L. Demichelis, Tecno-archìa, Derive Approdi, 2025

di Lorenzo Curti
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Con Tecno-archìa, pubblicato nel 2025 da Derive e Approdi, continua l’operazione di critica politica che Lelio Demichelis, sociologo della tecnica e del capitalismo, aveva cominciato nel 2008 con Bio-Tecnica, a cui sono seguiti diversi lavori tra cui il recente La società-fabbrica (2023), dove il modello della “razionalità strumentale/calcolante-industriale” viene meticolosamente analizzata. Tecno-archìa non è solo l’ultimo approdo di un lavoro di Demichelis che, come anticipa nell’introduzione, è “una lunga ricerca genealogica e fenomenologica sul potere nella e della modernità — oggi diventata iper-modernità — e sulla sua ontologica, teleologica e teologica (nichilistica ed ecocida) banalità del male” (p. 7). È anche, infatti, l’intessitura di un dialogo con le riflessioni di Carlo Galli nel suo recente Tecnica (2025) e di Donatella Di Cesare con il suo Tecnofascismo, anch’esso uscito nel 2025. Il lavoro di Demichelis in questo testo porta con sé in modo dichiarato questa volontà di dialogare con pensatori affini coevi, appunto Di Cesare e Galli, e con un poderoso milieu di riferimenti culturali e intellettuali che spaziano dalla Teoria Critica della scuola francofortese (tra tutti, spiccano senz’altro Theodor W. Adorno e Herbert Marcuse), sociologi dello spessore di Cornelius Castoriadis, fino alla filosofia della tecnica e della critica al sistema economico, in particolare Lewis Mumford e Günther Anders (uno degli autori a cui è dedicato il libro). Insieme a questo insieme di autori e riferimenti politici, Demichelis guarda anche a tutti quei filosofi che hanno riflettuto, a partire dalla teologia politica di Carl Schmitt, sulla nozione di arché come fondamento indiscutibile, cominciamento violento e istituzione del funzionamento sociale, tra cui in particolare Massimo Cacciari e Giorgio Agamben. In questa direzione, la dimensione dello sguardo genealogico è senz’altro radicalizzato nel libro e questo avviene proprio perché è il punto di genesi, l’arché, a essere interrogato da Demichelis. Non si tratta, come si potrebbe di primo acchito pensare leggendo il titolo, del fatto che l’autore voglia sostituire il celebre incipit dal Vangelo di Giovanni (In principio, arché, era il verbo, logos) con un ‘In principio era la tecnica’, anche perché si potrebbe facilmente sostenere che tra il logos come linguaggio e la tecnica esista una fondamentale equivalenza, in quanto il linguaggio è la tecnica per eccellenza. Il punto, per Lelio Demichelis, è proprio quello di mostrare come oggi l’arché del potere, ciò che fonda e istituisce la società in un cominciamento simbolico che non può essere messo in discussione, sia stato progressivamente spostato da una dimensione religiosa, dove il potere del re trovava il suo fondamento nella dimensione divina, come sostenuto da Carl Schmitt, a quella tecnica. Da qui, una sorta di paradossale coesistenza tra la dimensione razionale e scientifica della tecnica che viene però assurta a condizione ontologica e teologica della realtà. Non è un caso che uno degli altri testi di Demichelis sia proprio La religione tecno-capitalista (2015). È in questo senso che possiamo leggere il sottotitolo del libro Tecno-archìa, cioè La nave dei folli o la banalità digitale del male: questa ‘nave dei folli’ è proprio questa società in cui il dominio e predominio della tecnica vengono presi come qualcosa di dato e scontato, che non trova alcuna possibilità di critica. Come sostiene Demichelis “Nave archica, Nave della follia archica quella della modernità; che però, a differenza della Nave di Bosch ha invece un timone ben fermo e vele spiegate chiamate profitto e sfruttamento di uomini e biosfera […] con una umanità comunque folle o resa folle” (Demichelis, 2025: 14)
Questa nave dei folli, perciò, sembra avere a che fare anche con quello di cui parlava Mark Fisher nel suo Realismo capitalista, quando faceva riferimento all’incapacità di mettere in discussione i presupposti dell’organizzazione sociale e politica determinati dal capitalismo (“umanità […] resa folle”), in un’impossibilità di immaginare futuri alternativi a quelli prospettati dal sistema economico neoliberista. Eppure, Demichelis prova in questo testo proprio a offrire degli strumenti critici e degli sguardi differenti per poter immaginare, contro questa Tecnoarchia, un’an-archia che permetta di destituire l’arché per immaginare il darsi di una nuova modalità istituente. Ed è in questa direzione che si può leggere il libro: non come una dichiarazione antitecnologica o tecnofobica ma come la possibilità di prospettare alternative nuove a questa nave dei folli.
