Di militanza politica, cattivi maestri e streghe contemporanee
Una conversazione con Nicoletta Poidimani

di Jessica Murano
L’intervista a Nicoletta Poidimani offre uno sguardo sul dialogo tra militanza politica, filosofia e femminismo, illuminato dal lavoro critico di Luciano Parinetto e Georges Lapassade, i “cattivi maestri” della studiosa. Attraverso l’analisi di pratiche di emarginazione e dispositivi di esclusione sociale, si apre una riflessione sull’attualità del pensiero critico e sulle possibilità di un ripensamento delle identità.
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La prima domanda che vorrei farti riguarda l’incontro con i tuoi “cattivi maestri”, come ami definirli, che sono stati Luciano Parinetto e George Lapassade. Hai voglia di raccontarci come questi incontri hanno direzionato il vettore delle tue ricerche?
Innanzitutto ti racconto com’è avvenuto l’incontro con l’uno e con l’altro, anche perché sono stata io a farli incontrare tra loro. Parinetto conosceva i lavori di Lapassade, anche se il loro incontro è avvenuto “fisicamente” a casa mia, in occasione della discussione della mia tesi di laurea.
Partiamo da Parinetto. Mi ero iscritta alla facoltà di lettere della Statale di Milano, poi ho cambiato facoltà e sono passata a filosofia. Avevo seguito alcune lezioni di Parinetto sulla caccia alle streghe e le avevo trovate molto interessanti. Quel suo corso, però, richiedeva una preparazione che ritenevo di non avere, per cui mi sono detta che sarei tornata a seguirlo qualche anno più tardi e ho cominciato a leggere per conto mio i suoi libri. Ero una studente-lavoratrice, quando avevo tempo andavo al suo ricevimento per discutere con lui dei suoi testi.
Nel frattempo ero in contatto con Piero Fumarola, sociologo e grande amico di Lapassade morto alcuni anni fa, che aveva organizzato un seminario tra un gruppo di suoi studenti dell’Università di Lecce e alcuni ex brigatisti che erano in galera e che partecipavano in modo epistolare. Da questo confronto “a distanza” sarebbe poi nata la pubblicazione (a edizione limitata e numerata) Bull Roarer & Flauti – Materiali del seminario Corpo ritualizzato e linguaggi dell’irritazione – in cui si citavano anche i lavori di Lapassade.
Quindi Piero è stato, per me, il tramite dell’incontro con le ricerche di Lapassade sulla transe.
Successivamente avrei scoperto, con molto piacere, anche i lavori di Lapassade sull’analisi istituzionale – una metodologia di ricerca che tutt’oggi utilizzo perché la ritengo molto avanzata.
Alcuni anni dopo Parinetto ha tenuto un corso su alchimia, trasmutazione del diverso e transe, in cui usava anche il Saggio sulla transe di Lapassade. Così un giorno sono andata da lui, gli ho spiegato che conoscevo bene il Saggio sulla transe e altri lavori di Lapassade e gli ho detto che ero interessata a dare l’esame con lui, pur seguendo il corso attraverso le registrazioni che un amico faceva per me. Nel frattempo pian piano maturava in me l’idea di scrivere una tesi che, a partire da una lettura filosofica dei testi di Lapassade, si sarebbe poi intitolata L’utopia nel corpo. Neotenia e società nell’opera di Georges Lapassade.
Lapassade non era d’accordo con la mia interpretazione secondo cui il corpo della transe, in quanto corpo neotenico a cavallo tra natura e cultura, fosse in realtà un corpo custode dell’utopia e che quindi, ritrovando la dimensione neotenica di cui siamo portatori e portatrici fino alla morte, avremmo potuto avere accesso ad una dimensione utopica del corpo – cioè a quel dispiegamento di potenzialità che, man mano che cresciamo, vengono disciplinate e neutralizzate mediante l’educazione e le istituzioni, a partire da quella familiare, poi scolastica eccetera. Ne abbiamo discusso molto, in lungo e in largo, ed è stato un confronto molto stimolante.
Quando ho cominciato a scrivere la tesi, avevo già incontrato personalmente Lapassade a Bologna, dove era stato invitato da Salvatore (Tore) Panu che era in contatto con lui da tempo e che avevo conosciuto tempo prima in un percorso politico tra collettivi universitari di varie parti d’Italia.
Tutte queste esperienze culturali, come si può capire, stavano sempre ai margini dell’Accademia: era un mondo che in Università non sarebbe mai potuto entrare. D’altra parte, lo stesso Parinetto è sempre stato isolato in Accademia: per quanto fosse uno dei più fecondi e stimolanti docenti nella facoltà di filosofia della Statale, era estraneo e si teneva ben lontano dalle logiche di potere, quindi veniva tenuto in disparte.
