Fede base

di Stefano Harney e Fred Moten
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Questo testo di Stefano Harney e Fred Moten – noti anche in Italia per il libro Undercommons. Pianificazione fuggitiva e studio nero – intreccia pratica poetica e pensiero politico per interrogare le forme di vita, di relazione e di resistenza che eccedono l’ordine del mondo costituito. La processione, la terra, la fede, il canto diventano figure attraverso cui immaginare una potenza collettiva che non si lascia ricondurre a un’identità, a un fondamento o a una strategia prestabilita. È una scrittura densa, ritmica, a tratti dissonante, che mette le parole in movimento e ne incrina i significati consueti. La traduzione è supportata da alcune note esplicative che cercano di custodire questa apertura, senza voler scioglierne ambivalenze e allusioni.
La terra si muove contro il mondo. E oggi la risposta del mondo è chiara. Il mondo risponde con il fuoco e con l’acqua. Quanto più la terra si agita, tanto più feroce è la risposta del mondo. Ma la terra continua a muoversi [1]. Tonika Sealy Thompson potrebbe chiamarla una processione [2]. La processione della terra non è nel calendario del mondo. Non è una parata su una piazza d’armi. Non è nella teleologia del mondo. Né la processione è propriamente un carnevale inscenato per deridere o rovesciare questa parata, per impadronirsi del suo spazio. Una processione si muove senza essere mossa dal mondo. La processione della terra, attorno alla quale si muovono tutte le processioni, avanza impettita nella nerezza del tempo. E gli esseri di terra (earthen), si muovono attorno, si muovono nella processione della terra, si muovono, dice Tonika, come le Sorelle della Buona Morte a Bahia [3], nel loro proprio tempo fuori dal tempo. Dio è così potente in questa processione da non poter esistere [4]. Non perché sia ovunque nella processione, ma perché noi lo siamo. Noi siamo la terra in movimento, annerita, che si sta annerendo. Ci rovesciamo l’unə con l’altrə, ci dissotterriamo a vicenda, ci facciamo galleggiare, sprofondiamo e ci innamoriamo l’unə con l’altrə. Ci muoviamo nella processione terrena, ondeggiando al ritmo della base, proprio mentre il suo battito mette in allerta i primi a intervenire. Questi soccorritori del mondo si chiamano strateghi. La strategia risponde alla costante eruzione della terra dentro e fuori dal mondo. La risposta assume la forma di un concetto al quale è stata imposta una forma, successivamente imposta all’informalità terrena della vita stessa.
C’è chi dice che sia stato Alfred Sohn-Rethel il primo a capire come il concetto, in questo intreccio di formazione e imposizione, venisse rubato e convertito in proprietà, rapito e reso astratto, trasformato in arma strategica [5]. Diceva che l’astrazione dello scambio, e in seguito l’astrazione del denaro, ci avessero portato a pensare nella sospensione del tempo e dello spazio, nella sospensione della materialità, e che questo avesse condotto all’appropriazione del concetto. Ma Sohn-Rethel riprende le tracce di questo furto solo a partire dal ladro – l’individuo -, già formato e pronto per il concetto strategizzato e immateriale, già plasmato e preparato da questo. Vuole condannare questo ladro. Noi vogliamo portarlo a casa.
Vogliamo portarlo fuori, perché il fuori è casa. Siamo a casa nel fermento profetico della terra in movimento, nella corsa circolare del fuggitivo, nell’apparizione nei nostri occhi, nel rifugio che abita le nostre lingue. La nostra comunione empia con coloro che continuano a muoversi e restano lì, che continuano a stare fuori prima ancora di poter essere messi fuori. Ecco perché i segugi infernali della strategia sono sulle nostre tracce. Pensano di aver fiutato l’odore della nostra guida. Ma la nostra guida non è unə. Chiamiamola Alì, come nella profezia di Pasolini: Alì dagli occhi azzurri/Ali Blue Eyes [6]. Pasolini pensava che la guida sarebbe arrivata in una processione dall’Africa per insegnare a Parigi come amare, per insegnare a Londra come essere fratelli, per marciare verso est con le bandiere rosse di Trockij al vento. Ma non è mai arrivata perché noi siamo andati a cantare a Palermo, a digiunare in Alabama, a meditare a Oaxaca. Così Alì è diventata Tan Malaka [7] e noi siamo andati alla fête, alla jam session, al gruppo di studio.
