Distopia psichedelica in Italia – (Prima Parte)

di Maria Laura De Rosa

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“Ci sarà in una delle prossime generazioni un metodo farmacologico per far amare alle persone la loro condizione di servi e quindi produrre dittature, come dire, senza lacrime; una sorta di campo di concentramento indolore per intere società in cui le persone saranno private di fatto delle loro libertà, ma ne saranno piuttosto felici”.
(Aldous Huxley, “Ritorno al mondo nuovo”, 1958)

Introduzione

Negli ultimi anni, la comunità scientifica italiana appare piuttosto interessata agli sviluppi della ricerca clinica sulle famigerate terapie psichedeliche. Tuttavia, si mostra poco critica nei confronti dei risvolti sociopolitici e culturali che questo fenomeno comporta, poiché manca di un’adeguata comprensione della natura sistemica delle ingiustizie ed oppressioni ad esso correlate. Sembra inoltre rivolgere ancora una scarsa attenzione a potenziali rischi e collateralità cliniche di queste sostanze, nonché agli effetti psichici a medio e lungo termine, di cui si discute troppo poco.
La scorsa estate l’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) ha autorizzato il primo studio clinico in Italia sulle terapie psichedeliche. La sperimentazione sull’utilizzo della psilocibina – il principio attivo contenuto nei cosiddetti “funghetti magici” – nella terapia della depressione resistente al trattamento è partita a febbraio 2026 presso la Clinica psichiatrica dell’ospedale di Chieti. Lo studio condotto dal Prof. G. Martinotti, finanziato con fondi del PNRR (Piano nazionale di ripresa e resilienza) e coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, prevede una durata di 24 mesi e l’arruolamento di 68 pazienti.
Intanto, l’Associazione Luca Coscioni si è impegnata in una mobilitazione nazionale per la salute mentale e la libertà di cura, allo scopo di “informare, sensibilizzare e difendere il diritto all’uso compassionevole e clinico delle terapie psichedeliche: sicure, controllate, scientificamente validate”.
Molte altre associazioni e movimenti italiani si sono uniti all’iniziativa civica europea “PsychedelicCare” che ha raccolto diverse decine di migliaia di firme per “garantire cure innovative, sicure e regolamentate a chi ne ha bisogno”.
Inoltre, a gennaio del 2026 è stato inaugurato dalla “Illuminismo Psichedelico Academy” il primo corso italiano in alta formazione sulle terapie psichedeliche, con l’obiettivo di “formare i professionisti del futuro che operano in Italia” su queste “innovative” tecniche terapeutiche molto promettenti.

La comunità della cultura psichedelica nostrana sembra molto soddisfatta ed esaltata da queste novità. Anche spinta dall’entusiasmo delle promesse che la ricerca in questo campo fa da anni nel resto del mondo occidentale: un “cambio di paradigma nella cura delle malattie mentali” e dell’hype mediatico creato intorno al Rinascimento Psichedelico nell’ultima decade.

Ma è davvero possibile questo famoso cambio di paradigma all’interno dell’attuale sistema di cura? Lo stesso sistema che costringe le persone socialmente e psichicamente a disagio ad un percorso che prevede di default la patologizzazione, la stigmatizzazione e la medicalizzazione della sofferenza?

Si prova stanchezza a leggere da vent’anni le stesse vuote affermazioni sulla ricerca di nuove tecniche e di nuove terapie psichiatriche mentre, al di là delle buone intenzioni, si torna inevitabilmente al controllo sociale e alla repressione normalizzatrice. (Antonucci, 1989 p. 9)

Lo scriveva ne Il pregiudizio psichiatrico lo psichiatra/non-psichiatra Giorgio Antonucci nel 1989, ma se lo avesse affermato ieri riferendosi alle terapie psichedeliche avrebbe comunque, amaramente, avuto ragione – a nostro avviso.