Devo effettivamente darti ragione: io ho studiato alla Statale di Milano e non ho mai sentito il nome di Parinetto in nessun corso universitario. L’ho conosciuto solo di recente, grazie alla pubblicazione di Alchimia e Utopia a cura del gruppo Ippolita per Mimesis Edizioni.
Parinetto è stato un marxista eretico, quindi non piaceva né ai marxisti ortodossi né ai non marxisti – un ex marxista “pentito” della Statale ha fatto una vera e propria guerra contro di lui. Così Parinetto non è mai diventato ordinario, e dopo essere andato in pensione è stato completamente cancellato. Non mi sorprende che tu non lo abbia mai sentito nominare in Statale negli anni successivi.
Tornando a Lapassade, come ti ho anticipato, l’avevo conosciuto personalmente in questi seminari organizzati da Tore Panu a Bologna. Sin da subito mi è sembrato un personaggio incredibile: pieno di energie, faceva lavorare e discutere noi studenti anche fino a tarda notte, riuscivamo a riposarci nei pochi momenti d’abbiocco che gli venivano di tanto in tanto.
Era profondamente anti-accademico. Lavorava a Paris VIII, nella banlieue parigina, aveva molti studenti arabi di seconda e terza generazione e con loro era maturato quel suo interesse per il rap che lo avrebbe spinto a portare il rap dentro l’università.
Per la mia discussione di tesi ho proposto a Parinetto di avere Lapassade come secondo correlatore, dato che la mia tesi si occupava ampiamente dei suoi lavori. Il primo correlatore era lo psicopedagosta Fulvio Scaparro, con il quale avevo dato uno degli esami più interessanti; un uomo capace di avere un ampio sguardo sulla sua disciplina, che includeva l’interesse sul carcere minorile.
In occasione della mia discussione di tesi, Lapassade è venuto a Milano come mio ospite e proprio a casa mia Parinetto ha avuto con lui il primo incontro. In quel momento Lapassade era molto impegnato con una pubblicazione sul rap, per cui la notte prima della discussione mi ha tenuta sveglia per ore a ritagliare, incollare e montare un libro sul rap che, se ricordo bene, doveva consegnare a Stampa Alternativa.
In occasione della sua presenza, Parinetto aveva organizzato un incontro con lui sulle streghe in università. Anche quello è stato un episodio molto significativo perché, sebbene fosse stato invitato da Parinetto a discutere di stregoneria, argomento da lui toccato nel Saggio sulla transe, Lapassade in quell’occasione voleva parlare di rap, ossia della ricerca su cui era concentrato in quel momento e di cui, però, a Parinetto poco interessava, per cui fra loro è nata una discussione accesa.
Parinetto e Lapassade sono veramente stati i miei “cattivi maestri” e sono stati importantissimi perché mi hanno stimolata a scoprire dei mondi e hanno, al contempo, alimentato la mia predisposizione ad uno sguardo complesso e complessivo sulla storia e sull’esistente, a fronte del riduzionismo accademico. Amo molto tessere relazioni e connessioni e forse proprio questo è l’aspetto caratteristico dell’approccio filosofico che emerge anche nei miei libri, sia che trattino di colonialismo italiano o di transe o di storia del movimento lesbico gay e trans in Italia.
In che anni hai discusso la tesi in Statale?
Nei primi anni ‘90. Immaginati cos’era Milano in quegli anni, dopo il craxismo e la “Milano da bere”. La mia discussione di tesi, in quel clima ingessato che si rifletteva anche alla Statale, è stata una performance di rottura, radicalmente anti-accademica, proprio grazie al fatto che anti-accademici erano sia Parinetto che Lapassade. Io condivido questa natura anti-autoritaria e anti-accademica, quindi è stato davvero molto bello poter lavorare con loro.
Negli anni successivi ho lavorato in varie università da precaria, sia come cultrice e tecnica della materia sia come docente a contratto, e la cosa che più mi ha sconcertata è stato verificare come i corsi universitari fossero rimasti pietrificati su una modalità vecchia, poco stimolante. Queste esperienze mi hanno spinta ad insegnare alle superiori: proponevo lo studio della filosofia come “palestra per la mente”, per dare autonomia di pensiero, per allargare gli orizzonti non come lo studio sterile e nozionistico previsto dai programmi ministeriali.