Critica della tecno-archia
Se in La società-fabbrica, Demichelis si è concentrato soprattutto nell’offrire una lettura del modo in cui la società contemporanea si manifesta in una sorta di fabbrica che digitalizza le masse e, in particolare, opera un meccanismo di ingegnerizzazione dell’umano (il cosiddetto human engineering) con un focus sugli aspetti lavorativi e gli effetti sulla vita delle persone, in Tecnoarchia viene preso di petto il modo in cui le categorie politiche, economiche, sociali e, in fin dei conti, anche ontologiche, sono state catturate nella maglia del discorso digitale. Infatti, non si tratterebbe tanto di tecnica o di tecnologia nella critica che fa Demichelis, quanto di una messa in discussione di un discorso che viene meticolosamente intrecciato in un’alleanza tra il potere politico e potere tecnico-economico, iconicamente rappresentato oggi dalla Silicon Valley, discorso nel quale siamo tutti più o meno inclusi, volenti o nolenti.
Allora, se la razionalità calcolante/strumentale-industriale si articola a partire da un meccanismo di taylorizzazione della società, che viene quindi organizzata secondo una logica di “standardizzazione, ripetizione, automatismo” (Ivi:39) che riguarda tanto il corpo dell’umano quanto la macchina, e in particolare quella ‘macchina loquace’ che è l’intelligenza artificiale, questo avviene proprio in funzione di un arché tecnico.
Il punto ben sottolineato da Demichelis, e che svela l’inganno di questa trasformazione politico-ontologica ma anche antropologica, è questo: “Arché che è inizio, fondamento ma che in realtà è un incessante re-inizio/ri-fondamento” (p. 37). Se l’idea schmittiana è che la teologia politica e il concetto di sovranità sono garantiti proprio da un’origine divina, che non può essere perciò messa in discussione come inizio indiscutibile, Demichelis insiste sull’idea che l’arché con cui ci confrontiamo oggi richieda invece una costante operazione di darsi e ri-fondarsi. Come scrive, infatti poco più oltre l’autore:
Solo che non è Dio ma appunto l’arché che possiede in atto tutte le perfezioni tecniche e capitalistiche di cui concepisce le idee – è l’andersiano si deve fare tutto ciò che si può fare tecnicamente (e capitalisticamente). Non Dio, quindi, ma l’arché della modernità è causa sui, sempre più auto-poietica/auto-telica, auto-archica nel proprio accrescimento, nel proprio infinito/illimitato inizio/re-inizio e tutto appartiene alla sua natura e alla sua immensa e ormai incomprensibile (agli uomini) potenza e forza che è contenuta (ancora: come ontologia, teleologia, teologia) nella sua razionalità strumentale/calcolante-industriale – che non cessa di essere e non ve ne può essere altra che questa. Che dal numero, base della rivoluzione scientifica, della matematizzazione del mondo e degli uomini che ne è derivata – sta portando appunto (causa sui) alla società amministrata e automatizzata da macchine, al totalitarismo e all’ecocidio. Macchine che funzionano e fanno funzionare la società solo con numeri e dati. (Ibidem)
