Una transizione imposta

di Stefania Persano – Assistiamo a una rapida e implacabile trasformazione della società a opera del digitale, una trasformazione che coinvolge anche la scuola. Davanti a un panorama in cui si codificano modifiche sostanziali della teoria e della prassi didattica, tali da riplasmare le forme e le modalità pedagogiche, ci domandiamo quale postura stia assumendo la scuola rispetto alla sempre più incalzante richiesta di adattamento a queste ricodificazioni. La risposta a questa domanda non pare confortante: lungi dal rendere giustizia al suo mandato di agenzia educativa, l’istituzione scolastica sembra piuttosto arrendersi a un’accettazione supina di altre agenzie trasformative, il cui mandato – adombrato da un’astuta retorica inneggiante al benessere e al progresso – è in sostanza il profitto.
Soprattutto alla luce dei costi energetici smodati (di cui non si prevede un ribasso nel futuro) dei data center su cui poggia il funzionamento delle piattaforme per la cosiddetta intelligenza artificiale, si rende necessario un approccio molto critico – severo, rigoroso, osiamo dire resistente – a una transizione che puzza di tecnocrazia.