Nove anni fa ho deciso di specializzarmi sul sostegno, anche motivata da un fattore personale: avevo vissuto l’esperienza del cancro e sperimentato sulla mia pelle – se pure per un periodo limitato – la disabilità. Questo mi ha portata a scegliere di lavorare con le persone disabili a scuola, supportandole nel raggiungimento del massimo di autonomia. Ma non ho mai abbandonato la filosofia.
Mi stupisce l’adombramento della figura di Parinetto, soprattutto per l’interesse emerso sulle teorie queer negli ultimi decenni. La riflessione di Silvia Federici sulle streghe è ormai conosciutissima, mentre Parinetto che ha lavorato su tematiche molto affini è caduto nell’oblio. Mi chiedevo se questo derivasse dalla ghettizzazione accademica subita da Parinetto nel corso della sua carriera o se ci fossero altre ragioni.
Utilizzando la terminologia hegeliana, direi che ormai la filosofia in Italia è fatta soprattutto da “intelletti tabellari”. Per fortuna ogni tanto ci sono fratture e discontinuità, ma vengono soprattutto da altrove.
Avevo letto il lavoro di Silvia Federici Il Grande Calibano nella prima versione, con Leopoldina Fortunati, degli anni Ottanta; all’epoca Federici non conosceva – o, per lo meno, non citava – le ricerche di Parinetto sulle streghe. Nella più recente riedizione ampliata di quel testo, Calibano e la strega, Federici lo cita. Quando ho avuto modo di parlare con lei, l’ho ringraziata per aver saputo valorizzare il lavoro di un grande intellettuale altrimenti sconosciuto in Italia.
Hai scritto un intervento dal titolo “Luciano Parinetto precursore della Queer Theory?”. Dove ti posizioni in questo dibattito?
La Queer Theory non mi trova molto entusiasta. Vedo una semplificazione eccessiva, come la vedo anche nella lettura attuale di Mario Mieli. Mieli è stato un autore, nella sua breve vita, di grande ricchezza e di grande complessità, che ha vissuto e significato davvero col proprio corpo la diversità, le rotture. Il risveglio dei faraoni è emblematico in questo senso: un’autobiografia che la famiglia ha voluto in tutti i modi tenere nascosta finché i familiari sono morti e la sorella ne ha permessa la ripubblicazione.
Ho voluto scrivere l’intervento dal titolo: Luciano Parinetto precursore della Queer Theory? perché la lettura di Parinetto della diversità era una lettura molto più ampia del discorso omosessuale sviluppato nella Queer Theory.
A mio avviso, considerare soltanto l’aspetto dell’omosessualità di Parinetto, decontestualizzandola dal suo più ampio approccio anticapitalista al tema della diversità, è snaturare il suo pensiero.
Parinetto stesso, nel capitolo Diversità del Diverso in Faust e Marx, lo scrive chiaramente: quando l’omosessuale, finalmente non più perseguitato, incomincia – e si limita – a rivendicare dei diritti, perde quel “pungolo contestatore” che lo caratterizzava. Parinetto non ha mai perso il “pungolo contestatore” facendo della propria omosessualità lo strumento di un più ampio – e critico – sguardo sulla storia e sul presente.
Non è un caso che non riconosca, nella categoria dei diversi, solo gli omosessuali: il diverso è trasversale a tutte le persecuzioni. Nel suo importante lavoro sulla conquista dell’America – La traversata delle streghe nei nomi e nei luoghi – spiega bene come nel genocidio degli indios sia stata utilizzata, fra altre, anche l’accusa di sodomia, e come tutte quella accuse siano, poi state utilizzate dall’Inquisizione in Europa come cliché della successiva caccia alle streghe.
Ritengo sia riduttivo approcciare i testi di Parinetto soltanto come la produzione di un omosessuale, così come lo è ridurre allo stesso modo gli Elementi di critica omosessuale di Mieli – giusto per citare il suo testo più conosciuto, ma anche La traviata norma, ovvero… vaffanculo ebbene sì!. Si tratta di testi assolutamente rivoluzionari, espressione del clima sociale di lotta che c’era negli anni Settanta.
Mario Mieli purtroppo si è suicidato; ma Parinetto nei decenni successivi non ha mai perso la potenza rivoluzionaria e la complessità di pensiero che gli veniva dagli anni Sessanta e Settanta.

Mi è piaciuto molto il tuo scritto, Attualità delle streghe parinettiane, in cui parli dei migranti come le nuove streghe contemporanee. Volevo chiederti se vuoi spiegarci questa similitudine e più in generale secondo te come la figura della strega può essere utile per individuare le forme di identità emarginate?