Teorie non dimostrate collocano falsamente gli alti e bassi della vita sull’altare del cervello quando, in realtà, le droghe psichedeliche sono state utilizzate in passato per imitare la psicosi e per esperimenti di controllo mentale. Tornare al “turn on, tune in, drop out” degli anni ’60 e ’70 è un tentativo di instillare i fallimenti passati e gli effetti collaterali pericolosi nella pratica della salute mentale oggi. Le cattive idee non migliorano con il tempo. 

Lo affermava nel 2021 Jan Eastgate, Presidente del CCHR (Citizens Commission on Human Rights) Internazionale.  

Ed ecco che si ripete ancora il “ciclo dell’innovazione psicofarmacologica”: promesse – studi – danni – delusione – rinnovo della molecola. Intanto, l’industria farmaceutica si arricchisce e la salute mentale della popolazione si impoverisce. Molecole diverse, stessa struttura. Ed è di nuovo il turno degli psichedelici.

D’altronde, l’interesse da parte della psichiatria per le cosiddette sostanze psichedeliche non è nuovo, neppure nel Bel Paese che, pur essendo in ritardo rispetto alla bolla internazionale dell’ormai famoso Rinascimento Psichedelico, affonda le radici in una lunga tradizione.
Esistono prove che dimostrano una certa supremazia della ricerca psichedelica italiana. Ad esempio, l’Italia detiene il record mondiale per aver condotto il maggior numero di studi clinici su pazienti con psilocibina e LSA durante il XX secolo, ed è stato proprio in Italia, nel 1949, che per la prima volta è stata somministrata per via orale una dose elevata di 500 mcg di LSD a esseri umani (D’Arienzo & Samorini, 2023).
Proviamo brevemente a seguire nel tempo il profondo rapporto intessuto in Italia tra psichiatria e psichedelia (per una bibliografia più estesa degli studi psichedelici italiani si veda https://samorini.it/novita-sul-sito/studi-psichedelici-italiani/).

  1. Storia della psichiatria psichedelica in Italia
  1. Periodo fascista

Nell’Italia fascista degli anni Trenta del secolo scorso, la “geniale” invenzione da parte dello psichiatra Ugo Cerletti dell’elettroshock si diffondeva in tutti i manicomi della penisola. 
In quegli stessi istituti, gli stessi psichiatri iniziavano a sperimentare una serie di sostanze utilizzando come cavie gli stessi “alienati”.
Risale al 1932 Intossicazione mescalinica, una pubblicazione sulla “Rivista sperimentale di freniatria e medicina legale delle alienazioni mentali” ad opera dello psichiatra Luigi Cerroni, medico presso l’Istituto psichiatrico San Lazzaro di Reggio Emilia, noto per essere stato uno degli Ospedali psichiatrici più all’avanguardia nelle terapie/tortura.
La mescalina – principio attivo del peyote – giunta alla fine dell’Ottocento in Europa per merito della crudele colonizzazione del Sud e Centro America, incuriosiva gli psichiatri per i suoi effetti psichici e psicotomimetici (ossia “che mimano la psicosi”), molto prima che attirasse grandi pensatori e venisse poeticizzata da Michael Michaux nel suo Miserabile miracolo (1956) e da Aldous Huxley nel celebre Le porte della percezione (1954).
Nel 1934, il Prof. Umberto De Giacomo presso l’Università del Salento pubblicava uno studio sulla “catatonia sperimentale nell’uomo” indotta dalla bulbocapnina (un alcaloide simile alla scopolamina) allo “scopo supremo di squarciare sempre di più il velame che finora occulta il terribile mistero della follia” (De Giacomo, 1934).
Nel 1935, Giovanni Enrico Morselli scriveva Contributo allo studio delle turbe da mescalina, una dettagliata autosperimentazione della sostanza, con largo anticipo rispetto ai “trip report” compilati nei decenni a seguire in USA e in Europa. Durante l’esperienza, avvenuta nel 1932 nel suo appartamento di Milano, la paura di impazzire spinse il medico a recarsi presso la Clinica Neurologica dove lavorava, per farsi assistere dal collega di guardia Prof. Vercelli.
Nel 1937, il Dr. C. E. Roberti ed i suoi collaboratori dell’Università di Firenze si occuparono de Le allucinosi sperimentali, uno studio che prevedeva la somministrazione non informata né consensuale di 300-500 mg di mescalina a 14 giovani uomini ricoverati in Clinica psichiatrica con diagnosi di disturbi psicotici. Le persone utilizzate come cavie per l’esperimento venivano sottoposte a diversi test e misurazioni che prevedevano ulteriori stimolazioni meccaniche e farmacologiche durante l’intossicazione mescalinica (Antonucci, 1989).