La questione per Demichelis è che questa finzione archica della tecnica conduce a un continuo autogenerarsi in una sorta di mostruosa partenogenesi in cui la tecnica è costantemente costretta a rinnovarsi, sia fattivamente nella sua dimensione di capacità di inglobare sempre più capillarmente la nostra vita in tutti i suoi aspetti, sia nel suo giustificarsi come principio organizzatore della società. A proposito di numero e matematizzazione, il grande obiettivo della filosofia secentesca e settecentesca, incarnato in particolare da Leibniz, era quello di produrre una mathesis universalis, all’interno della quale collocare matematicamente il mondo, come nel tentativo cartesiano di rendere la res extensa il luogo del misurabile, e in quello leibniziano, col calcolo degli infinitesimali, di sfidare i limiti della matematica dell’epoca. Eppure, per entrambi, sono Dio e la teologia a far sì che la matematica sia un luogo di certezze e non di inganno, perché la matematica stessa è in qualche modo il linguaggio di Dio, e il compito degli umani sarebbe quello di svelarlo e interpretarlo. Nella tecnoarchia ci troviamo in ben altra logica perché non c’è alcun dio a garantire questa mathesis universalis, non c’è un Altro che ne determini la possibilità: è la stessa tecnica fondata sul numero e sulla potenza di calcolo che si autorizza a essere fondamento di se stessa, fondamento che deve rinnovarsi costantemente. Questa dimensione del calcolo, però, non funziona a partire dai principi matematici che lo governano, ma dall’ideologia produttiva e organizzatrice della società (il taylorismo) che la determina, appunto la razionalità strumentale/calcolante-industriale. E, allora, è inevitabile che in una logica meramente orientata alla produzione capitalistica il risultato con cui ci confrontiamo sia quello di un ecocidio, dove l’ambiente diviene luogo di estrattivismo costante (basti pensare alle terre rare e all’immenso consumo di acqua ed energia per far funzionare i server sui quali circolano concretamente le intelligenze artificiali).
Questo arché della tecnica si configura, allora, a partire da uno dei concetti classici della filosofia di Schmitt come “Arché/archía, quindi come nómos, come norma/epistéme ormai globale; ma anche come nomós, come spazio globale e totalitario del potere archico” (Ivi, p. 43). Dunque, da una parte, norma e legge che si definisce a partire da un principio che si estende capillarmente al globo, ma dall’altra parte anche costruzione di un ‘recinto’, significato originale di nomos, e quindi uno spazio concreto (e non solo, come spesso viene definito, virtuale) all’interno del quale si dispiega un’organizzazione di un certo tipo in cui una nuova paideia, come la definisce Demichelis, articola una socializzazione dei soggetti, anche a partire dalla capacità di sorvegliare costantemente le nostre vite (a proposito del capitalismo della sorveglianza).
Insomma, la critica della tecnoarchia gravita attorno all’autopromulgazione della tecnica come arché delle istituzioni politiche, ma al contempo anche attorno al fatto che questa logica archica produce una oligo-archia, dove i pochi detentori del potere tecnologico assumono un ruolo chiave nel definire il futuro della società e della Terra (basti pensare ai piani di Musk di colonizzare Marte). Si produce un totalitarismo che si estrinseca in qualcosa di assimilabile all’Ur-fascismo di cui parla Eco e a un’invasione anche dello spazio soggettivo. E, infatti, il totalitarismo degli apparecchi, concetto andersiano, influenza direttamente le vite soggettive producendo un “inconscio digitale” (p. 54), spazio liminale e di ibridazione tra le macchine e gli umani, dove l’algoritmo articola qualcosa del nostro desiderio (cfr. anche il concetto di inconscio algoritmico in Possati, 2021).