Premetto che non è un merito mio ma di Parinetto che, in Solilunio, afferma che quello che ci interessa è la strega qui e oggi. Ripercorrere la genealogia della categoria di “strega” e al contempo analizzare i dispositivi di streghizzazione permette di avere degli strumenti per interpretare il presente; si tratta di un approccio filosofico a mio parere fondamentale.
Con il mio scritto sull’attualità delle streghe parinettiane ho voluto portare avanti il suo discorso: Parinetto era morto ma la streghizzazione aveva continuato a funzionare investendo altre categorie; in quel testo parlo dei migranti ma parlo anche degli anarchici.
Ho riparlato di streghizzazione anche nel periodo che io chiamo di “pandelirio” (e non di pandemia), cioè nel periodo del covid, quando diventavi strega se rifiutavi di farti inoculare il siero sperimentale e di rispettare norme di comportamento che avevano più a che vedere con forme di disciplinamento e controllo sociale che con la salute.
Quanto mi è mancato Parinetto in quel periodo! Soffrivo per l’impossibilità di un confronto diretto con lui, avrei tanto voluto che fosse fisicamente presente.
Come ho detto in altre occasioni, con Parinetto continuo un dialogo ininterrotto, anche se ormai è morto più di 20 anni fa. A volte dialogo con lui nella mia testa, a volte riprendo in mano i suoi libri perché so che ha trattato determinate questioni e vado a cercare quei passaggi che sintetizzano perfettamente ciò che io magari in quel momento non riesco ad esprimere in maniera così chiara. E la sua sintesi mi permette di fare un passo avanti.
L’attualità delle streghe parinettiane è stato scritto con un immenso affetto, un’immensa stima nei suoi confronti, ma anche proprio con volontà di dire “voi l’avete marginalizzato quando era vivo, lo avete cancellato quando è morto, ma il pensiero di Parinetto non muore”.
Devo ammettere che mi si apre il cuore ogni volta che mi contatta qualcuno che ha seguito un suo corso decenni fa o che vuole fare oggi la tesi su Parinetto, oppure quando lo trovo citato in qualche testo.
Durante il “pandelirio”, quando nel mio sito ho pubblicato varie riflessioni, mi hanno scritto alcuni ex studenti di Parinetto perché in quel frangente utilizzavo le categorie parinettiane nell’analisi di quello che stava accadendo. Questi ex-studenti mi scrivevano per dirmi quanto ricordassero con piacere le sue lezioni, come non avessero più trovato corsi tanto stimolanti all’interno dell’Università e come fossero contenti di leggere le mie riflessioni di stampo parinettiano in un periodo così buio. Questo mi ha fatto capire come ci sia una rete sotterranea di affetti e di stima che, seppur non riconosciuta dall’accademia, riconosce e apprezza quel lavoro “ai margini” che si faceva all’epoca e che si continua a fare.
Le ricerche di Parinetto sulle streghe sono state davvero illuminanti per me. Ad esempio, La traversata delle streghe è stata fondamentale nella mia ricerca sul colonialismo italiano nel Corno d’Africa – pubblicata con il titolo Difendere la razza. In quello studio ho ripreso l’interpretazione parinettiana del Nuovo Mondo come laboratorio della grande caccia alle streghe che ci sarebbe stata poi in Europa per dimostrare, perché poi è un dato di fatto storico, che le colonie italiane sono state il grande laboratorio delle politiche razziali e sessuali successivamente adottate qui in Italia, nella “madre-patria”. Si citano sempre le leggi razziali del 1938 in Italia, ma occorreva andare a vedere cosa fosse stato fatto prima nelle colonie.
Il monopolio ebraico del discorso sulla memoria della persecuzione razziale, come vediamo bene oggi dato che è diventato addirittura la giustificazione del genocidio dei palestinesi, ha fatto sì che questo aspetto nel colonialismo italiano non emergesse o emergesse solo parzialmente. Io non sono una storica, ma l’approccio di Parinetto mi ha permesso approcciare i testi degli storici che si erano occupati di razzismo in Italia o di razzismo nelle colonie; ho, così, cercato di mettere insieme questi due campi di ricerca e di analizzare il legame tra le politiche razziali in colonia e quelle in Italia. Per tre anni di fila sono andata in Eritrea a svolgere ricerca sul campo. Vivevo ad Asmara, stavo sempre con persone eritree e cercavo di non parlare in italiano o in inglese – le lingue dei colonizzatori – per cui ho studiato il tigrinya, che è la lingua nazionale eritrea insieme all’arabo. Ho, così, scoperto che molte parole utilizzate nella sfera domestica e sessuale nella lingua tigrinya sono termini italiani e mostrano chiaramente l’asservimento domestico e sessuale praticati nel periodo coloniale. Ti faccio alcuni esempi: pompino si dice ciuciotto, sega si dice sega, andare con le prostitute si dice contromuro, la spesa si dice aspesa, e via dicendo.