Simili sperimentazioni con la mescalina continuarono anche nel decennio successivo, nonostante non vi fossero state evidenze di potenziali effetti terapeutici della sostanza nei pazienti con diagnosi di disturbi psicotici. L’interesse dei ricercatori era volto a studiare gli effetti psichici e neurovegetativi della sostanza, a scopo osservazionale e diagnostico.

  1. Anni Cinquanta – Sessanta

Soltanto dopo il 1943, anno del famoso “Bicycle day” (1), la psichiatria sperimentale fiorì in tutto il mondo occidentale, Italia compresa. Risalgono infatti ai primi anni ‘50 numerosi studi sugli effetti psicoattivi del LSD-25.

In quegli anni, il Prof. Umberto De Giacomo proseguiva i suoi studi sulla catatonia utilizzando l’LSD al posto della bulbocapinina: “Mi sono servito di 12 malati, 3 oligofrenici e 9 schizofrenici non catatonici, e ho impiegato delle dosi varianti tra i trenta e i cinquecento microgrammi”, dichiarava al Congresso internazionale di psichiatria a Parigi nel 1950.
Nel 1952, il Dr. Belsanti dell’Università di Lecce effettuò uno studio in cui venivano somministrate, a distanza di 2-3 giorni, dosi crescenti fino a 400 mcg di LSD a pazienti ricoverati con diagnosi di schizofrenia, per un totale di 22 somministrazioni. La pubblicazione è completa di fotografie delle persone utilizzate come cavie per l’esperimento – per lo più nude e in atteggiamenti catatonici. Nonostante tali sacrifici, gli sperimentatori trassero delle conclusioni negative su eventuali risvolti terapeutici della sostanza negli ammalati. Gli psichiatri, tuttavia, hanno incoraggiato ulteriori studi sull’utilizzo degli psicodislettici a scopo diagnostico-osservazionale. 

Modificando il comportamento con sostanze chimiche, la psicofarmacologia implica problemi di portata molto generale, in equilibrio tra fisico e morale. D’altronde, dopo la scoperta di una fenotiazina ad azione centrale, la clorpromazina, avvenuta nel 1952, le droghe psicotropiche si sono moltiplicate a ritmo costante. (Leonzio, 1969 p.184) 

