Apocalypse Tomorrow. Cronache da un Futuro dopo la Catastrofe. Agenzia X, 2026.


Apocalypse Tomorrow è una raccolta di quindici racconti che provano a immaginare l’indomani dell’apocalisse ecologica e climatica. I racconti (di: Andrea Berardi, Francesco Chiellino, Idina Cortesi, Alessandro D’Angelo, Davide Galipò, Luca Gringeri, Leonardo Lovati, Aurora Manni, Lorenzo Salinelli, Carlo Maria Masselli, Stefania Persano, Giovanni Pezzella, Salvatore Graziano Spampinato, Francesca Stefanelli, Alessandro Tesetti) sono stati selezionati attraverso un concorso letterario rivolto ad autrici e autori dai 18 ai 35 anni organizzato dal gruppo di ricerca inter-universitario e interdisciplinare YECEI insieme ad Agenzia X.

Per gentile concessione della casa editrice, pubblichiamo la postfazione di Lorenzo Domaneschi e Gianmarco Navarini: questo estratto offre non solo una lettura critica delle storie in volume, ma anche una raffinata fisionomia – senza pretese di esaustività – della narrativa speculativa a sfondo climatico (o cli-fi che dir si voglia) emergente nel panorama letterario italiano. Le analogie e le singolarità tra le storie sono messe in evidenza non per essere ipostatizzate in uno standard di genere, bensì per offrire un’angolazione specifica attraverso cui osservare una certa produzione letteraria. Se da una parte lo status di narratori emergenti sottrae visibilità, dall’altra conferisce una notevole libertà espressiva.

Questa recente pubblicazione, dando risalto a quelle variegate voci che il frastuono mediatico intorno a un tema estremamente caldo (in tutti i sensi!) rischierebbe altrimenti di coprire, favorisce e incoraggia la circolazione di una narrativa dal basso e plurale.

Presente come futuro. Dispositivo culturale e immaginari climatici dell’Italia under 35

di Lorenzo Domaneschi e Gianmarco Navarini 

Climate fiction e la sfida della rappresentazione

Il cambiamento climatico è un fenomeno che sfida la  narrabilità. Gli studiosi Adam Trexler e Adeline Johns-Putra (2011) lo hanno definito un  oggetto “eccedente”, che  oltrepassa i limiti entro cui siamo soliti collocare una storia. Opera su scale temporali che travalicano la durata di una vita umana, riguarda spazi che attraversano continenti, intreccia dimensioni che vanno dalla geologia alla politica internazionale. Proprio questa sproporzione tra la vastità del fenomeno e la misura del vissuto individuale rende il clima un tema che resiste alla forma narrativa tradizionale. Eppure, è in questo scarto che la letteratura trova la sua funzione: rendere avvertibile l’impercepibile, tradurre in esperienza simbolica ciò che la statistica o altre forme di
misurazione registrano ma non sanno rendere, tradurre in vita vissuta. Ma c’è di più. Diversi autori, per esempio Timothy Luke (2014), Kathryn Yusoff e Jennifer Gabrys (2011) hanno mostrato come ogni discorso sul clima non sia mai neutrale.

Gli scenari scientifici sono anche immaginari politici, mappe che disegnano forme di governo, di esclusione o di selezione. Da qui l’auspicio per alcuni, la necessità per altri, di coltivare un’immaginazione climatica capace di affiancare, integrare e talvolta mettere in discussione la dimensione tecnico-scientifica. Come ha brillantemente osservato Manjana Milkoreit (2017), gli immaginari funzionano come infrastrutture invisibili: delimitano il campo di ciò che possiamo concepire, e dunque di ciò che siamo in grado di fare. Senza immagini condivise non esistono azioni collettive, e senza narrazioni non esistono immagini capaci di radicarsi nella coscienza pubblica.
In questa prospettiva, la climate fiction (o cli-fi) va intesa non solo come genere letterario, peraltro sempre più attraversato da diversi generi (Ortino e Treanni, 2023), ma come pratica culturale a pieno titolo. Gregers Andersen (2019) lo ha chiarito con efficacia: leggere cli-fi significa analizzare, attraverso la finzione, i meccanismi stessi della nostra cultura. Ogni racconto non è sol tanto un esercizio estetico, ma un dispositivo critico che illumina come il presente traduce in  orme sensibili l’idea di catastrofe. La cli-fi, allora, non anticipa semplicemente un futuro remoto, ma decodifica i linguaggi con cui viviamo ora, oggi, stasera, domattina, insomma il presente. È in questa funzione di dispositivo culturale che risiede la sua forza: rendere discutibile il futuro partendo dall’oggi, mostrare come la crisi ecologica sia già inscritta nella vita quotidiana e come la narrazione possa restituirne la complessità, senza ridurla a una formula o a un numero.