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Da quando il capitale ha visto Lenin farla bene, il capitale è in fuga dalla strategia. Oggi, quando il capitale dispiega un concetto, si suppone che tutti lo accettino e lo comprino, ma che nessuno ci creda. Il capitale potrebbe chiamare tutto questo “universalità strategica”. Oppure potrebbe non chiamarla in alcun modo, perché al capitale non interessa né la dignità, né la sovranità del concetto. Il concetto ha svolto la sua funzione. E il suo scopo principale ora è non intralciare, lasciando spazio alla logistica, diventandone il canale. La sua pretesa di appropriatezza e i suoi vincoli proprietari lo predispongono a essere comprato e venduto, fino a ridursi a una rarefazione ruvida e impalpabile [8].
I concetti oggi in circolazione non sono l’astrazione della merce o dalla merce: sono merci e, nella loro forma propria e proprietaria, non possono essere utilizzati contro la forma-merce. La loro forma è l’aria che la merce espelle, containerizzata, come unità di scarico pressoché impalpabile. Sono solo un’altra strategia. E la strategia, benché non sia astratta, in realtà non ha alcuna importanza. Ciò che conta è la logistica. E’ la logistica, non la strategia, fornisce l’imperativo. La strategia fornisce soltanto l’attrito. La logistica fa circolare il concetto nei circuiti del capitale. L’unico argomento del mondo contro la terra è logistico. Deve essere fatto. Il movimento della terra deve essere fermato, contenuto, indebolito o reso accessibile. Ciò che è terrestre deve diventare chiaro e trasparente, responsabile e produttivo, unificato nella separazione. Non si tratta di dispiegare il concetto, strategicamente o in altro modo, ma di forza, di obbedienza forzata, comunicazione forzata, convertibilità forzata, traduzione forzata, accesso forzato.
Il capitale non discute, anche se molti discutono con lui. Il capitale ama semplicemente la perturbazione. Il capitale sta fuggendo dalla strategia, correndo verso la logistica, correndo come logistica, correndo tra le braccia dell’algoritmo, il suo falso amante che gli è fedele. Tutto ciò che resta della strategia è la leadership, il comando in cui ci si ritrova dopo che la logistica ha preso il sopravvento, quando l’unità entra in possesso di se stessa. Per il capitale, la strategia è soltanto una forma di nostalgia, o la prova che non ha nulla da temere dai suoi nemici che la abbracciano, la prova che non sono nemici. Sono dei comandati che ripetono i comandi. La chiamano politica. Ali non ha mai comandato. E’ fattə soltanto di affamati. E’ fattə soltanto di piani [9].
Nel suo desiderio di far rivendicare al capitale la propria materialità, Marx si è appropriato di quella di Alì. Ha cercato di farne una leader. Ma la profezia di Alì era troppo affollata, troppo nera, troppo tardiva, troppo rumorosa. Sommersi nel capitale, gli esseri di terra hanno sepolto la strategia e l’hanno fatta detonare. Ci hanno detto che dobbiamo imparare a essere più strategici. Ma noi sappiamo che la strategia è il sistema di consegna di un concetto, un concetto collaterale e messo in atto. In effetti, la strategia stessa non è che un concetto nel mondo, l’approccio universale. Ma neppure al capitale importa. Il capitale vuole soltanto che le cose procedano senza intoppi, vale a dire universalmente. È questo il senso della perturbazione, del comando e dell’innovazione aperta. Il capitale non teme la strategia. Riesce a malapena a ricordarsene dai tempi dei concetti mondani. Marx ha trasformato il capitale in un concetto. Lenin ne ha colto l’opportunità. Così il capitale ne ha tratto una lezione, imparando a essere nuovamente materiale. No, il capitale non teme la strategia. Il capitale teme la processione della terra. I santi occhi occhi blu e neri di Alì.