Negli anni successivi, vennero pubblicati altri studi simili che attestano sperimentazioni su pazienti psicotici ed epilettici, oltre a intossicazioni sperimentali con LSD in soggetti sani. Molto noto è il contributo del Dr. Bruno Callieri, eminente fenomenologo, che condusse, in collaborazione con Mario Ravetta, diversi studi clinici sull’azione combinata di LSD-25 con LAE-32 (LSA – monoetilammide dell’acido lisergico, un composto chimicamente simile all’LSD-25, con potenti effetti catatonizzanti, tanto da essere definito in quel periodo come “lobotomia chimica”) presso la Clinica psichiatrica dell’Università di Roma. Nei dettagliati resoconti di questi esperimenti si apprende quanto i pazienti fossero terrorizzati dal comportamento ostile dei medici e dalla loro completa mancanza di tatto durante l’esperienza lisergica. Si evince, inoltre, una assoluta assenza di attenzione e cura a set e setting, a differenza di quanto invece avveniva nelle autosperimentazioni degli stessi neuropsichiatri.
La ricerca proseguì con diversi esperimenti simili negli anni seguenti.
Altrettanto agghiacciante è il caso degli psichiatri G. Sogliani e P. Sagripanti dell’Ospedale Neuropsichiatrico di Voghera. Per lo studio La dietilamide dell’acido lisergico e la mescalina in psichiatria, pubblicato nel 1956, iniettarono a diciassette pazienti una dose crescente o fissa di LSD per un minimo di dodici giorni consecutivi fino a un massimo di quaranta giorni. Inoltre, per sbloccare un bad trip da LSD utilizzavano la mescalina oppure somministravano l’elettroshock o massicce dosi di neurolettici come tripstopper (cioè per fermare gli effetti delle sostanze psichedeliche).
La dietilammide dell’acido lisergico divenne l’allucinogeno prototipico su cui vennero effettuati la maggior parte degli studi in ambito psichiatrico. Una conseguenza dovuta alla straordinaria potenza dei suoi effetti in rapporto alla quantità infinitesimale necessaria ad indurli ed anche alla distribuzione massiccia da parte della Sandoz (casa farmaceutica tedesca per la quale Hofmann lavorava).
Nel 1958, presso l’Università di Torino, Gamna, Gomirato e collaboratori (G. Blumir, 1974) somministrarono LSD a pazienti schizofrenici sottoponendoli poi ad un test che richiedeva il disegno di un albero. A distanza di molti anni lo studio suscitò una campagna di stampa che mise alla gogna questi psichiatri e che trovò il suo culmine nella pubblicazione di Droga e follia. Documenti sui malati-cavia negli ospedali psichiatrici italiani, firmata da Guido Blumir. 

I tre medici si dedicano alla descrizione minuziosa, penosissima degli ammalati. Reazioni di dolore, di disperazione, di sgomento, di prostrazione. Reazioni di una umanità offesa ed incapace di qualsiasi atto di difesa. In moltissimi casi i pazienti non avevano alcun interesse a disegnare l’albero, né prima né dopo l’iniezione endovenosa. Come veniva aggredita la loro resistenza? Con la minaccia più temuta: l’elettroshock. Fino a procurare ansietà, paura, rassegnazione, attraverso ore e ore di tortura psicologica, pressioni, intimidazioni. (Blumir, 1974 p. 12)

Alla fine degli anni Cinquanta, l’attenzione si spostò anche sui possibili risvolti terapeutici dell’utilizzo dell’LSD nei soggetti nevrotici. Molti ricercatori indipendenti in quel periodo raccomandavano l’utilizzo dell’LSD in aggiunta alla psicoterapia, in base alla considerazione che tale sostanza potesse essere in grado di approfondire ed accelerare il processo terapeutico.

Nel 1957, intanto, la rivista statunitense “Life” pubblicava il resoconto dell’esperienza coloniale ed estrattivista del banchiere – per hobby etnomicologo – R. G. Wasson, primo bianco occidentale ad aver partecipato ad una cerimonia sacra messicana con i funghi psilocibinici (Wasson, 1959). Oltre a mandare in rovina la curandera Maria Sabina (Acosta Lòpez et al., 2020), questo avvenimento regalò un nuovo “giocattolo” agli psichiatri occidentali: la psilocibina, che fu presto sintetizzata in laboratorio da A. Hoffman e commercializzata dalla Sandoz.
Risale al 1962 il primo studio sperimentale sugli effetti psichici della psilocibina in Italia. La firma era ancora del Prof. Gustavo Gamna, famoso autore di Fantastica – Appunti ed esperienze sugli psichedelici (1998) e di molti altri testi importanti, ma anche noto direttore dell’ospedale psichiatrico di Collegno – quando, coi suoi tremila pazienti, era il più grande d’Italia. L’esperimento consisteva nella somministrazione non informata e non consensuale di dosi variabili di psilocibina a donne ricoverate in psichiatria da molti anni con diagnosi di disturbi psicotici, per osservarne variazioni psicopatologiche, neurovegetative ed elettroencefalografiche. 