Quando ero a Utrecht ho seguito un corso universitario con una docente afrosurinamese-olandese, Gloria Wekker. Grazie a lei ho conosciuto libri particolarmente stimolanti, come Orientalismo di Edward Said e Imperial Leather di Anne McClintock. Durante una sua lezione ebbi un flash e mi resi conto che nella canzone Faccetta nera, colonna sonora della guerra d’Etiopia, si sovrappone la terra da conquistare col corpo della donna da conquistare, così come dimostra Anne McClintock a partire dal primo colonialismo della modernità: la conquista del Nuovo Mondo. Nel suo libro c’è una rappresentazione alquanto emblematica di Amerigo Vespucci che arriva nel Nuovo Mondo portando gli strumenti della “civiltà” e incontra la terra da conquistare rappresentata da una donna nuda stesa su un’amaca che gli si offre apertamente, mentre sullo sfondo si vedono delle donne nude che cucinano su un fuoco un uomo fatto a pezzi.
Un’immagine tratta da una rivista satirica, risalente al periodo di Crispi, mostra l’Africa come una donna seminuda che si offre sessualmente a Crispi, ma anche in questa immagine vediamo nascondersi delle insidie: la coperta è in realtà una tigre viva e c’è un guerriero nascosto accanto al letto e fuori dalla tenda c’è una lunga fila di guerrieri.
È chiaro come nelle rappresentazioni delle imprese coloniali si trovino, ripetuti e funzionali, dei veri e propri cliché e come questi si riattivino.
Anche i soldati israeliani che ballano indossando gli indumenti intimi delle donne palestinesi trovati nelle case delle famiglie sfollate o sterminate nella striscia di Gaza riattivano, in un certo senso, questi cliché, soprattutto se pensiamo che l’entità sionista chiamata Israele dichiara apertamente di ammazzare i bambini perché dietro ogni bambino si nasconde un potenziale terrorista arabo. Il cliché è sempre lo stesso e non dimentichiamo che l’entità sionista nasce nel contesto di un processo di colonizzazione voluto e appoggiato dai britannici – che quanto a colonialismo… – e quindi ricordiamo che il genocidio cui stiamo assistendo in terra palestinese è in realtà cominciato da molti decenni, in un contesto di feroce colonizzazione e sterminio.
Dall’ottobre del 2023 non sai quanto ho parlato con Parinetto dentro di me! Soprattutto perché la narrazione dominante, ponendo il 7 ottobre di quell’anno come momento iniziale del conflitto israelo-palestinese – dunque affibbiandone tutte le responsabilità ad Hamas e agli altri gruppi di resistenti –– cancellava in quel modo decenni di storia – una storia fatta di resistenza alla violenza coloniale, che in particolare Ghassan Kanafani, scrittore e militante palestinese ucciso dal Mossad nel 1972, descrive bene nei suoi libri.
Vedi, quindi, come tutto è connesso. In questo senso continuo a sottolineare come l’analisi storico-filosofica del diverso di Parinetto sia stata così precisa nella sua complessità da permetterci anche di leggere il presente.
Lo ripeto: è un’operazione riduzionista relegare Parinetto all’omosessuale o al discorso queer. D’altra parte, lo stesso discorso queer in Italia ha avuto una ricezione riduzionista, perché in realtà negli Stati Uniti la questione queer era emersa dalle critiche avanzate dalle femministe black e coloured – o comunque “non bianche”, non ricche e non necessariamente etreosessuali – alle femministe bianche sulla loro miopia suprematista legata all’appartenza ad un gruppo dominante dal punto di vista razziale e di classe. È nato da lì il discorso sull’intersezionalità: non guardare solo al genere, ma anche alla razza, alla classe, alle abilità, alle preferenze sessuali e via dicendo.
Il discorso queer a mio avviso in Italia si è ridotto a qualcosa che è ancora meno della rivendicazione omosessuale degli anni Settanta.
Quanto meno all’epoca si metteva in gioco il proprio corpo con azioni di rottura, come con l’irruzione nel convegno di psichiatria a Sanremo nel ‘72.