Al di là delle cornici teoriche, la questione può essere  formulata in termini più immediati. I dati scientifici possono stimare l’innalzamento del livello del mare, ma non sanno raccontare che cosa significhi abitare una casa che lentamente scivola nell’acqua. Possono calcolare la frequenza delle ondate di calore, ma non sanno mostrare come cambia una comunità quando il ghiaccio diventa un bene raro, oggetto di desiderio e di conflitto. È qui
che la letteratura interviene: non per sostituire la scienza, né per ridurne la complessità, ma per darle un volto umano, un corpo sociale, una voce capace di esprimere l’esperienza vissuta.
Il tema portante di questa antologia è precisamente questo: raccontare il cambiamento climatico come già presente. Nei quindici racconti qui raccolti, il futuro non compare come un altrove remoto, ma come proiezione del presente che abitiamo: un presente svelato, deformato, amplificato, spinto fino a rendere visibili tensioni e contraddizioni che altrimenti resterebbero sommerse. Parlare di climate fiction significa allora parlare del presente come futuro: un futuro che non ci attende “là davanti”, ma che agisce già ora, nelle forme della vita quotidiana e nei conflitti che attraversano le nostre società. In questa prospettiva, come anticipavamo nell’Introduzione, ogni racconto non è soltanto un esperimento narrativo, ma anche una lente sociologica: mostra come l’immaginazione letteraria riesca a tradurre l’astratto nel concreto e a restituire al lettore l’esperienza di vivere, oggi, in un futuro che ci ha già raggiunti.

Il “presente come futuro”

Ci sembra di poter dire che ciò che questa antologia offre al lettore non è un insieme di racconti uniformi, ma un ventaglio ampio di registri e di forme. Si passa dal distopico classico, che ricalca i codici del genere catastrofico, alla cronaca urbana che mette in scena quartieri, piazze, bar di periferia. Dal medical-thriller bio-politico, in cui il corpo diventa laboratorio climatico, alla favola apocalittica, che rilegge la catastrofe con cadenze liriche o infantili.

Dalla techno-dystopia che immagina algoritmi e protocolli di sopravvivenza, fino alla prosa punk diaristica, fatta di ironia, lingua orale e cronache di gruppi giovanili. Non si tratta di ibridazioni casuali: la varietà dei linguaggi è la spia di un immaginario che non può stare fermo, che continuamente sperimenta forme per raccontare ciò che sfugge alle cornici narrative consolidate.