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Dio ha tutto tranne la fede; ecco perché esige così brutalmente la nostra. Si guardò intorno ed era così solo che si creò un mondo. Giustamente, non credeva in se stesso e, erroneamente, non credeva in noi. Non eravamo né sempiterni né genitoriali, soltanto generativi e presenti, come un’onda. Nel suo caso, vedere – o sorvegliare dall’alto – non significava credere. Una tale mancanza di fede esige una certa iniziativa strategica. Vi è mai capitato di avere la sensazione di essere osservati? Be’, quella è semplicemente la proprietà di Dio, la polizia, coloro che proclamano e mettono in atto il suo essenzialismo strategico. Hanno delle armi che sembrano proprio microfoni. A volte scrivono libri. Ci dicono ciò di cui abbiamo bisogno. Spesso, siamo noi stessi. In questo momento siamo quasi loro, ma cercheremo di apparire dentro e fuori il più rapidamente possibile. Vaffan… [10], diciamolo a voce alta, facciamolo risuonare. Se poteste cominciare a parlare su di noi proprio adesso, ve ne saremmo grati.
Predicazione incessante: e se questa fosse la nostra esistenza, fornita all’interno e come pratica del canto, liturgia incessante e incessantemente inventiva? Potremmo chiamarla la storicizzazione di un protocollo veridico in cui la distinzione tra falsità e trasformazione, tra non-verità e differenziazione incontrollata, viene tenuta sacra. E non è nemmeno volgarmente temporale, come lo è invece il vedere nella descrizione di Wittgenstein, che implica una successione: prima era un’anatra, poi un coniglio [11]. Nella simultaneità di «è un’anatra» e «è una lepre» c’è una sorta di musica. Ornette Coleman la chiama «unisono armonico» e noi potremmo seguirlo, deviando da lui ma seguendolo, dicendo «unisono anarmonico», un’indifferenziabilità differenziale [12].
Quando l’essenza lascia l’esistenza per strada, ciò che ne consegue, per l’essenza, è una solitudine esistenziale [13].
E se il problema del concetto fosse il problema della separazione? E qual è il rapporto fra separazione concettuale e individuazione? Ciò che è in gioco è la convergenza del corpo e del concetto che viene data nell’estetica trascendentale [14]. Ne conseguono individuazione e completezza. D’altra parte: materia (in)cantata, (in)cantante, nerezza obliqua (là dove carne e terra convergono al di là del planetario, dentro e come differenziazione non frammentata). Non si tratta tanto di tornare a una qualche autenticità preconcettuale, quanto piuttosto della costante aerazione della materia, del suo continuo rivoltarsi, del suo esaurimento e del suo esaustivo sondare, della discesa ascensionale, essenzialmente ed esistenzialmente sensuale. Il problema è la separazione del concetto e il nostro conseguente avvolgimento al suo interno – questa orrifica sovranità del concetto e delle sue rappresentazioni variamente egemoniche. L’invenzione della sovranità ha richiesto il concetto o il concetto portava già in sé il pericolo delle brutali rappresentazioni della sovranità?
Forse il problema è la separabilità, la solitudine autoimposta nella sovranità, del concetto e delle sue rappresentazioni (come incarnazione o individuazione o soggetto o sé o nazione o Stato). Come facciamo ad assicurarci che il concetto continui a contare? Come rifiutiamo la sua dematerializzazione, anche quando e se quella dematerializzazione sembra aver permesso la produzione di nuove conoscenze, di nuove risorse critiche? Questa è una domanda esplicitamente rivolta a Marx. Quando i sensi diventano teorici nella loro pratica, nel comunismo, che è qui, sepolto vivo, essi interrogano colui che, in modo brillante e a nostro vantaggio, traccia e ri-attua la smaterializzazione che il capitale persegue nella separazione della forza-lavoro dalla carne del lavoratore, o del profitto da quella carne, nel suo intreccio irriducibile con (la materia) della terra [15]. Era questo un caso di «pensiero strategico»? Se così fosse, ci impone di ripensare la strategia.