Negli anni Cinquanta e Sessanta vi furono moltissime sperimentazioni simili, sia in USA che in Europa. Le applicazioni erano molteplici, dal trattamento dell’alcolismo a quello per l’ansia e la depressione associata a patologie agli stadi terminali, nonché per il trattamento di nevrosi e disturbi sessuali e di personalità.
La ricerca sugli psichedelici si interessava anche alle manifestazioni mistiche e religiose che venivano occasionalmente indotte da tali sostanze e all’indagine sugli effetti che queste avevano sulla creatività. Di queste straordinarie sostanze si sono serviti anche i governi e i Servizi segreti, con la complicità di psicofarmacologi e psichiatri. Ben noto è il caso del Progetto MK-Ultra [2], nel quale non sembra sia stata coinvolta l’Italia. 

1.3. La chiusura negli anni Settanta

Sperimentazioni sui potenziali terapeutici degli psichedelici in Italia proseguirono fino al 1975. Quell’anno le sostanze psichedeliche furono formalmente sottoposte a tabellazione nel nostro Paese con la legge n. 685 che le classificava come stupefacenti ad alto rischio, proibendone la produzione, la distribuzione e l’uso sperimentale, inclusa la ricerca clinica. Precedentemente, intorno al 1966, la Sandoz aveva già cessato la fornitura gratuita di LSD, in seguito a scandali e atti governativi. In questa occasione vennero interrotti trial come quelli di Giuseppe Tonini a Imola. L’inserimento delle sostanze psichedeliche nelle tabelle vietate stroncò gli altri filoni attivi. 

Nel 1973, nell’ambito del convegno “Libertà e Droga”, veniva denunciata la crudeltà del già citato esperimento coercitivo con LSD condotto nel manicomio di Collegno nel 1958.

I ricercatori negarono la responsabilità dei fatti riportati dall’inchiesta giornalistica. 

Nel secondo capitolo del libro di Blumir, intitolato Cronaca di un massacro – Gli esperimenti con LSD a Collegno, si legge un’intervista al Dr. Pascal, uno degli autori dell’esperimento denunciato. Il ricercatore si difese dichiarando che al momento dei fatti era solo uno studente, senza voce in capitolo, e riferì al Corriere della Sera: 

Del resto, l’ambiente, l’università, non dava nessuno stimolo alla contraddizione. Lo studente, come l’ammalato, era un oggetto inerte, una cosa. […] Per la scuola organicista della quale ero succube, l’uomo è una macchina, un composto di cellule. 

Divenuto specialista e poi professore, Enrico Pascal aveva preso coscienza della violenza manicomiale e si era unito alle lotte antipsichiatriche dal ’68 in poi. In una lettera aperta pubblicata nel 1974, inquadrò il problema degli esperimenti a Collegno dal punto di vista storico e lo inserì nelle prospettive e nella prassi della scienza dell’epoca:

mentre questa, assieme a molte altre denunce effettuate da più parti, ha portato alla scomparsa delle forme più aperte e rivoltanti di violenza all’interno del manicomio […], resta tuttora in piedi, forse intatta, un’altra forma di violenza: quella esercitata dai tecnici in nome della scienza, che prevede una infinità di manipolazioni occulte. […] intendo chiamare in causa sia la psichiatria istituzionale che quella accademica, nei loro aspetti di manipolazione occulta e, talora, di aperta repressione. […] Esiste probabilmente una pazzia dei sani, un delirio scientifico degli psichiatri. Chi li curerà, se non gli stessi utenti con la partecipazione libera e critica all’atto terapeutico? (G. Blumir, 1974 p. 53)

Finalmente, nel 1978 la riforma psichiatrica di Franco Basaglia (Legge 180/78) chiuse gradualmente i manicomi e spostò il focus sulla deistituzionalizzazione e sulle terapie territoriali, riducendo l’interesse per gli approcci farmacologici psichedelici.

Ci sembra doveroso riflettere sul fatto che gli stessi studi che oggi costituiscono un vanto per l’Imperial College e per il nostro Rinascimento psichedelico nell’Italia dei primi anni Settanta erano fonte di scandalo e indignazione, perfino tra alcuni psichiatri.