Oggi non si è più in grado di – o, forse, non si vuole scientemente più – praticare rotture, si fa solo tanta teoria, tanto bla-bla che impoverisce e svuota la critica rivoluzionaria che dovremmo aver ereditato dagli anni Settanta, da tante soggettività omosessuali e anche trans.

Mi ricollego a quanto hai appena detto perché mi hai fatto venire in mente Maria Galindo e il suo testo Femminismo Bastardo, in cui afferma come i femminismi non debbano necessariamente essere sempre d’accordo, si può avere un macro obiettivo comune e divergere nell’approccio, nel metodo, nella pratica di vita. A tal proposito, quali sono le letture di matrice femminista che più hanno plasmato e indirizzato il tuo pensiero?
Partiamo dai primordi. Il primo libro in assoluto l’ho scovato quando avevo nove anni, lo rubai a una cugina più grande di me. Si intitola Noi e il nostro corpo, e io lo definisco “la bibbia del femminismo”. Si tratta di un testo non accademico, scritto da un collettivo di donne. Poi per me sono stati importantissimi l’incontro e la relazione con Daniela Pellegrini. Daniela fondava il gruppo Demau – Demistificazione dell’autoritarismo patriarcale – nel 1965, l’anno in cui io nascevo. Prima o poi dovrebbe essere pubblicata una serie di interviste a lei dedicate, tra cui una che abbiamo fatto insieme e in cui raccontiamo dei nostri anni di lotta. Lo dico perché non solo i libri ma anche e soprattutto le relazioni con altre donne e femministe sono state un vero nutrimento per il mio pensiero.
Attualmente mi interessano molto il femminismo mediorientale e quello latinoamericano, il cosiddetto “femminismo comunitario”. Una donna illuminante è Fatema Mernissi, sociologa marocchina che, tra altre cose ha anche scritto un libro dal titolo L’harem e l’Occidente, che è davvero illuminante. Noi femministe occidentali spesso non siamo in grado di riconoscere un pensiero di matrice femminista in donne di altre zone geografiche. Abbiamo sempre l’idea suprematista che il nostro sia il discorso più avanzato – lo dimostrano i femminicidi quotidiani quanto stiamo bene in questa parte del mondo!
Mi interessa anche capire l’approccio delle femministe di lingua araba nella rilettura non solo del Corano ma anche di altri testi dell’Islam; ne ho discusso per anni anche con una carissima amica che era di cultura musulmana e che purtroppo è morta nel dicembre 2023, Kaha Mohamed Aden.
Diciamo sinteticamente che il mio interesse, al momento, è rivolto ai femminismi di altre parti del mondo, ma non in maniera cannibalica come sta facendo certo femminismo europeo mainstream che acchiappa quella cosa e la fa sua ma comunque continua a pensare che la “povera” donna che porta il velo sia una donna oppressa – mentre noi siamo, ovviamente, emancipate! – e non riconosce la sua scelta.
Credo sia fondamentale in questo momento storico ampliare il proprio sguardo, così adesso cerco saggi e romanzi scritti da donne non europee. Di Europa, sinceramente, non ne posso più! Anche perché quello europeo è un pensiero ormai povero, misero; regge finché reggerà il suprematismo, ma il resto del mondo sta andando avanti in autonomia e pensare di fermarci alle nostre certezze – anche da un punto di vista femminista – diventa stupido e riduttivo. Occorre ampliare lo sguardo, proprio come faceva Parinetto.
Cito un’altra cosa di Parinetto molto bella. Lui è stato, tra le varie cose, anche un prolifico traduttore. Pubblicava spesso nei “millelire” di Stampa Alternativa e anche questa era una scelta davvero antiaccademica: non un libro per pochi addetti ai lavori, ma la diffusione culturale alla portata di tutti e tutte.
Quando tradusse Lessing citò a più riprese l’affermazione lessinghiana secondo la quale se Dio gli avesse fatto scegliere tra verità e ricerca avrebbe scelto la ricerca.
Ho fatto mio questo motto. Non mi interessa la verità, perché la verità non esiste – la lascio a chi crede nella religione e ha bisogno della fede. Per me è fondamentale la ricerca e non posso fare ricerca se non allargo il mio orizzonte.