Esiste un modo di pensare la relazione fra strategia e improvvisazione che mantenga una differenza fra immediatezza e spontaneità? C’è una velocità deliberata dell’improvvisazione che non è semplicemente ricorso al preconcettuale. Forse ciò che è in gioco è la differenza fra movimento e un movimento o il movimento [16].
Ciò che è in gioco è la traccia di profumo – l’essenza – che è stata rilasciata. Si trasforma nell’essere-sensuale, privato della sua purezza nell’essere respirato. C’è una socializzazione dell’essenza che è data in e come la socialità stessa, e forse questo è ciò di cui Marx parlava sotto la voce di attività sensibile, ma controcorrente rispetto alla sua adesione a una logica e a una metafisica della (individuazione nella) relazione. Tutto ciò pone la domanda su quale sia la differenza fra strategia e fede. Quando qui diciamo «differenza», ciò che intendiamo veramente è “carezza”: il modo in cui strategia e fede si sfiorano in una sorta di eclissi tattile, immersione uditiva, perturbazione olfattiva, estasi gustativa dello sguardo d’insieme. A questo proposito, l’essenzialismo strategico [17] è qualcosa di simile alla parte omiletica del banchetto dell’anima, oppure, più precisamente, una condivisione insieme carismatica e non carismatica, ove il carisma continua a circolare. Quando diciamo “predica”, quando ascoltiamo la predica, noi stiamo predicando. È come una conferenza degli uccelli [18]: una costante rimaterializzazione e proliferazione del concetto; una costante socializzazione del concetto, piuttosto che una sorta di decreto opportunistico da parte di qualche consulente autoproclamato che si reputa dotato del potere di sorvegliare e supervisionare la visione d’insieme. La cattura e il riposizionamento dell’essenzialismo strategico da parte del consulente sono operazioni solitarie e prive di fede. Esalano la religiosità sovrana del non credente. «Lasciate che vi dica ciò di cui abbiamo o non abbiamo bisogno», ripete, raddoppiando sempre la pressione su di te quando dice «noi» con una pesante imposizione io/tu, un boato carismatico che in qualche modo insieme smentisce e conferma la sua tristezza nella progressiva disanimazione delle sue relazioni personali, percepita come consolazione tossica dell’essere interpellati e nominati da colui che suppone sapere [19]. Forse allora è semplicemente una questione su dove provengano l’essenzialismo strategico, l’universalismo strategico o il concetto in generale. La predicazione incessante porta con sé un rombo boogie-woogie, dove il sogno rinviato si trasforma in un incontro vittorioso. Quaggiù sotto, nel sottosuolo, dove il regno di Dio è rovesciato, fuori controllo e passa di mano in mano, c’è un griot generale all’opera. La sua strategia (e quella di tutti i suoi rappresentanti, quelli che dovrebbero rappresentarci ma non ci riescono) è esaurita e circondata dai nostri piani.
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C’è un movimento della terra contro il mondo. Non è il movimento. Non è nemmeno un movimento. Assomiglia di più a ciò che Tonika chiama una processione, una processione di un fiume sacro che scorre, una processione in nero, drappeggiata di bianco. La processione della terra ondeggia insieme a noi. Si muove al ritmo di un canto. Cammina al passo della base, al passo del tao danzante. Si inchina alle sorelle del piede buono [20], portando fiori dai giardini senza tenerezza di Calibano. La terra è in movimento. Non puoi unirti dall’esterno. Si sale dal basso e si ricade dentro la sua risacca. Questa è la base senza fondamento, la sua disorchestrazione polverosa, acquosa, in marcia, piegata, in fuga. Laggiù, dove è verdeggiante, dove è salata, la terra si muove contro il mondo sotto la copertura della nerezza, la sua inchiesta operaia post-cognitiva e incognitiva/incognita [21], il suo ultimo brano radio trasmesso.
La terra è un movimento locale nella desegregazione dell’universale. Ecco la porta verso la terra senza ritorno a casa, e chi la varcherà è già tornato, oltre ogni limite, trasportato oltre, nei Caraibi. Pasolini disse che Alì dagli occhi azzurri avrebbe attraversato la porta sul mare, guidando i dannati della terra. Ali Blue Eyes. Ma noi non insegneremo a Parigi ad amare. Non possiamo mostrare la fratellanza a Londra. Alì ha preso le bandiere rosse di Trockij e ha creato qualcosa per noi: un fazzoletto, una benda, un bacio.