Questa pluralità si radica in un tratto che potremmo definire “italianità situata”. Gli scenari non sono copie carbone di cli-fi anglofona: emergono bar di provincia, cupole sottomarine che galleggiano nel Mediterraneo, campagne attraversate da cortei, periferie con i loro linguaggi, piazze come luoghi di resistenza o di smarrimento. Anche quando l’immaginario sembra globale – la città-cupola, il laboratorio di editing genetico, il dispositivo digitale – esso si intreccia con materiale locale: mestieri, burocrazie, memorie politiche, un paesaggio linguistico che mescola l’alto e il basso. In questo senso i racconti non imitano modelli esterni, ma elaborano la cli-fi in una chiave che riconosce la specificità dei contesti italiani.
Il nodo centrale è che il clima non è mai ridotto a puro scenario naturale: funziona piuttosto come dispositivo sociale. Seleziona, disciplina, legittima, espelle. In molti racconti il caldo o l’acqua non sono sfondi, ma poteri: diventano criteri che decidono chi vive dentro una cupola e chi resta fuori, chi può accedere a risorse e chi viene lasciato indietro. Qui la cli-fi mostra il suo potenziale sociologico: tradurre la catastrofe ambientale in dinamiche di potere, in rituali comunitari, in pratiche di esclusione.
Dal punto di vista letterario, i racconti si distinguono per voci pressurizzate –  monologhi, lettere, diari – che intensificano l’affettività e producono, grazie a focalizzazioni interne e tempi fratturati, quell’effetto chiamato cognitive estrangement (Suvin, 1979). I cronotopi (Bakhtin, 1981) sono fortemente marcati: cittadelle tecniche regolate da protocolli, soglie sospese come bar e zone neutre, marce e proteste in cui la folla diventa personaggio corale. Le figure ricorrenti – corpi-infrastruttura, acqua come agente morale, comunità rituali, oggetti animati – danno coerenza sotterranea all’insieme. Lo stile stesso è oscillante: lessici istituzionali accostati a slang, ironia e satira come difesa immunitaria, lirismo e favola come antidoto al cinismo.
Insieme, tutti questi tratti ci dicono che non abbiamo davanti un repertorio di storie climatiche, ma un laboratorio di forme.
È in questa pluralità di registri, in questa italianità situata, in questa trasposizione del clima in dispositivo sociale che i racconti si tengono insieme. Non con una coerenza rigida, ma con la tensione di un presente che si narra come futuro, e che nel raccontarsi si lascia intravedere nelle sue  contraddizioni più profonde. La varietà di voci e figure che si ritrova in questi testi non è, quindi, indice di dispersione, ma semmai il segnale di una tensione comune. Ed è proprio qui che la prospettiva sociologica si intreccia con quella letteraria: per orientarsi non basta guardare al genere o allo stile, bisogna osservare le linee di forza che attraversano i testi.
La tabella che segue, pertanto, riassume queste linee comuni come una bussola che ci aiuta a leggere i movimenti comuni che attraversano i testi nella loro molteplicità e differenza: ogni racconto si colloca lungo questi assi, ma più che un punto stabile, ciò che restituisce è un’oscillazione, un passaggio da un polo all’altro.

Seguendo le fila delle storie socio-climatiche immaginate dagli autori, ci preme osservare che si tratta di racconti che non si limitano a sperimentare stili: mettono in scena l’instabilità che caratterizza l’esperienza del presente quando lo si vive come futuro già in atto. Da qui la necessità, o l’opportunità, di una mappa critica: quattro assi di tensione che non definiscono categorie rigide, ma spazi di oscillazione. Così, nell’incrocio di questi quattro assi – scala, soluzione, ontologia, politica – emergono alcuni dispositivi narrativi ricorrenti, figure che danno consistenza all’immaginario collettivo: tecnosalvezza e selezione, biopolitica del vivente, comune e rito, materia che parla. Beninteso, non si tratta di etichette esterne, ma di forme che i racconti stessi hanno prodotto, sedimentando nella scrittura ciò che la teoria sulla climate fiction contemporanea ha intuito (Luke 2014; Milkoreit
2017; Andersen 2019): il futuro non è un esito, ma un campo di possibilità che si rivela nell’oscillazione tra poli opposti.