Allora, come sottolinea Demichelis, la tecnica riesce con la sua potenza capillare e con la sua logica archica a cogliere qualcosa di una grande fantasia del genere umano: l’Uno/Tutto (p. 54). Idea filosofica che da Platone e Plotino in poi è senz’altro presente nella civiltà occidentale, ma svestita oggi delle sue caratteristiche teologico-mistiche: la tecnica permette agli umani di sognare di fare Uno, nel senso di costruire una bolla di connessioni che, in realtà non fa altro che disconnettere dall’alterità come esperienza ineliminabile e, in parte, anche perturbante. Uno, dunque, come fantasia di serrare in un insieme chiuso, in una bolla che ricorre anche nelle ideologie neoliberiste contemporanee, così alleate con le destre legate agli identitarismi e alla logica del confine come muro.
Una demo-kratìa an-archica
Lelio Demichelis non si limita, però, a criticare la tecnoarchia, ma cerca di offrire uno spazio di pensiero perché qualcosa di differente si possa articolare. Di fronte a una logica che si dà strutturalmente come eteronomica, per usare un concetto caro a Castoriadis, cioè dove la legge viene imposta dall’esterno, e nella fattispecie dal nomos istituito dall’arché della tecnica, si tratta di investire sulla possibilità del potersi dare di un’autonomia, e cioè che i soggetti appartenenti a una società o a un’istituzione — e, se vogliamo, l’istituzione in quanto soggetto — possano costituire e definire da sé le proprie leggi. Per questo, però, c’è bisogno di
una nuova Teoria critica/pensiero critico per una vera emancipazione dell’uomo (la sua uscita dalla minorità). Un pensare e un agire umano che diventino doverosamente e urgentemente anti-capitalisti, cioè anti-razionalità strumentale/calcolante- industriale; o meglio ancora: anti-archici/an-archici e quindi e finalmente demo-cratici. (p. 61)
Se la questione è la radicale messa in discussione della logica archica con cui la tecnica si istituisce come fondamento della società e del funzionamento politico, allora ciò che vi si oppone non può essere altro che una anti-archia o, ancor meglio, una an-archia, cioè la destituzione della violenza simbolica e materiale dell’arché nell’organizzazione concreta delle nostre vite. Non si tratta, però, di pensare all’anarchia nei termini delle specifiche teorie politiche legate a questo concetto, quanto a un movimento di detronizzazione dell’arché e in particolare della tecnoarchia. An-archia che, per Demichelis, passa essenzialmente attraverso una pratica demo-cratica, dove il trattino indica, da una parte, la centralità del popolo come soggettività concreta ed elemento chiave nel processo di pensiero e decisionale, dall’altra, il kratos come potenza dinamica che si oppone a quella dichiaratasi immutabile e statica dell’arché.
Quindi demo-cratici, revocando il potere e la potenza del potere archico che invece si crede e si fa credere originario e immutabile; come oggi tecnica e capitalismo – che, di nuovo, non è anarchico, come non è anarchico il moderno – perché il moderno è archico all’ennesima potenza; e se sembrano morte le grandi narrazioni otto-novecentesche, totale e totalitaria/ unidimensionale è la grande narrazione dell’arché. (p. 13)
D’altronde, se questa mega-macchina archica che è la tecnica ha “nella sua essenza la frammentazione/suddivisione tayloristica del lavoro, ma anche della realtà e dello stesso individuo” (p. 77) non può che frammentare e distruggere anche la dimensione del legame sociale e dunque della dimensione democratica. Questo è un aspetto di non poco conto, viste e considerate le fantasie che si sono presentate nella storia recente rispetto a un utilizzo proprio degli strumenti offerti dalle nuove tecnologie come metodi per potenziare il sistema democratico. Penso alla piattaforma Rousseau e al sogno ormai dimenticato e definitivamente sfumato del duo Casaleggio-Grillo rispetto al Movimento 5 Stelle, ma anche a come gli stessi social, abbaglio di possibilità di libera espressione del proprio pensiero, non siano diventati altro che veicolo di algoritmi per modificare le opinioni e luogo di estrattivismo di dati (vd. Cambridge Analytica) per direzionare l’intenzione di voto. Assolutamente in linea con questa sconfitta del sogno libertario di Internet è il passaggio di Twitter a Elon Musk, che lo rinomina X, e lo trasforma in un luogo di propaganda prima trumpiana e poi personale, dove l’intelligenza artificiale Grok, decisamente orientata ideologicamente, mostra l’assoluta insensatezza di qualsiasi dichiarazione di supposta neutralità della tecnica.