La disumanità e la crudeltà degli sperimentatori che si evince dai resoconti dettagliati pubblicati nel testo di Blumir fanno rabbrividire, eppure queste violenze non vengono quasi mai citate dai ricercatori moderni.

  1.  La rivoluzione hippy

Nel frattempo, la cosiddetta “Rivoluzione psichedelica” era già uscita da ospedali e laboratori e aveva toccato quasi tutto il mondo occidentale – Italia compresa – da un punto di vista artistico, sociale, culturale, filosofico e mistico-religioso. Molti artisti e intellettuali italiani sperimentarono i fiori lisergici ai fini di implementare la loro produzione creativa o le loro doti cognitive. Tra questi, è nota l’esperienza di Federico Fellini sotto la supervisione dello psicoanalista Emilio Servadio, allora Presidente della Società Psicoanalitica Italiana. 
Molti psicoanalisti in quel periodo utilizzavano il “metodo psicolitico”, ossia la somministrazione – informata e consensuale – di dosi medio-basse di sostanze psichedeliche durante le sedute terapeutiche, al fine di permettere una maggiore apertura da parte dell’analizzando. 

La diffusione degli psichedelici non si limitò all’ambito terapeutico e scientifico, ma si estese a svariati contesti sociali, spesso sotto forma di un uso improprio e senza una piena consapevolezza degli effetti collaterali e dei potenziali rischi psicologici.
Un significativo contributo alla diffusione della sostanza tra i giovani fu dato da Timothy Leary, noto come “l’apostolo dell’LSD” (3). Con la diffusione mainstream di questa molecola aumentarono a livello esponenziale i bad trip e le morti legate all’uso incontrollato della sostanza. Hofmann stesso riportò un aumento significativo di atti criminali, incidenti, omicidi e suicidi attribuiti ai consumatori di LSD, alimentando una vera e propria emergenza sociale che ha contribuito nei decenni successivi alla demonizzazione mediatica degli psichedelici (Hofmann, 1979).

Nei resoconti italiani odierni di queste vicende si legge che l’idea alla base dell’azione di Leary fosse quella di rendere l’accesso alle sostanze democratico e privo delle mediazioni mediche ritenute necessarie dagli altri ricercatori. Tuttavia, è ormai un assunto condiviso che solo un’adeguata informazione e un terreno socioculturale ben preparato possano garantire un accesso libero e consapevole alle sostanze stupefacenti.
Anche oggi si parla molto di “democratizzazione della cura”, ma ci sembra che senza giustizia sociale anche la democrazia sia solo un’utopia borghese.

In Italia il movimento hippy degli anni Sessanta viene descritto da alcuni come un fenomeno controculturale di nicchia – borghese, per non dire aristocratica -, ma significativo, che si è fuso con le proteste studentesche del 1968 ed ha influenzato la scena musicale, quella intellettuale e le arti visive. Qualcun altro parla di quel periodo come di un coacervo inestricabile di felici intuizioni e grossi pasticci. Sicuramente, ad oggi il movimento è visto in maniera piuttosto idealizzata.
Il Rinascimento psichedelico tende ad investire le sostanze psichedeliche degli ideali sociali e dei principi culturali e spirituali che hanno caratterizzato la rivolta giovanile di quegli anni. Questa narrazione tende a creare un bias cognitivo per cui si è portati a credere che l’assunzione di determinati composti sia sufficiente ad infondere certe idee nelle menti delle masse. La mistificazione delle sostanze può rivelarsi molto pericolosa poiché ne sottovaluta i rischi correlati, oltre a contribuire alla credenza – scientificamente errata – che esistano “droghe buone e droghe cattive”. Infine, l’attribuzione di un’ontologia specifica agli psichedelici rischia di svilire il ruolo della cornice culturale, sociopolitica e psicologica di qualunque relazione che un essere umano ingaggia con una sostanza esogena.

