Professore, posso solo dire WoW e WoW e sentire il mago che sospira e prova a dare il ritmo, lo sento altro con me che sono altrove e i nostri altrove si toccano e il Mago mi fa una confessione, che apprezzo, che condivido, che capisco. Gli altri arrivano, non riescono, io provo ancora, bene, ma non ottimo, ancora troppe parole.
Verso la casa, verso il banchetto, in un lento ritorno. Terre aride, paure, il buio, racconti, dentro e poi fuori, gli altri, il racconto degli altri, Il Grillo un po’ Volpe un po’ Trickster, il Viandante, le due Colombe, il Gatto-Orso, la Portoghese, i due Maghi, la Bimba quasi di Ceramica, Lui che Tutto sa e si ripara e il Convitato di Pietra. La sai salire una scala? E poi il Viandante ci mostra l’uovo rotto, come gli chiedo, e l’uovo non si sa perché era là. Il Viandante mi dice anche che c’era troppo isterismo di risa.
E poi stelle, che chiarissime mi appaiono, precise, le leggo, le vedo, e la Luna: di tutto il suo ciclo ci siamo abbeverati. Ah, ora ricordo ancora: la Colomba nel momento di passaggio ci porta dei piccoli esseri mutevoli-mutanti, mammelle e capezzoli che sgorgano il latte nel primo piacere che ci abbonda, ci esonda nel cielo che trema che ancora non è parola. Dicevo la Luna, la Luna e le stelle, quelle fisse e quelle retrograde, che siamo sul tetto, io e la Portoghese, e vediamo l’alba, il cielo farsi da scuro a celeste, le stelle sparire, vogliamo il mare, ma la Colomba custodisce le chiavi e quindi ecco i resti di una stella che lenta si spegne, che prima insieme facevamo brillare.