Se Demichelis insiste sulla possibilità di un posizionamento demo-cratico è però a partire dalla constatazione che non esiste una democrazia scontata, già data (e dunque, già presa in un inizio e in un arché) e ciò che emerge all’orizzonte è il “concetto di democrazia radicale e quindi di democrazia priva, per sua essenza, di fondamento” (p. 97). Dire questo implica un processo costante di riflessione e un lavoro enorme per evitare che il kratos diventi arché, e cioè di nuovo fondamento ‘teologico’ dell’istituzione. Riprendendo le riflessione di Donatella di Cesare in Tecnofascismo, Demichelis scrive:
Due termini che devono essere ben distinti, come ricorda Di Cesare, il secondo (krátos) in opposizione radicale con il primo (arché), se è vero (più che vero, urgente) che il dêmos che deve deporre/interrompere oggi l’arché della tecnica e del capitale, ripristinando la demo-crazia, è un dêmos che si riconosce/riscopre come dêmos. Dotato di krátos. Per una demo-crazia che sia radicale e quindi sostanziale e non solo formale, che non sia più solo una maschera usata per coprire/nascondere l’olig-archía che governa il mondo in nome della tecno-arché. (p. 121)
Tutto questo significa, però, una radicale messa in discussione del meccanismo di delega che non solo è sostanziale all’interno delle democrazie occidentali rappresentative che abitiamo, ma che è coestensiva anche agli strumenti delle nuove tecnologie. L’intelligenza artificiale, ovviamente se vissuta e utilizzata in un certo modo, sembra rispondere proprio a una logica di de-responsabilizzazione e di delega, anche di aspetti più intimi relativi alla propria esistenza. Nelle parole di Bernard Stiegler, uno dei filosofi contemporanei che più si è occupato di filosofia della tecnica, le AI possono esporci al rischio di un “impedimento a sognare, a volere, a riflettere e a decidere, quindi a realizzare collettivamente i propri sogni” (Stiegler, 2019:256). In questi termini, l’alleanza che intrecciamo quotidianamente con le macchine e le intelligenze artificiali può rischiare di trasformarsi in una modalità in cui l’alleanza a partire da cui si dà il legame sociale tra umani e la comunità si indebolisca e non possa darsi uno spazio di riflessione comune.
In questo senso, vi è un passaggio da Il rimorso di Prometeo di Peter Sloterdijk — filosofo e teorico dell’antropotecnica che a sua volta si rifà ad Anders — che mostra un assunto del pensiero politico occidentale che si tratta di decostruire sistematicamente:
Nei suoi scritti politici, Aristotele insiste con un certo pathos sul fatto che non può esistere una comunità, un «ordinamento comune» umano, se la struttura non è divisa tra un dominare e un essere dominati (árchein e árchesthai). Chi domina deve essere per natura capace di riflessione (diánoia); chi obbedisce si pone dal lato della mancanza di riflessione. (Sloterdijk, 2024: 21)
Questa opposizione logica tra attività e passività del dominio, dove si domina o si è dominati, e dunque dove si è padroni o servi, per riprendere la nota dialettica hegeliana, rimanda all’opposizione speculare tra chi sarebbe dotato di capacità riflessiva e chi invece non lo sarebbe. È in effetti su questo assunto che le società occidentali si sono arrogate il diritto di schiavizzare, colonizzare, emarginare, sfruttare le risorse naturali. In questo senso, la stessa Nave dei Folli citata nel sottotitolo di Tecnoarchia è stata nel tempo un modo per delegittimare e allontanare i folli, ossia coloro che non pensavano. In questi termini, seguendo le riflessioni di Demichelis sulla tecnica, non solo la tecnoarchia struttura una modalità in cui si ripete una logica di dominio, ma ne organizzerebbe in modo pianificato la divisione tra chi domina e chi è dominato, sottraendo sempre di più lo spazio di pensiero e riflessione che viene, infatti, delegato alle macchine e alle intelligenze artificiali.