Il primo dispositivo socio-narrativo è la tecnosalvezza/tecnoselezione, dove la tecnologia appare come promessa di sopravvivenza ma anche come meccanismo di esclusione. Questo dispositivo nasce dall’incontro tra scala istituzionale e logica della fuga: cupole, algoritmi, protocolli che dividono chi sopravvive e chi resta fuori. Luke (2014) e Yusoff (2011) hanno parlato degli immaginari climatici come grammatiche del potere, e i racconti di questa antologia lo mostrano con chiarezza. Per esempio, in Nati con le pinne, le cupole subacquee sono spazi chiusi che salvano alcuni e condannano altri, dividendo la popolazione tra corpi adattati e corpi destinati a soccombere. In Pelle nuda, il “nucleotide isotermico” diventa la misura di una giustizia climatica che non è universale ma selettiva: chi lo possiede resiste, chi ne è privo soccombe al calore. In Lorenzo ridotto a codice ricorre a un’idea di militanza, l’algoritmo che assegna valore ai cittadini mostra la deriva estrema della tecnocrazia climatica: il futuro non è aperto a tutti, ma distribuito secondo logiche di selezione e scarto.
Un secondo dispositivo è la bio-politica del vivente, che mette il corpo al centro delle strategie di sopravvivenza. Questo prende forma quando la centralità del corpo incontra la politica del controllo: editing genetico, protesi, anatomie vulnerabili trasformate in archivi climatici. Andrew Milner (2020) ha sottolineato come la fantascienza trasformi il corpo in hardware, e qui la cli-fi riprende e radicalizza questo schema. In Omega. L’ultima lettera, il corpo si fa archivio della memoria e insieme strumento di resistenza, mentre l’epistolario ne amplifica la dimensione affettiva. In Custodi, la sopravvivenza passa dai semi nascosti e custoditi nei corpi, quasi che l’anatomia stessa fosse serra biologica e politica. In Blue Moon, corpi ibridati e
protesici raccontano la vita come continua negoziazione tra ciò che è naturale e ciò che è artificiale: non più un confine, ma una frontiera mobile e vulnerabile.

Il terzo dispositivo è quello del comune e rito, dove la catastrofe ecologica diventa occasione di collettivizzazione e si produce all’incrocio tra dimensione minuta e politica collettiva: cortei, custodi, processioni che trasformano la scarsità in gesto corale. Milkoreit (2017) ha mostrato come gli immaginari siano infrastrutture per l’azione: questi racconti lo dimostrano. In La crociata dei bambini, un corteo infantile assume le sembianze di un movimento politico, restituendo alla vulnerabilità dei corpi piccoli una potenza corale. In L’invasione degli ultracorpi, la resistenza si organizza in forma di rituale, quasi a sacralizzare il gesto della sopravvivenza. In Tribù infrarossi, la scarsità di ghiaccio diventa questione morale e politica: chi possiede il fresco ha potere, chi ne è privo è escluso.
Infine, il dispositivo della materia che parla porta fino in fondo la crisi dell’antropocentrismo e si manifesta quando l’ontologia postumana si combina con le tensioni politiche: oggetti e residui che prendono voce, incrinando l’antropocentrismo e obbligando a immaginare nuove forme di convivenza. Andersen (2019) ha suggerito che la cli-fi sia cultural analysis, e in questi racconti la materia stessa si fa  protagonista. In Fronte di liberazione degli
oggetti, gli oggetti quotidiani insorgono, ribaltando la gerarchia che li relegava a strumenti. In Senza titolo, residui tecnologici si animano come resti che non vogliono sparire, reclamando attenzione. In Gli ultimi giorni dell’umanità, media e auricolari prendono voce, diventano agenti narrativi che mettono in crisi la distinzione tra umano e non umano. In tutti questi testi, la materia non è inerte: è attore sociale, e obbliga a ripensare le relazioni come ecologia più ampia, che include cose e residui.
Questi quattro dispositivi, presi insieme, non si sommano: dialogano, si contaminano, si attraversano. Ed è nella loro sovrapposizione che i racconti producono un’immagine del presente come futuro: una catastrofe che non è solo ambientale, ma politica, sociale, culturale. Dialoghi e contaminazioni che verosimilmente attraversano, platealmente o in modo sussurrato, anche La prima neve, Blu e Il passaggio di consegne, tre racconti dove nella catastrofe si può trovare l’oppressione della differenza, la militarizzazione, la scomparsa della storia, la zonazione del mondo, la resistenza.