Note:
[1] L’opposizione tra “terra” (earth) e “mondo” (world) può ricordare le posizioni di Latour o di Stengers, ma il testo non attribuisce alla terra/Gaia la catastrofe. La catastrofe è la risposta del mondo al fatto che la terra non smette di muoversi e di agitarsi. Il “mondo” qui è la composizione ordinata del capitale, della misura, della legge, della logistica e della polizia; la “terra” è l’irriducibile eccedenza materiale, la fuga e la socialità nera che lo scompagina.
[2] Tonika Sealy-Thompson, più volte citata nel testo, è un’attivista delle Barbados per la giustizia sociale e l’istruzione.
[3] Riferimento alla confraternita Irmandade da Boa Morte, nello Stato di Bahia in Brasile, storica organizzazione religiosa cattolica interamente femminile, fortemente intrecciata con il candomblé.
[4] Questa è una delle frasi decisive del testo. Gli autori non sembrano voler semplicemente dire che Dio non esiste. Se così fosse, il passaggio sarebbe banale. Per Harney e Moten la potenza della processione della terra è tale da rendere impossibile l’esistenza di Dio come ente separato. La funzione che gli veniva attribuita (fede, predica, carisma) sta nella processione. Gli autori non risolvono però la questione se Dio sia il nome di quella potenza trasformativa, immanente alla moltitudine in marcia, che non tollera alcuna trascendenza o sovranità che possa separarla. La loro è una tensione teologico-politica aperta non una tesi ontologica univoca.
[5] Alfred Sohn-Rethel, sociologo tedesco marxista. I suoi contributi più significativi sono legati al concetto di astrazione reale e al rapporto tra lavoro manuale e lavoro intellettuale. Per Sohn-Rethel il “concetto” è una struttura del pensare nata dall’astrazione dello scambio.
[6] La profezia di cui si parla riguarda un poesia di Pasolini con quel titolo, pubblicata nel 1964 nel volume Poesia in forma di rosa.
[7] Tan Malaka fu un rivoluzionario e teorico marxista indonesiano, protagonista delle lotte anticoloniali, giustiziato nel 1949. Nel testo il suo nome sembra evocare una traiettoria rivoluzionaria che non si lascia ricondurre alla sola profezia eurocentrica.
[8] La logistica di cui si parla è ciò che muove il concetto nei circuiti del capitale. Pertanto il suo oggetto non è solo la merce, ma anche i concetti, ridotti a merci. C’è la dimensione materiale – i magazzini e i container, ma anche gli algoritmi e i sistemi informatici.
[9] Il riferimento ai piani/plans può essere accostato alla nozione di fugitive planning elaborata da Harney e Moten: una pianificazione immanente alle pratiche collettive, non riducibile a un programma imposto da un centro di comando. Alì non è solo chi ha fame, ma anche chi agisce nella vita comune.
[10] Nell’originale mattafack: deriva dall’espressione inglese motherfucker. In inglese, il termine letterale é un insulto, ma nel contesto della cultura hip-hop e dello slang giovanile ha assunto sfumature diverse, indicando di volta in volta stupore, enfasi, rabbia.
[11] Riferimento a Wittgenstein (Ricerche filosofiche, parte II, sezione XI), in cui una stessa figura può essere vista come anatra o come lepre. Harney e Moten insistono sulla possibilità di pensare la compresenza delle due predicazioni, anziché una semplice successione di aspetti. L’“unisono anarmonico” indica una differenza che non viene eliminata né ricondotta a una sintesi pacificante. La distinzione tra falsità e trasformazione, e tra non-verità e differenziazione, viene così sottratta a un criterio che considera ogni cambiamento una correzione dell’errore.
[12] Ornette Coleman è il pioniere del free jazz e dell’harmonic unison (unisono armonico). Invece l’anarmonic unison è un’unità che si dà mantenendo la dissonanza, la “differenziale inseparabilità”, indica una polifonia dove i corpi e le voci mantengono la propria irriducibile differenza, senza fondersi in un coro omogeneo o gerarchico.