Ancora, per mettere in discussione la dimensione archica è necessaria una destituzione radicale del fondamento apparentemente indiscutibile perché solo così è possibile immaginare un pensiero e una pratica istituenti che possano portare delle alternative, consci dei rischi e delle difficoltà:
Ovvero, tra potere destituente/de-istituente e insieme re-istituente/istituente-istituito (archico) dell’arché e pensiero altrimenti destituente e re-istituente/istituente ma an-archico/anti-archico della demo-crazia, il rapporto è strettissimo e ineludibile, perché il primo uccide il secondo e se non si depone, de-tronizzandolo, il primo non si produce il secondo (p. 159)
Per questo, l’autore propone dei modelli storici, effettivamente accaduti dal passato, e proprio nell’ultimo capitolo ripesca nella storia per trovare degli spunti per un futuro politico differente, in particolare la Comune di Parigi del 1871 e la rivoluzione ungherese del 1956, come modelli di una vera prospettiva democratica che mette radicalmente in dimensione il dominio dell’arché. Se la prospettiva di Demichelis è quella di un umanesimo ecologico, più che la definizione in sé ci interessa proprio la possibilità di pensare alla situazione politica attuale implicando concretamente il rapporto tra gli esseri umani e il loro ambiente (la Terra) in un modo che non si contraddistingua solo in un’espressione di dominio della ‘natura’ ma in una dimensione relazionale e sistemica.
Non è necessaria solo un’etica delle nuove tecnologie (mantra ripetuto da ingegneri, filosofi, informatici e policy-makers), ma soprattutto una politica della tecnologia e delle intelligenze artificiali, che significa in primo luogo condivisione del sapere sul loro funzionamento, in una logica di riappropriazione di ciò da cui siamo esclusi rispetto all’utilizzo di questi mezzi tecnici, che è solo il preludio a un’operazione di vera democratizzazione della società e delle istituzioni. “La lotta di classe contro la classe delle macchine” di cui parla l’autore (pp. 205 e sgg.) non è, allora, tanto uno slogan o un ritorno a un vetero-marxismo quanto una presa di consapevolezza di una lettura politica e di una necessità conflittuale dove il conflitto è stato indebolito dal taylorismo che frammenta e parcellizza gli aspetti della nostra vita e il legame sociale. Al contempo, però, richiede una riflessione profonda sulla nostra relazione con le macchine, su quanto queste nostre protesi che ormai sembrano essere diventate indipendenti — ma da cui siamo dipendenti — ci siano indispensabili e di come noi stessi facciamo fatica a pensare che altri futuri siano possibili.
Bibliografia:
C. Galli, Tecnica, Il Mulino, Bologna 2025.
L. Demichelis, La società-fabbrica, Luiss University Press, Roma 2023.
L. Demichelis, Tecnoarchia, DeriveApprodi, Roma 2025.
D. Di Cesare, Tecnofascismo, Einaudi, Torino 2025.
L. Possati, The algorithmic unconscious, Routledge, London-New York 2021.
P. Sloterdijk, Il rimorso di Prometeo, Marsilio, Venezia 2024.
B. Stiegler, La società automatica – 1. L’avvenire del lavoro, Meltemi, Milano 2019.
Lorenzo Curti, psicologo, membro del Collettivo Trickster. I suoi interessi di ricerca sono rivolti all’intreccio della psicoanalisi con più campi del sapere, tra cui la letteratura, i processi artistici, la filosofia e la riflessione sulla tecnica.
Parole chiave: tecnica, arché, democrazia, capitalismo