Ci sembra importante ricordare che la Rivoluzione psichedelica auspicava la nascita di un nuovo mondo di pace e di amore, di fratellanza e di altruismo che invece – incentrato com’era sulla ricerca individuale del piacere e dell’estasi – ha finito per produrre un’accelerazione drammatica del modello consumistico.

  1. Medioevo psichedelico 

Nei due decenni seguenti, gli psichedelici hanno continuato a circolare, nonostante le restrizioni legislative. Le sostanze venivano vendute sul mercato nero, utilizzate soprattutto dai giovani appartenenti alla controcultura underground. Il movimento New Age degli anni Ottanta e Novanta rappresentò una rielaborazione e un aggiornamento di molti temi hippy, dalla ricerca spirituale all’interesse per le filosofie orientali, dalla medicina alternativa alla consapevolezza ecologica.
Nella cultura di massa, invece, gli psichedelici in quel periodo sono stati ampiamente demonizzati come sostanze d’abuso pericolose.

Per più di vent’anni la ricerca su queste sostanze è rimasta quasi completamente silente – periodo definito dai più come “Medioevo psichedelico”. Sebbene la pratica clinica fosse diventata illegale, qualche isolato psicoterapeuta continuava ad utilizzare gli psichedelici. Nello stesso periodo si sono diffuse in tutta Europa una serie di pratiche sciamaniche underground. Inoltre, sono nate associazioni e organizzazioni che portavano avanti studi naturalistici e osservazionali sull’argomento.
Nel 1986 negli USA, Rick Doblin fondò MAPS (Multidisciplinary Association for Psychedelic Studies), un’organizzazione non-profit che ha ripreso gli studi sulle terapie psichedeliche, soprattutto con l’utilizzo del MDMA (3,4-metilenediossimetanfetamina, conosciuta anche come ecstasy), con lo scopo di “spiritualizzare l’umanità e liberarla dal trauma grazie agli psichedelici”. Proprio quell’anno l’MDMA era stata messa al bando dalla DEA per l’eccessiva diffusione del suo utilizzo in ambito ricreativo. E nello stesso anno, nel deserto del Nevada, nasceva il Burning Man, il primo festival psichedelico, apripista di numerosi altri in tutto il mondo. Presto l’evento è diventato una delle migliori occasioni per Doblin per corteggiare i grandi donatori della Silicon Valley (tra cui importanti membri di Google e Facebook), spesso con l’aiuto di esperienza psichedeliche trasformative facilitate da terapeuti underground.

In Italia, nel 1990 nacque la SISSC (Società italiana per lo Studio degli Stati di Coscienza). La società si è impegnata nella divulgazione scientifica e artistico-letteraria relativa alle sostanze psichedeliche, mantenendo vivo l’interesse in una certa nicchia socioculturale.

Nel frattempo, il proibizionismo ha dato il via alla cultura del drug design: le molecole continuano a cambiare, sono a buon mercato, spesso legali, perché non si riesce a inserirle in tempo nelle tabelle delle sostanze proibite. Tra i personaggi maggiormente di spicco negli USA ricordiamo Alexander “Sasha” Shulgin, il padre dell’ecstasy e di centinaia di altre droghe. 

In quegli stessi anni, il rock psichedelico dei raduni giovanili cedeva il passo alla musica elettronica della cultura rave che raggiunse il suo culmine negli anni ’90 nella musica psytrance, pensata appositamente per essere ascoltata sotto l’effetto di sostanze e interagire con gli stati emotivi indotti da MDMA e (soprattutto) LSD.
Oggi la goa/psytrance ha un seguito significativo in Israele, portata in quel paese dai soldati che tornavano dai party post-army tenuti a Goa nei primi anni Novanta. Attualmente la scena è molto legata ai movimenti nazionalisti israeliani e offre dei veri e propri “ritiri post-bellici” per i soldati dell’IDF (Israel Defense Forces, Forze di difesa israeliane) (4).