Quando e se potrò, andrò ad incontrare queste donne nei loro paesi, ma qui in Italia ho molte relazioni con donne non europee. Durante la guerra in Afghanistan, scrivemmo insieme una Corale di donne contro la guerra; lo si può scaricare dal mio sito ed è uno scritto molto potente poiché intreccia diversi sguardi. Allo stesso modo, quando la poeta e cantante blues afroamericana Betty Gilmore, che vive a Milano, ha avuto lo sfratto, siamo andate compatte a impedirlo coi nostri corpi. Poi ne è nato un percorso di riflessione in cui ciascuna di noi raccontava gli sfratti che aveva vissuto nella propria vita e successivamente questa riflessione è diventata un racconto quando a Torino era stato indetto un concorso in cui le donne straniere erano chiamate a scrivere delle donne italiane e, viceversa, le italiane sulle straniere. Noi, in quanto gruppo di donne di diverse provenienze abbiamo scelto di rompere con quello schema duale e di scrivere un racconto corale firmandoci “Sherazade e le mille e una donna”.
Condividere gli sfratti che ciascuna di noi aveva vissuto – non soltanto lo sfratto da una casa, ma anche quello dal mondo politico, dalla cultura, dalla propria terra, ecc. – ci ha permesso di lenire le nostre ferite attraverso la condivisione che era partita dal bloccare lo sfratto di un’amica.
Ad esempio Zahra, che è somala, diceva di sentirsi come una pianta in un vaso perché la continuano a spostare e non puà mai mettere radici. Quanta sofferenza c’è dietro questa immagine così poetica e potente?!! Lei vive e ha passato più di metà della sua vita in Italia, ormai è anche cittadina italiana ma vive eternamente questa condizione: è una donna nera che può fare le pulizie o altri lavori di basso livello nonostante parli quattro lingue; il suo certificato di laurea, oltre a non essere riconosciuto in Italia, è annegato nell’Oceano indiano con suo padre e i suoi fratelli che cercavano di scappare dalla Somalia.
Credo che oggi sia più che mai necessario che le femministe italiane si confrontino con altre donne e altri femminismi. Sia chiaro: questo non significa invitare una tantum la femminista palestinese, o kurda o afghana, come da un paio di decenni va di moda. La questione è un’altra: dobbiamo confrontarci, costruire insieme, e al contempo mettere in discussione il nostro suprematismo e rompere le complicità, perché finché non distruggeremo il nostro suprematismo – anche quello interiorizzato – il suprematismo sionista così come quello di tutti i paesi capitalisti che sostengono l’entità sionista avrà di che nutrirsi.
Io ti ho conosciuta con il tuo saggio sul piacere, sulla tua ricerca sul piacere e quindi ti volevo chiedere perché hai fatto questa ricerca, arrivando da Parinetto e Lapassade. Come e perché sei arrivata a questo a questo oggetto teorico, che secondo me è molto pratico e politico nella tua ricerca?
Il libro … e il piacere? Il godimento oltre la differenza nasce come riflessione nel momento in cui in Italia era predominante il pensiero della differenza sessuale: Luisa Muraro, per capirci, e Luce Irigaray – ma non la Irigaray di Speculum, ma la Irigaray di Amo a te. Quando Irigaray si era invaghita di Renzo Imbeni, sindaco di Bologna e gli dedicò il libro Amo a te, io ironicamente scrissi Partorisco a te, che era inizialmente il titolo di quel mio testo.
All’epoca circolavano poco in italia i testi lesbici scritti da italiane e non, così ho composto questo scritto che è prevalentemente fatto di citazioni, lavoro che ho svolto per far conoscere molte autrici quasi del tutto sconosciute all’epoca, come Audre Lorde, Rosanna Fiocchetto e tante altre.
Un’ultima domanda: cosa ne pensi del contemporaneo entusiasmo sulle sostanze psichedeliche?
Premetto che sto seguendo poco questo fenomeno, ma la sensazione che ho è che così come c’è stata una queerizzazione di tutto, ora c’è una psichedelizzazione di tutto. Quello che mi interessa capire è quanto ci sia di occidentale e cannibalico in questo “rinascimento”.
Mi spiego meglio. Senza dubbio questa questione è molto vecchia: pensiamo ad esempio alla guerra dell’oppio e al suo legame con l’uso medico di questa sostanza all’epoca molto richiesta in Europa; oppure pensiamo all’uso che viene fatto qui della cocaina – nel secolo scorso considerata “la droga dei ricchi” – che è completamente diverso dall’uso delle foglie di coca che ne viene fatto in America Latina.
Non si tratta di sostanze psichedeliche, ma la loro storia ci dice quanto siamo bravi a snaturare l’uso tradizionale delle sostanze facendone, in un modo o nell’altro, un business. Pensiamo anche a quanto la storia del tarantismo è stata cancellata e riscritta dai corsi di pizzica a pagamento e dalla spettacolarizzazione in eventi quali La notte della taranta. Il tarantismo era un fenomeno contadino, soprattutto femminile, che rappresentava una terapia “teatrale” e collettiva a condizioni di miseria e di malessere insostenibili. Questo De Martino prima, e Lapassade poi, lo hanno spiegato bene. Oggi chi va in Salento per la notte della taranta non sa nulla di tutto ciò, né è interessato ad approfondire: è un consumatore e basta.