Tre esempi di close reading

Se la mappa degli assi e dei dispositivi ci offre una bussola interpretativa, è nei dettagli testuali che se ne misura davvero la forza. Alcune letture ravvicinate dei testi permettono di vedere come ciascun racconto, pur richiamando un dispositivo prevalente, si muova continuamente tra gli assi, oscillando e contaminando figure. Non è la stabilità che conta, ma l’instabilità come forma di conoscenza: il modo in cui i testi traducono il  cambiamento climatico in esperienze che i grafici non possono mostrare.
Un primo esempio è il racconto Pelle nuda, che incarna la logica della tecnosalvezza/tecnoselezione, ma non si esaurisce in essa. Il “nucleotide isotermico” traduce la giustizia climatica in codice genetico, oscillando tra asse ontologico (il corpo come campo di scrittura biologica) e asse politico (chi possiede il gene resiste, chi non ce l’ha è escluso). Il viaggio nella Suburbia, invece, apre la scala urbana, mostrando come il calore diventi
criterio di cittadinanza, mentre il contratto di trapianto esplicita la biopolitica del vivente e la sua connessione con logiche coloniali. Pelle nuda attraversa così più assi contemporaneamente: dalla tecnocrazia della selezione al corpo come frontiera, dalla città come confine climatico alla vita come merce.

Un secondo esempio è il racconto Tribù infrarossi, che appartiene al dispositivo del comune e rito, ma intreccia al tempo stesso questioni ontologiche e politiche. La scarsità del ghiaccio è questione di risorse, ma diventa soprattutto economia morale: il fresco come valore politico e affettivo. L’abbattimento del muro mostra la tensione tra scala istituzionale (il muro come infrastruttura di potere) e comunità minuta che lo abbatte. Gli “occhi infrarossi”, infine, aprono una dimensione ontologica inedita: un’estensione percettiva che trasforma il vedere in gesto politico. Anche qui l’oscillazione è la regola: rito comunitario e tecnologia sensibile, bene materiale e valore simbolico, scala minuta e politica globale.
Un terzo esempio è Fronte di liberazione degli oggetti, che si colloca nel dispositivo della materia che parla, ma subito scivola verso altri assi. Gli oggetti insorgenti destabilizzano l’ontologia antropocentrica, ma producono anche una riflessione politica: chi governa quando a parlare non sono più solo gli umani? Il residuo tecnologico diventa corpo politico, spostando la scala dalla stanza quotidiana al sistema globale di produzione. Qui l’oscillazione riguarda soprattutto l’asse della politica e dell’ontologia: non si tratta solo di materia che prende voce, ma di nuove istituzioni immaginate, nuove forme di convivenza che emergono da ciò che era stato relegato al silenzio.

Questi tre esempi mostrano che nessun racconto si lascia imprigionare in un dispositivo unico: ogni testo oscilla tra assi, combina scale, intreccia corpo, comunità, materia. È proprio questa instabilità a costituire la forza della cli-fi come genere. Ma nell’antologia questa caratteristica assume un rilievo particolare: i racconti sono scritti da giovani autori e autrici esordienti, chiamati a confrontarsi per la prima volta con un tema di portata planetaria. Proprio per questo l’oscillazione non è tratto collaterale, ma scelta stilistica e necessità espressiva: chi non ha ancora un posto stabile nel campo letterario può permettersi di non cercare coerenza, ma di esplorare, sperimentare, spingersi ai margini.
Al contrario di altre forme letterarie che aspirano a unità e chiusura, la climate fiction prospera nel movimento, nella tensione tra poli. E nei testi qui raccolti questa tensione è ancora più spinta, più dichiarata, più libera: il futuro non appare come previsione ordinata, ma come esperienza stratificata e ambivalente. La cli-fi dei giovani non stabilisce certezze, ma offre scenari di senso; non consegna mappe definitive, ma genera domande radicali. È questa apertura che la rende pratica culturale necessaria: un laboratorio in cui il cambiamento climatico diventa pensabile, raccontabile e discutibile, ben oltre ciò che misurazioni e dati quantitativi possono mostrare.