Note:

  1. Nella controcultura psichedelica il Bicycle day viene festeggiato il 19 aprile, data in cui Albert Hofmann nel 1943 ebbe il suo primo trip con LSD. 
  2. . MK-ULTRA: Si tratta di una serie di sperimentazioni portate avanti dalla CIA tra il 1953 e il 1973 allo scopo di sviluppare tecniche da utilizzare durante interrogatori e torture operate dall’esercito o dai servizi segreti. Le sperimentazioni venivano fatte con farmaci atti ad indebolire l’individuo proprio per forzare una confessione. Uno dei farmaci più utilizzati, insieme a scopolamina, fenciclidina, elettroshock e torture, fu proprio l’LSD, ritenuto un potenziale siero della verità. Gli esperimenti avvenivano su senzatetto, detenuti, prostitute, pazienti psichiatrici, tossicodipendenti e immigrati.
  3. Nel 1960, il dottor Leary ed il suo collega Richard Alpert avviarono il progetto chiamato “Harvard Psilocybin Project” mirato a documentare gli effetti della psilocibina sulla coscienza umana. Dopo due anni, molti colleghi manifestarono dubbi sulla sicurezza dei partecipanti e sul metodo scientifico utilizzato, portando al licenziamento di Alpert e successivamente di Leary, interrompendo il progetto. Leary continuò a esplorare gli effetti psichedelici e, dopo un arresto nel 1965, abbandonò la carriera accademica, autoproclamandosi “Sommo Sacerdote” dell’LSD (Elcock, 2021).
  4. per un approfondimento sull’ argomento si veda https://open.substack.com/pub/secchiate/p/15-secchiate-di-sionismo-psytrance?r=ernqk&utm_medium=ios&shareImageVariant=overlay

Bibliografia:

AA.VV., Le psicosi sperimentali, Feltrinelli, Milano 1962.

Acosta Lòpez, R., Garcìa Flores, I., Piña Alcántara, S., .Mazatec Perspectives on the Globalization of Psilocybin Mushrooms, Chacruna.net, 2020.

Antonucci, G., Il pregiudizio psichiatrico, Elèuthera, Milano 1989.

Blumir, G., Droga e follia. Documenti sui malati-cavia negli ospedali psichiatrici italiani, Tattilo Editrice, Roma, 1974.

D’Arienzo, A. & Samorini, G. Italian psychedelic therapies of the past century: An historical overview, “Drug Science, Police and Law”, 2023, https://doi.org/10.1177/20503245231179687

Gomirato, G., Gamna, G., Pascal, E., Il disegno dell’albero applicato allo studio delle modificazioni psicopatologiche indotte dalla dietilammide dell’acido lisergico in schizofrenici.  Nota II., Giornale di Psichiatria e di Neuropatologia, vol. 2, pp. 433-483, 1958.

Hofmann, A., LSD: il mio bambino difficile, 1979, Ed. Italiana Apogeo, Milano, 1995.

Leonzio, U., Il volo magico, Sugarco, Milano 1969.

Servadio, E., ESP Experiments With LSD-25 and Psilocybin; “La verità sull’Lsd” (in Rassegna Italiana di Ricerca Psichica 1967; 1: 7-20), “Il mito dell’Lsd” (in Pianeta 1967; 16: 71-75).

Wasson, R. G., Seeking the Magic Mushroom, Life Magazine,  MAPS – Psychedelic Bibliography, 13 May,1959.

Maria Laura De Rosa, psichiatra/non psichiatra campana. Dopo alcuni anni nel Servizio sanitario nazionale, non esercita la professione. Si interessa di Transiti di Coscienza, psichedelia, yoga, meditazione e Breathwork da diversi anni. Dal 2018 al 2023 socia SISSC, di cui è stata Vice Presidente dal 2020 al 2023. Antiproibizionista e operatrice della Riduzione del Danno da uso di sostanze, collabora dal 2019 con Progetto Neutravel e nel 2020 ha contribuito alla nascita di Spazio Intermedium. Psicoterapeuta psichedelica, ha terminato nel 2024 il training presso la MIND Foundation di Berlino.  Dal 2024 fa parte del Collettivo Trickster.

Parole chiave: psichedelia, storia italiana, distopia, psichiatria