Negli anni recenti si sta moltiplicando l’uso di psichedelici in gruppi guidati da psicologi, è un dato di fatto. Se, da una parte, questo potrebbe portare ad una diminuzione dell’uso/abuso di psicofarmaci, che vedo positivamente, d’altra parte aumenta una sorta di cannibalismo sull’onda lunga dello yoga e di altre pratiche non occidentali che si sono da tempo affermate anche alle nostre latitudini. Alla base ci vedo sempre un fenomeno di consumo, al di là delle buone intenzioni che si possono avere, perché in occidente siamo allevati per essere consumatori e consumatrici di qualunque cosa – che si tratti del pianeta terra, delle sostanze psichedeliche o del cibo biologico, poco importa: sono tutti ridotti ad oggetti di consumo.
Parlo, quindi, di cannibalismo perché di quelle pratiche si prende solo ciò che interessa, a prescindere dal contesto da cui provengono, per cui si riproduce il solito e immancabile approccio consumistico, utilitarista e suprematista che caratterizza questa parte di mondo.
Da una parte, quindi, la medicina e l’approccio scientifico che vi è sotteso non possono non tener conto del fatto che determinate sostanze, come la ayahuasca e altre, siano sempre state utilizzate come sostanze terapeutiche da quelli che ci rappresentiamo come “popoli arretrati”. Ma quella stessa medicina e quello stesso approccio scientifico che derubano coi bioprospettori i saperi curativi tradizionali per poi brevettarli, continuano a non riconoscere che quei popoli sono molto più avanzati di noi da tanti punti di vista, a partire dalla relazione di prossimità e reciprocità col mondo naturale. Gira e rigira, si torna sempre all’egemonia del pensiero scientifico – o, meglio, scientista – che Parinetto ha affrontato con grande rigore in Alchimia e Utopia, dimostrando che la perdita della relazione alchemico-qualitativa col mondo, la relazione macrocosmo-microcosmo, ci ha imprigionati nella logica capitalista del corpo morto e del consumo di tutto ciò che è naturale.
Discutendo con alcune persone che propongono o assumono le sostanze psichedeliche a scopo terapeutico, mi sono inoltre accorta della rigidità che spesso – ma non sempre, per fortuna! – costoro hanno nei confronti dell’uso “ludico-ricreativo” delle stesse sostanze, assumendo un atteggiamento rigidamente normativo non diverso da quello che sta alla base della repressione istituzionale nei confronti dei consumatori di sostanze.
Parlavamo prima della recente degenerazione del movimento omosessuale degli anni ’70, pensiamo ora al fatto che l’uso guidato di sostanze psichedeliche è stato di recente proposto anche alle cosiddette “persone queer” per superare i traumi passati. In sintesi: ciò che un tempo era materia di una elaborazione collettiva che portava anche a rotture sociali e culturali, oggi viene affrontata in un ambito “protetto” – individuale o di piccolo gruppo, ma sempre con una guida, quindi facendo valere una gerarchia di ruoli, una asimmetria tra lo psicologo (o la psicologa) che guida e la persona che è guidata. Tale gerarchia viene poi giustificata richiamando il ruolo dello sciamano che però, se andiamo a vederlo nel suo vero contesto culturale, è completamente diverso.
Queste però sono mie impressioni, ci tengo a dirlo; come ho premesso, seguo poco questo fenomeno perché mi interessa poco e poco ci vedo che vada oltre un approccio consumista. Diciamo, in termini lapassadiani, che potrebbe essere utilizzato come dispositivo analizzatore per far emergere le contraddizioni e i non detti di un uso “istituito” delle sostanze, ma dubito molto che possa dar vita a processi istituenti nell’attuale fase storica.
Nicoletta Poidimani si occupa di teoria e pratica femminista e della connessione fra gli stati modificati di coscienza e l’utopia concreta. Ha collaborato con Luciano Parinetto all’Università degli Studi di Milano.
Jessica Murano è PhD in Medical Humanities e storica dell’arte. Come ricercatrice indipendente si occupa di tematiche all’intersezione tra epistemologia della scienza, cultura visuale e storia della medicina. Fa parte del collettivo Trickster.
Parole chiave: Lapassade, Parinetto, streghe, femminismo