[13] Essenza ed esistenza costituiscono la coppia classica della filosofia. Nel contesto del brano, l’essenza richiama il processo attraverso cui qualcosa viene isolato dalla propria esistenza materiale e relazionale, acquistando l’apparenza di una determinazione autonoma. Se l’essenza lascia da parte l’esistenza – il corpo, la terra, la carne, la materia – resta sola. Il riferimento al concetto è quindi plausibile, ma va notato che non coincide necessariamente con esso in ogni passaggio del testo.
[14] Nella lettura critica degli autori l’estetica trascendentale – presente nella prima parte della Critica della ragion pura, dove Kant sostiene che spazio e tempo non sono proprietà delle cose, ma forme a priori della nostra intuizione sensibile – sarebbe il luogo filosofico in cui la sospensione della materialità diventa forma universale del soggetto, un corpo ridotto a recettore di un tempo e di uno spazio neutri, e di un concetto che gli si applica dall’esterno.
[15] Probabile allusione ai Manoscritti economico-filosofici del 1844, dove Marx scrive che nel comunismo i sensi diventano “direttamente, nella loro pratica, teorici”. Qui i sensi, diventati teorici, interrogano Marx stesso: è un modo per rivolgergli la domanda dal punto di vista di ciò che lui stesso aveva prospettato. Più oltre c’è un riferimento implicito alle Tesi su Feuerbach, dove Marx parla di attività umana sensibile e di pratica, sostenendo che l’essenza umana non è un’astrazione inerente al singolo individuo, ma riguarda l’insieme dei rapporti sociali.
[16] Si può leggere questa distinzione come un gioco fra tre accezioni: un movimento (un soggetto politico specifico e circoscritto), il movimento (il grande soggetto della storia, pensato magari in modo teleologico o totalizzante) e movimento, senza articolo, inteso come energia della fuga, socialità radicale, movimento immanente della materia e dei corpi che non si cristallizza in un’identità.
[17] Il concetto di strategic essentialism è di Gayatri Chakravorty Spivak, filosofa attiva nel campo del postcolonialismo e degli studi di genere. Si riferisce a una strategia politica in cui gruppi minoritari o emarginati scelgono di accettare e presentarsi temporaneamente sotto un’identità collettiva semplificata ed “essenziale” per raggiungere un obiettivo comune. Harney e Moten riprendono l’idea: ciò che conta non è che qualcuno assuma e amministri un’identità collettiva in nome degli altri, bensì che la funzione del predicare e dell’elaborare concetti circoli nella comunità, senza essere monopolizzata da qualcuno.
[18] Allusione al poema persiano del XII secolo, La conferenza degli uccelli, in cui gli uccelli del mondo si radunano per cercare il loro re, per scoprire alla fine della loro ricerca che il re che cercavano erano loro stessi. La guida non sta fuori dalla comunità, ma emerge nella ricerca collettiva.
[19] Il testo può richiamare l’espressione sujet-supposé-savoir elaborata da Lacan. Nel contesto della critica di Harney e Moten, il consulente (esperto, leader, stratega) incarna questa figura su cui vengono proiettati i bisogni della collettività, riproducendo la separazione gerarchica e la sovranità contro cui la processione della terra si muove.
[20] Variazione poetica e ritmica del riferimento all’inizio del testo alle Sorelle della Buona Morte di Bahia. “Good foot” potrebbe richiamare anche il piede ritmico, la danza e il movimento collettivo.
[21] Si può cogliere qui una risonanza con l’”inchiesta operaia”, metodo di indagine e di intervento politico basato sull’analisi diretta delle condizioni di lavoro e di vita della classe operaia, elaborata negli anni ‘60 dalla corrente operaista (Panzieri, Tronti, Negri e altri). Come il rinvio al capitalismo cognitivo e al cognitariato rimanda al successivo approccio post-operaista (Negri, Virno, Lazzarato e altri).
Traduzione e note di Federico Battistutta
Parole chiave: esseri di terra, Alì dagli occhi azzurri, logistica, capitalismo, Sohn-Rethel, Marx, Pasolini.