Conclusioni

Ciò che emerge da questi quindici racconti è una cli-fi italiana under 35 che si presenta ibrida, plurilingue, corporea, affettiva e politica. I testi non si limitano a predire scenari futuri: traducono il presente, rendendolo visibile come esperienza concreta, estetica e sociale. In questo senso, ciò che gli strumenti dell’IPCC rilevano in curve e percentuali – l’aumento delle temperature, la frequenza degli eventi estremi – qui prende forma narrativa:
il calore diventa corpo che suda, comunità che si sfalda, città che espelle. È in questa traduzione che la letteratura mostra la propria efficacia, addirittura la sua necessaria utilità: non aggiunge dati, ma produce senso, rende tangibile ciò che la statistica lascia in ombra.

La cli-fi italiana giovane si riconosce in alcune caratteristiche comuni. È plurilingue e ibrida: mescola il registro alto e quello basso, il saggistico e il poetico, il realismo e la visionarietà. È locale senza provincialismi: racconta bar di Torino, coste mediterranee, campagne e “suburbie” italiane, ma sempre dentro dinamiche globali come capitale, media, estrattivismo. È politica ma non didascalica: non offre sermoni, ma dilemmi pratici – cure genetiche a caro prezzo, confini da attraversare, debiti da pagare. È corporea: il clima è narrato a misura di corpo, come respiro che manca, sudore che scorre, pelle che brucia o si raffredda. È affettiva: costruisce un lessico di speculative emotions (Alacovska 2023, Mayerson 2018) che include paura,
colpa, desiderio, malinconia, trasformandoli in leve narrative. E cerca riconoscimento (Milner 2011 e Milner, Burgmann 2020) non solo attraverso i “temi giusti”, ma con innovazioni formali che giocano tanto sul capitale simbolico (Bourdieu 1996) più vicino ai codici della letteratura alta (liriche dell’acqua, allegorie postumane) quanto su quello eteronomo vicino a un pubblico mainstream (techno-thriller, punk diaristico, reportage speculativo).

La cornice teorica che abbiamo abbozzato sopra ci aiuta, d’altronde, a collocare meglio questi tratti. Gli immaginari climatici, scrive Milkoreit (2017), sono infrastrutture dell’azione collettiva: qui li vediamo operare in forme molteplici, dalle fughe cosmiche alle cittadelle tecniche, dalle proteste urbane alle resistenze rurali. Luke (2014) li descrive come grammatiche del potere: e i racconti mostrano governi, media e mercati all’opera nella colonizzazione dell’ansia climatica, dal business dell’attenzione alla mercificazione del rischio. Yusoff (2011) ha sottolineato come il clima implichi ecologie del sacrificio: il racconto Pelle nuda che abbiamo evocato prima rende palpabile questa razzializzazione climatica, mostrando chi può entrare nella cittadella e chi è relegato alla Suburbia. Infine, il tema degli affetti: come sottolineano Alacovska e Holt (2023) e Mayerson (2018), paura, vergogna, desiderio e malinconia sono motori narrativi espliciti, che producono coinvolgimento pragmatico e trasformano la cli-fi in cultural analysis (Andersen 2019), capace di leggere la nostra epoca: dal lavoro estrattivo al debito biologico, dagli archivi della memoria alla mediatizzazione della politica.

In questo senso, i racconti raccolti in questa antologia non sono solo prodotti di un concorso, ma un vero e proprio archivio di immaginari. Ci dicono che la cli-fi italiana under 35 non è periferica ma sperimentale, non subordinata ma esplorativa: cerca nuove forme per pensare e rappresentare il clima. E ci dicono soprattutto che ciò che la scienza misura, la letteratura fa vivere: se i modelli matematici dell’IPCC non possono farci sentire cosa significa abitare un pianeta che cambia, questi racconti esplorano esattamente questa direzione. Ci offrono non tanto un futuro predetto, quanto un presente tradotto: reso leggibile nelle sue contraddizioni, trasformato in esperienza estetica e sociale, e dunque reso discutibile. Anche questo, in definitiva, è ciò che può fare un dispositivo culturale.

Bibliografia

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